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Trimestrale: Aprile - Maggio - Giugno 2008
Preghiera a
Maria SS.ma Immacolata
(per ottenere la buona morte)

O Maria concepita senza
peccato, prega per noi che
ricorriamo a Te.
O rifugio dei peccatori,
o Madre degli agonizzanti,
non abbandonarci
nell'ora della nostra morte,
ma ottienici un dolore perfetto,
una sincera contrizione,
il perdono dei nostri peccati.
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Ottienici pure di ricevere degnamente il SS.mo Viatico, e di essere corroborati dall'Olio Santo, cosicché possiamo presentarci sicuri innanzi al trono del Giusto, ma anche misericordioso Giudice, Dio e Redentore nostro. Così sia.

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Cari Amici pag. 3
La preghiera pag. 5
Vita di P. Luigi Duilio Graziotti - 10^ Puntata pag. 7
La virtù dell'umiltà pag. 21
Dagli scritti di Madre Provvidenza (dettati da Gesù) pag. 24
Mezzi per diventare santi pag. 29
l'Imitazione di Cristo: obbedienza e soggezione pag. 31



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anzitutto sento il dovere di ringraziare, anche tramite questa nostra rivista, tutti coloro che in qualche modo ci sono vicini, ci vogliono bene, e ci mandano i loro aiuti, soprattutto con le offerte in denaro, che ci danno la possibilità di pagare, ogni mese, la rata del mutuo, che abbiamo dovuto fare con l'acquisto della casa.
A questo proposito permettetemi di citare le parole di un grande Santo proprio riguardo all'elemosina. Scrive così:
«La preghiera e il digiuno sono graditi a Dio; ma l'elemosina è molto più gradita, perché è il distacco dal frutto del proprio lavoro». Infatti chi si priva dei soldi per darli a coloro che ne hanno bisogno, è come se si privasse di qualcosa di sè. Del resto nel Vangelo Gesù non ha fatto l'elogio della preghiera e del digiuno, anche se li ha raccomandati spesse volte, ma ha elogiato due realtà: la fede, come quando ha incontrato il Centurione (cfr. Mt 8,10) e l'elemosina, allorché ha visto quella donna che ha messo, nel tesoro del tempio, tutto ciò che aveva per il proprio sostentamento (cfr. Mc 12,42).
Vorrei ora raccomandare ai nostri Cari Lettori alcune cose:
Se vi accorgete che nel Vostro indirizzo c'è qualche parola sbagliata, per favore fatecelo sapere, così provvederemo a correggerla.
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Così pure se avete cambiato abitazione. A volte ci ritornano delle lettere con la motivazione di trasferimento. A noi dispiace che non Vi arrivi il nostro ringraziamento per le offerte che ci fate.
Se qualcuno desiderasse conservare tutti i numeri di Virgo Potens, e gliene mancasse qualcuno, sappia che noi abbiamo tutti gli arretrati, e quindi possiamo completare la serie.
Vorremmo fare una richiesta a tutti Voi che avete conosciuto, incontrato e parlato, anche solo qualche volta, con Madre Provvidenza. Saremmo lieti di avere dei vostri scritti, sui quali si narri le buone impressioni che Vi ha lasciato l'incontro con lei, oppure le grazie che avete ricevuto tramite le sue preghiere, o la soluzione di problemi, grazie ai suoi buoni consigli. Già alcuni ci hanno scritto, e li ringraziamo sentitamente.
Quando mandate un'offerta per far celebrare delle Sante Messe, Vi prego di indicare Voi il numero preciso, cioè quante intendete farne celebrare, e non dire solo: mando quest'offerta per far celebrare delle Messe. Preferisco che voi stessi indichiate il numero preciso. Vi ringrazio di cuore.
Una richiesta ai Cari Lettori della nostra Rivista: se trovate degli errori, Vi preghiamo di farcelo sapere, indicando il numero della Rivista, la pagina e possibilmente la riga.
Con grande affetto Vi saluto tutti, e Vi assicuro che ogni giorno preghiamo per le Vostre intenzioni.

Vostro aff.mo
Padre Luigi
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La Preghiera

Sta scritto nella Bibbia: «Siate dunque santi, perché Io sono santo» (Levitico 11,45). Oggi voglio parlare di un mezzo importante, senza il quale non si può raggiungere la santità: la PREGHIERA.
Che cos’è la preghiera? È un’elevazione della mente verso Dio. La preghiera è una delle basi fondamentali della santità. Se addirittura senza la preghiera non ci si può salvare, come dice Sant’Alfonso Maria De’ Liguori, tanto meno senza di essa si può diventare santi.
Quanti tipi di preghiera esistono? Direi che sono due: quella PUBBLICA e quella PRIVATA.
* Per PREGHIERA PUBBLICA s’intende quella stabilita dalla Chiesa, e cioè: la S. Messa, l’Ufficio Divino, i Sacramenti. Perché si chiama pubblica? Perché in essa tutta la Chiesa, Militante, Purgante e Trionfante, partecipa e ne riceve beneficio. Quando, per esempio, il Sacerdote recita l’Ufficio Divino da solo, la sua preghiera è sempre pubblica, perché tutta la Chiesa prega con lui.
* Della PREGHIERA PRIVATA invece fanno parte tutte le altre preghiere, anche se vengono recitate insieme ad altre persone.
La preghiera privata inoltre si distingue in: PREGHIERA COMUNITARIA e PREGHIERA PERSONALE. Oggi parliamo solo della Preghiera Personale. La preghiera personale è quella che esce spontanea dal proprio cuore, dalla propria mente, dal proprio affetto. Gesù ha detto che bisogna pregare sempre senza stancarsi mai. Tutta la nostra vita, quindi, dev’essere una continua preghiera. I Santi non solo l’hanno capito questo, ma l’hanno pure messo in pratica, sull’esempio di Gesù che passava le notti in preghiera.
- Ne abbiamo un fulgido esempio prima di tutto in Maria SS., la quale non ha mai distolto il Suo pensiero da Dio, e quindi ogni momento della Sua vita è stato un’incessante preghiera.
- Di San Domenico Guzman, Fondatore dei Padri Domenicani, si dice che:
«O parlava di Dio, o parlava con Dio, e nessuno era

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più assiduo di lui nel pregare di notte». Infatti non andava mai a riposare.
- San Francesco d’Assisi, oltre a vivere una vita di preghiera intensa diurna e notturna, volle anche imitare Gesù nel trascorrere quaranta giorni in preghiera e digiuno sull’isola Polvese del Lago Trasimeno.
- Sant’Antonio di Padova, nei momenti liberi si ritirava nel nascondimento, lontano dalle persone, e pregava ore e ore.
- Gli Anacoreti vivevano da soli in luoghi deserti per poter pregare, meditare, stare uniti a Dio nel più completo silenzio.
- E così, tutti i Santi hanno vissuto l’unione continua con Dio attraverso la preghiera e la meditazione.
Sul loro esempio anche noi possiamo pregare nel segreto del nostro cuore. Durante il lavoro, rivolgiamo sovente il nostro pensiero a Dio con atti di amore, di lode, di ringraziamento, di benedizione, di richiesta per le nostre necessità, per i problemi che ci assillano, per le difficoltà, e per la salvezza delle anime. La preghiera più nascosta, quella che esce dal cuore, è la preghiera più gradita a Dio, perché è la più sincera, la più vera, la più autentica, la più spontanea, frutto di un vero amore verso di Lui.
Quando noi pensiamo a Dio, Lui pensa a noi, e si prende cura della nostra anima, e infonde in essa la Sua Santità. Se non abbiamo la mente occupata, cerchiamo di fare tanti atti di amore al Signore, e di pregarLo in continuazione. Quanto tempo perdiamo purtroppo in pensieri inutili, nelle curiosità mondane! Se vogliamo raggiungere la salvezza eterna è necessario che i nostri affetti e i nostri pensieri siano rivolti continuamente a Dio e non alle cose del mondo.
Termino con le seguenti parole che la Madonna stessa ha detto a Madre Provvidenza:
«Figli, il mio Gesù è morto per voi sulla croce. Perché non ricordate più la Sua morte? Perché non ricordate i Suoi dolori? Io sono vostra Madre. I dolori che mi date sono molti. Più volte sono venuta a parlarvi, a dirvi che il castigo del Padre è vicino, ma voi non mi avete ascoltato». Riflettiamo seriamente su questa raccomandazione.
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Un ultimo episodio voglio raccontare, che mi è successo a Trento, per far capire quanto era severa la disciplina di quei tempi. Quanto sto per dire, è accaduto dopo la prima Ginnasio, nel giugno 1956. Al termine dell'anno scolastico, dovetti essere sottoposto all'operazione per togliere l'appendice cecale. Fui ricoverato, perciò, in un ospedale di Trento. Dopo l'operazione fui messo in una camera accanto ad un Fraticello. Per il primo giorno fu buono e comprensivo, ma poi cominciò a raccontare barzellette e a farmi ridere. Povero me, quanto mi faceva male la ferita! Comunque, allorché Dio volle, riuscii a tornarmene in Seminario, nella mia amata Casa del Sacro Cuore di Gesù, in via Chini, 2. Appena arrivai, mi sentii piombare addosso una specie di desolazione: quella casa così grande, era completamente vuota, e un silenzio di tomba aleggiava ovunque, perché tutti i Seminaristi erano partiti per le vacanze da trascorrere nella propria famiglia.
Dopo alcuni giorni mi sentii abbastanza bene, e in grado di affrontare il viaggio in pullman, da Trento fino al mio paese. Chiesi perciò al Superiore di poter anch'io recarmi in famiglia. Il Superiore rispose di sì, ma aggiunse le testuali parole:
«Ricòrdati che le vacanze durano solo venti giorni, più due per il viaggio. Se tu ritarderai di un solo giorno, io non ti accetterò più, e dovrai tornare a casa tua». A tale minaccia io risposi che era più facile ritornassi prima, assieme al mio compagno Emilio Giorgi, che era del mio stesso paese. E così fu. Come si vede, c'era poco da scherzare a quei tempi.
Fondatore con Madre Provvidenza
(10ª puntata)
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Al termine dunque della seconda Ginnasio, dopo cinque anni di permanenza nel Seminario Minore di Trento, ecco arrivare il grande giorno della partenza per la casa del Noviziato, che si trovava ad Albisola Superiore, vicino a Savona, e precisamente presso il Santuario della Madonna della Pace: era il 3 luglio 1957.
Prima di partire il nostro Prefetto, Padre Milesi Ludovico, ci fece una curiosa raccomandazione: ci disse di non meravigliarci, né di scandalizzarci se avessimo visto delle rane sulla spiaggia del mare. Il bello è che non ci disse altro. Partii perciò con un po’ di curiosità, perché io di rane me ne intendevo bene. Infatti da bambino le avevo anche mangiate. Pensavo fossero state rane speciali, perché, per farci una simile raccomandazio
Casa del Noviziato - Albisola Superiore (SV)
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ne, qualora le avessimo viste, c’era di certo un motivo, e forse anche grave.
Stazione ferroviaria centrale di Milano
Partimmo dunque da Trento, con il treno naturalmente, portandoci i nostri bagagli, e i bei ricordi di cinque anni trascorsi nella preghiera, nello studio e in tante altre realtà assai belle. Il viaggio fu molto lungo: passammo da Verona, da Brescia, da Milano, e poi eccoci alla volta di Genova, ove cambiammo per Ventimiglia. Allora i treni non erano veloci come oggi. Arrivammo a Genova che era quasi buio. Passammo quindi, a tratti, vicino alla spiaggia, ma, dato anche il buio, di rane non vedemmo neanche l’ombra. Compresi solo qualche tempo dopo che cosa intendeva dire quel buon Padre, quando ci raccomandava di non guardare quelle rane sulla spiaggia. Comunque quel pensiero e quella curiosità svanirono ben presto, perché da quella
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sera del tre luglio, ero ormai entrato in una nuova realtà.
Intanto, nella Casa del Noviziato, trovammo una bella sorpresa: oltre ai nostri Confratelli che provenivano dalla Scuola Apostolica di Albino (in provincia di Bergamo), e dalla Casa di formazione di Pagliare (in provincia di Ascoli Piceno) incontrammo pure due studenti provenienti dal Portogallo. In tutto eravamo quarantacinque Postulanti.
Nonostante la stanchezza del viaggio, la mattina seguente la campanella della sveglia suonò alle sei in punto. Ci alzammo tutti di scatto, come buoni Seminaristi ormai abituati alla disciplina. Facemmo la nostra preghierina, e via subito per le pulizie personali. Noi Postulanti dormivamo tutti insieme in una grande camera da letto. Era comunque tanto bello vedere tanti fratelli dormire insieme. La nostra qualifica era quella di essere Postulanti, fino a quando non saremmo diventati Novizi dopo tre mesi. Bisognava attendere il 29 settembre, allorché, durante la solenne cerimonia, noi saremmo diventati Novizi, e i Novizi avrebbero emesso i primi Voti. Tutti gli anni il Noviziato cominciava il 29 Settembre, e terminava lo stesso giorno dell’anno dopo. Allora le scuole iniziavano i primi giorni di ottobre: ecco perché si finiva l’anno del Noviziato alla fine di settembre.
Durante i tre mesi di Postulandato, alcune azioni si tenevano assieme ai Novizi, altre invece da soli. C’era una netta separazione tra Postulanti e Novizi. Infatti noi Postulanti dovevamo avere una formazione diversa da quella dei Novizi.
La nostra giornata iniziava sempre alle ore sei. Terminata la pulizia personale eccoci in Chiesa, alle ore 6.25, per le preghiere, per la meditazione che durava mezz’ora, e poi subito la Santa Messa. Alle ore otto c’era la colazione. Da notare che durante tutta la giornata bisognava osservare il silenzio assoluto, anche durante i lavori. Solo durante le ricreazioni, dopo pranzo e dopo cena, si poteva parlare per mezz’ora. Ogni giorno c’era

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una conferenza al mattino e al pomeriggio, tenuta per un’ora dal Padre Maestro. A mio giudizio era davvero un santo quel Sacerdote, e tutti noi eravamo convinti che portasse il cilicio.
Padre Dino Giovanni Del Fabbro Maestro dei Novizi
Era molto buono, e di grande esempio per noi, soprattutto nella preghiera e nei suoi insegnamenti di vita spirituale. Come completamento della giornata, e per tenerci sempre occupati, c’erano tre tipi di lavoro: alcuni erano impiegati nella segreteria, altri facevano le pulizie della casa, altri invece erano destinati a coltivare la terra e a tenere in ordine il giardino. Non avevamo però animali domestici. Il terreno da coltivare era abbastanza grande: sicuramente più di due ettari. Erano diverse le cose che si coltivavano in quel terreno. Per la prima volta in vita mia vidi come si coltivava l’arachide.
La casa del noviziato era molto accogliente e spaziosa, ed esiste tuttora. L’unica cosa che ci faceva soffrire in quell’ambiente Ligure, era il vento che ogni tanto arrivava. Noi del Trentino non eravamo proprio abituati, e ci meravigliavamo che ci fosse un vento così forte. Come piccolo divertimento
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invece c’era la passeggiata settimanale sulle colline retrostanti la nostra casa, oppure, d’inverno, anche sulla riva del mare. Qualche volta arrivammo sul monte Beigua, uno dei monti più alti che esiste in Liguria.
Le realtà particolari che distinguevano il Noviziato erano queste: oltre al silenzio assoluto, durante i pasti si leggevano libri di Santi, o altri libri divertenti, come per esempio
«Morirò Ridendo» scritto da un Sacerdote Gesuita. Il pranzo e la cena non duravano più di mezz’ora. Per fortuna avevamo le buone Suore che ci preparavano il cibo, e noi pensavamo solo a distribuire i piatti già pronti. Solo per i Padri c’erano le portate comuni. In cima alla sala da pranzo sedevano tutti i Sacerdoti, con al centro il Padre Superiore, che allora era Padre Torresani Vincenzo Giovanni. La comunità dei Padri era composta da sette Sacerdoti: il Padre Superiore, il Vice-Superiore, il Padre Maestro dei Novizi, il Padre Economo, il Padre Confessore, e altri Sacerdoti addetti al servizio del Santuario. Noi non avevamo mai la possibilità di recarci nella Chiesa del Santuario. Le funzioni religiose infatti, si tenevano sempre nella nostra Cappella interna, che era abbastanza grande.
Due cose ci facevano esercitare l’umiltà durante il Noviziato: anzitutto l’accusa spontanea delle proprie colpe prima di ogni pasto principale (pranzo e cena). Chi era ben disposto, prima che si iniziasse a mangiare, si recava davanti al tavolo dei Padri, si inginocchiava, e poi si accusava delle proprie colpe commesse pubblicamente. Il Superiore, sentite le autoaccuse, dava poi a tutti la stessa penitenza. Voglio qui raccontare un episodio curioso, per dimostrare quanto era severa la disciplina di quel tempo. Da notare che allora, quando si usciva di casa o si andava a passeggio, portavano tutti quella specie di copricapo nero rotondo, che si chiamava
«Saturno». Un giorno dunque facemmo una passeggiata lungo la riva del mare. Naturalmente era d’inverno e c’era un bel venticello. Mentre

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eravamo seduti sugli scogli, ci fu un colpo di vento un po’ più forte, e il cappello di un mio compagno volò nel mare, e non si poté più ricuperarlo. Quando ritornammo a casa, quel povero mio compagno, che si chiamava Giosuè Torquati, lo disse subito al Padre Maestro. Quell’accusa non bastò. Infatti dovette presentarsi all’accusa delle colpe prima di iniziare la cena. Furono diversi allora che si presentarono. Quando tutti ebbero terminato il racconto delle proprie colpe, il Novizio Giosuè si sentì dire dal Padre Superiore: «Voi che avete perso il cappello, consumerete la cena in ginocchio». Tutti rimasero sbigottiti, perché non ne aveva proprio nessuna colpa. Gli altri ricevettero una penitenza leggera, lui invece quella più pesante, e forse più umiliante e sproporzionata. Al giorno d’oggi un Superiore risponderebbe sicuramente così: «Vai dal Padre Economo, e fattene dare un altro». Come sono cambiati i tempi! Comunque erano molto preziose anche quelle piccole penitenze, e se vogliamo chiamarle col nome di umiliazioni, erano davvero efficaci, perché formavano il nostro carattere all’umiltà e alla sincerità. Oggi purtroppo si parla poco o niente di umiltà, virtù tanto indispensabile per entrare in Paradiso. Infatti lassù in Cielo ci sono soltanto coloro che hanno saputo mettere in pratica quella piccola raccomandazione di Gesù che suona così: «Chi vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso» (Mt 16,24).
Si iniziava a consumare i pasti principali solamente dopo che era terminata l’accusa delle colpe. Durante tali pasti si facevano, come dissi, delle buone letture. All'inizio si leggeva sempre un brano del Vangelo, poi si cominciava un'altra lettura fatta da due Seminaristi che si alternavano. Per leggere si saliva sopra un pulpito che si trovava in fondo alla sala da pranzo. C’era qualche straniero tra noi, proveniente dal Portogallo, e purtroppo faceva qualche errore. Noi dovevamo morsicarci la lingua per non ridere. Ma un giorno non riuscimmo proprio a trattenerci, perché un Novizio, invece di leggere
«Gesù Bambi

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no», si sbagliò di grosso e disse: «Gesuino Bambù». Si può immaginare le risate che ne seguirono. Allora il Padre Superiore, siccome pure lui si mise a ridere, diede il permesso di parlare fino al termine del pasto.
Sala da pranzo attuale
Una seconda cosa che ci faceva esercitare l'umiltà, e che era abbastanza dura da fare, era quella di scrivere su di un foglio i difetti di un proprio confratello scelto ogni giorno dal Padre Maestro. Tutti dovevano sottolineare la parte negativa del comportamento esterno di quel poveretto. Naturalmente prima o poi sarebbe toccato a ciascuno sottoporsi a quel martirio di giudizio umano, e quindi si andava cauti nel rilevare i difetti degli altri. Nonostante tutto però c’era sempre chi era piuttosto spietato nel suo giudizio. Il Padre Maestro quindi raccoglieva i fogli, che naturalmente non portavano la firma, e poi metteva insieme tutti i difetti del malcapitato. Il giorno dopo chiamava l’interessato, lo faceva inginocchiare, e poi, davanti a tutti, leggeva i difetti che i propri compagni avevano scritto di lui. Era
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un grande atto d'umiltà, non soltanto sottoporsi a quel giudizio umano, ma soprattutto sentirsi rivelare in pubblico tutte le proprie debolezze e miserie.
La vita spirituale del Noviziato era arricchita da diverse pratiche di pietà, tra le quali primeggiava l’adorazione davanti al SS.mo Sacramento solennemente esposto, nel pomeriggio di ogni giorno. Era anche possibile rimanere in Cappella a pregare più a lungo, con il permesso del Padre Maestro.
La principale finalità del Noviziato era quella di apprendere e di conoscere la spiritualità della propria Congregazione, e specialmente gli impegni che comportavano i tre voti di Castità, Povertà e Obbedienza, che avremmo dovuto emettere al termine del Noviziato, qualora avessimo deciso di rimanere nella Congregazione. A me piacque molto quell’anno, trascorso nella preghiera, nella meditazione e nel silenzio. Una bella abitudine era poi quella del saluto, che consisteva nel ripetere queste parole:
«Vivat Cor Jesu» e colui che veniva salutato rispondeva «Per Cor Mariae».
A Settembre si tenevano gli Esercizi Spirituali sia prima di diventare Novizi, sia al termine del Noviziato, prima di emettere i Voti temporanei, con i quali si diventava membri effettivi della Congregazione. Duravano precisamente dalla sera del 20 Settembre, fino al mattino del 29. In quel giorno si svolgeva una bellissima cerimonia durante la Messa. Per primi venivano accolti i Postulanti come Novizi, e poi i Novizi come Professi.
Per i Postulanti c’era una novità: dovevano assumere un nuovo nome che sarebbe stato quello di Religione. Io ne avevo già tre: Duilio, Luigi, Renato. A me sarebbe piaciuto prendere il nome di Roberto per due motivi: il primo perché la sua festa ricorreva il 13 maggio, giorno dell’apparizione della Madonna a Fatima, e giorno successivo al mio compleanno; il secondo motivo era perché San Roberto Bellarmino era stato il Padre Spirituale di San Luigi Gonzaga. Però mi dispiaceva far torto

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ad altri Santi, come a San Giuseppe, San Giovanni Evangelista, San Luca, San Giacomo e altri ancora. Allora escogitai la scelta della provvidenza. Avrei scelto quel nome che il Signore avrebbe voluto indicarmi. Feci diversi bigliettini, e su ogni bigliettino scrissi il nome di un Santo, tra i quali naturalmente c’era anche quello di San Roberto. Li piegai ben benino, e poi cominciai a mischiarli. Erano tutti uguali come forma e come piegatura. Penso fossero circa una trentina. Chiusi gli occhi e ne scelsi uno. Su quel bigliettino c’era proprio scritto San Roberto Bellarmino. Ringraziai Gesù e la Madonna, e subito andai a comunicarlo al Padre Maestro. Appena lesse quel nome mi guardò con due occhi come per dirmi: ma chi ti ha fatto scegliere questo nome! Allora io, per rasserenarlo, dissi:«Questo nome mi è stato dato dal Cielo». E lui: «Ma va là sciocco, che cosa conti su?». Insomma mi fece capire che non era tanto d’accordo con me, e che non gli piaceva affatto. A me invece si, piaceva molto. E poi, incuriosito per sapere che significato avesse quel nome, appena mi fu possibile andai a vedere. Rimasi a bocca aperta, perché il suo significato era: brillante di gloria. Allora pensai: «Spero di aver la gloria almeno in Paradiso, perché la gloria sulla terra non ha alcuna importanza, non serve proprio a niente. Infatti oggi c’è e domani svanisce». Gesù oltretutto nel Vangelo ci ammonisce dicendo: «Che cosa serve all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi danneggia, o perde la sua anima?» (Mt 16,26).
Quanti esempi abbiamo davanti ai nostri occhi, di uomini potenti, che erano grandi e ricchi, e che poi sono finiti male. L’importante è amare il Signore e servire Lui solo, come dice l’Imitazione di Cristo: il resto è tutta vanità che passa velocemente. Purtroppo molta gente non ci crede, e allora si attacca morbosamente alla ricchezza e ai piaceri di questa vita, senza pensare che ce n’è un’altra dopo la morte, e che è quella l’unica vera esistenza, l'unica vera vita.

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Una delle cose che mi piaceva di più al Noviziato, era il fatto di non dover studiare, almeno per un anno, tutte quelle materie scolastiche che erano state il mio cruccio durante i cinque anni precedenti. Potevo quindi affrontare il Noviziato con maggior serenità.
Comunque, se la vita del Noviziato può sembrare noiosa o pesante, perché monotona e sempre uguale ogni giorno, tuttavia non mi ha mai annoiato, ma ho vissuto quell’anno con grande gioia e fervore. Nulla mi pesava e mi dava tristezza, neppure quel vento ligure così forte, che a volte sembrava ci portasse via.
Stando così le cose, forse il diavolo era geloso della mia vocazione, e fui messo alla prova. Improvvisamente entrò in me una sofferenza spirituale così forte, che per tre giorni mi sembrava di morire disperato. Ricordo che successe nei primi giorni di Luglio 1958. Mancavano solo tre mesi ad emettere i Voti. Era così forte l’angoscia e la sofferenza interiore, che per tre notti non riuscii a chiudere occhio. Anche l’appetito stava scomparendo, come pure la gioia, la pace interiore e il sorriso. Non so perché, ma in quella situazione non mi venne proprio in mente di rivolgermi al Padre Maestro o al mio Confessore. Stavo male, molto male, e dentro di me sentivo che la mia fine era prossima se continuavo in quella sofferenza.
Allora decisi di rivolgermi a Gesù. Andai nella Cappella, m'inginocchiai davanti all’altare. Avevo il tabernacolo alla distanza di un metro. In quella posizione, con gli occhi quasi in lacrime e rivolti al tabernacolo, pregai con tanto fervore Gesù che mi liberasse da quel dolore, perché mi avrebbe sicuramente portato alla perdita della mia Vocazione. Rimasi lì circa 10 minuti a parlare a Gesù. Ad un certo punto, visto che Gesù non mi esaudiva, e non mi liberava da quel dolore (forse pretendevo troppo), gli dissi:
«Siccome Tu non mi ascolti, mi rivolgerò alla tua Mamma».

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Cappella del Noviziato
Così andai davanti alla Madonna, che si trovava a fianco dell’altare maggiore. Da notare che in quella Cappella c’erano tre altari: quello centrale era con il SS.mo Sacramento, poi a sinistra c'era quello della Madonna, e a destra quello di San Giuseppe. Però erano come tre Cappellette, come si vede nella foto. Andai dunque dalla Madonna, e La pregai con il cuore fiducioso, esprimendo a Lei tutta la mia speranza nella sua materna bontà e potenza. La pregai proprio con molta fede e grande fervore. Le dissi pure che il suo Figlio non mi aveva esaudito. Invece ero sicuro che Lei mi avrebbe ascoltato ed esaudito. Rimasi in ginocchio davanti a Lei circa 20 minuti, e poi mi alzai fiducioso che mi avrebbe guarito. La salutai con un bell’inchino, e mi incamminai verso la porta d’ingresso della Cappella. Arrivato a metà chiesa, sentii dentro di me un forte brivido, e la netta percezione che cadesse da me una cappa di
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piombo. Mi sentii improvvisamente e completamente liberato da quell’orribile malessere. Ero guarito. Per fortuna la buona Mamma del Cielo intervenne, altrimenti non so che fine avrei fatto.
Durante il Noviziato c’erano anche delle penitenze da fare, tra le quali primeggiava quella specie di flagellazione che si doveva fare la sera del venerdì prima di coricarsi. All’inizio del Noviziato infatti, venivano consegnati al neo Novizio i seguenti oggetti: il Libretto delle Preghiere della Congregazione, intitolato Thesaurus Precum (Tesoretto di Preghiere), e il flagello o disciplina, fatto con lo spago, e formato da un manico e da alcune cordicelle, con vari nodi distanziati uno dall’altro. Lo conservo ancora.
Il rito dell'autoflagellazione era semplice. Quando tutti eravamo al nostro posto accanto al letto, si spegnevano le luci. Allora ci si spogliava in modo da rimanere a dorso nudo. Poi il responsabile intonava una preghiera, che poteva essere o una
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Flagello o Disciplina

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Salve Regina, o un Padre Nostro, oppure un’altra preghiera, durante la quale ognuno doveva percuotere la propria schiena, come e quanto voleva. Infatti si sentivano quelli più fervorosi che picchiavano forte, altri, invece, un po' meno. Terminata la flagellazione, si indossava il pigiama, e poi, dopo le pulizie personali, tutti a letto.
L’orario della giornata del Novizio, come dissi, era naturalmente sempre uguale. Oltre a quanto ho già scritto ecco altre particolarità. Alle ore 10, conferenza sui voti o sulla vita religiosa, tenuta dal Padre Maestro. Terminata la conferenza si rimaneva nello studio per approfondire gli insegnamenti. Nello studio si dava molta importanza sia alla conoscenza dello spirito della propria Congregazione, Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù, sia anche alla conoscenza del Vangelo, del quale bisognava imparare a memoria alcuni brani, naturalmente in latino. Alle 12,00 ci si recava in Cappella per la visita al SS.mo Sacramento e altre preghiere. Poi ecco il pranzo alle ore 12.30. Dopo il pranzo c’era finalmente la ricreazione, durante la quale si poteva parlare e passeggiare lungo il cortile o anche nel giardino. In fondo all’orto si ergeva un muro alto, oltre il quale c'era il Cimitero. Così, l’occasione per meditare sulla morte e sulle vanità della vita, l’avevamo sempre sotto gli occhi. Anche se i morti non parlavano, parlava tuttavia la loro presenza. Poi, come buona compagnia, avevamo anche gli alveari, una decina in tutto, accuditi da un nostro Fratello Coadiutore. Quel posto naturalmente era poco frequentato per paura di disturbarle, o per qualche altra paura. Quelle api comunque erano molto buone e religiose, perché in tutto l'arco dell'anno non hanno mai punto un Novizio: si vede che il loro custode le educava bene.

9^ Puntata       ----     11^ Puntata


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La virtù dell’umiltà

Voglio parlare di una virtù che, anche se è un po’ difficile metterla in pratica, tuttavia aiuta molto a diventare santi: è l’umiltà.
Che cos’è l’umiltà? Purtroppo non si può descriverla in modo completo, perché ha molte sfaccettature. Essa però è presente in tutte le altre virtù, o meglio, è il loro fondamento, la loro radice, la loro porta.
Quali sono i suoi aspetti principali? Il primo è: avere una bassa considerazione di se stessi, essere convinti che siamo un nulla. Infatti Gesù nel Vangelo ce lo ricorda molto bene allorché dice:
«Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: siamo servi inutili» (Lc 17, 10). Questo significa che ognuno di noi vale proprio niente. Anche San Paolo la pensa così quando scrive: «Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come se non l’avessi ricevuto?» (1Cor 4, 7). È tutto merito di Dio ciò che abbiamo: corpo, anima, salute, vestiti, intelligenza, capacità, ricchezza, ecc. Tanto è vero che, se Dio volesse, ci toglierebbe tutto in un istante solo.
L’umiltà è certo difficile da praticare, perché porta alla morte del proprio io e della propria superbia. Quanta superbia e arroganza c’è nel mondo! Anche solo al richiamo di compiere meglio il proprio dovere sul lavoro, subito ci si ribella. Tutti desiderano essere stimati dagli altri. Se qualcuno ci disprezza, ci arrabbiamo e vendichiamo. Di umiltà non se ne vuol proprio sentir parlare. Gesù però non la pensa così, quando dice:
«Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno, e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi… Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei Cieli» (Mt 5, 11). E ancora: «Chi vuol venire dietro a Me, rinneghi se stesso» (Mt 16, 24).
Purtroppo quasi nessuno capisce, o vuol capire, questa virtù. Solo i Santi l’hanno capita e messa in pratica. Un esempio: San

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Giovanni di Dio per diventare santo, si fece credere matto. Fu messo infatti in manicomio dove veniva spesse volte bastonato. Mentre riceveva le botte diceva agli infermieri: «Picchiate, picchiate più forte». Quelli all’inizio non se lo facevano ripetere due volte. Ma col passar del tempo si accorsero che matto non era, e quindi lo rimandarono libero. Allora, avendo visto quanto soffrivano i ricoverati negli ospedali, fondò la Congregazione dei Fatebenefratelli, con la finalità di curare gli ammalati, soprattutto i più poveri e abbandonati.
Morire a se stessi non significa disprezzare i propri talenti, le proprie capacità, gli studi fatti, la cultura, i doni di natura, l’intelligenza, le capacità nel lavoro, la ricchezza, e altre cose simili, che invece dobbiamo far fruttare, come raccomanda Gesù nel Vangelo. Morire a se stessi significa invece accettare in silenzio e senza lamentarsi il disprezzo degli altri, la loro poca o nulla considerazione nei nostri confronti, le offese, le maldicenze, le cattiverie, le vendette, le parole amare e sarcastiche, le situazioni difficili e dolorose in famiglia, il lavoro pesante e umiliante, la poca salute e tutto ciò che ci fa soffrire. Se fossimo tutti umili, le cose andrebbero davvero meglio: ci si amerebbe di più, ci sarebbero meno guai, meno dolori, meno guerre. Morire a se stessi significa anche chinare il capo e dire:
«Bene per me se sono stato umiliato» (Salmo 118, 71). E anche: «Sia fatta Signore sempre la tua santa volontà».
Chi, più di tutti, ha praticato tale virtù in modo veramente eroico? Gesù e la Madonna. Gesù durante la Passione è stato umiliato così tanto da dover dire:
«Io sono verme, non uomo, infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo» (Salmo 22, 7). Tutto ha accettato in silenzio: percosse, sputi, schiaffi, calci, flagellazione, coronazione di spine, e tante altre umiliazioni atroci.
San Paolo parlando della Sua Passione afferma:
«Apparso in forma umana, annientò Se stesso, facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce» (Fil 2, 8). Sì, Gesù, pur essendo Dio, si è lasciato calpestare, annientare, ed è per questo che ha potuto dire: «Imparate da Me che sono mite e umile di cuore» (Mt 11, 29).

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La Madonna non è stata da meno. Infatti nel Magnificat ha affermato di Se stessa che Dio l’ha scelta per la sua piccolezza. Davvero la Madonna era umile, soprattutto perché ha sempre considerato se stessa un nulla. E poi, anche perché ha accettato in silenzio la derisione e il disprezzo degli uomini. Prima di tutto perché al suo tempo, avere un figlio solo significava essere maledetti da Dio. Infatti la convinzione comune era: solo chi ha più di un figlio è benedetto. Anzi, più figli si avevano e più quella famiglia era benedetta. La famiglia di Nazareth era disprezzata anche per il fatto che era povera.
Infine, pensiamo a quando la Madonna ritornò a Nazareth dopo che Gesù era stato crocifisso. Molti avranno puntato il dito su di Lei, dicendo che era la mamma di un condannato a morte, e per di più alla crocifissione, quindi a quel tipo di morte che si era meritato il più delinquente di questo mondo.
L’umiltà è molto importante per chi vuol amare Dio, appartenere a Lui ed essere suo amico prediletto. Nella persona umile Dio abita volentieri. Infatti ha scritto l’Apostolo San Pietro:
«Rivestitevi tutti di umiltà gli uni verso gli altri, perché Dio resiste ai superbi, ma dona la Grazia agli umili. Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio, perché vi esalti al tempo opportuno» (1Pt 5, 5-6). E San Luca scrive: «Chi si umilia sarà esaltato» (Lc 18, 14).
Se un giorno arriveremo a possedere davvero l’umiltà, allora in Paradiso saremo annoverati tra i Santi. Non respingiamo le occasioni che Dio ci manda per esercitare questa bella virtù. Tutti i Santi l’hanno praticata, anche se a volte è costata sangue e morte. Ora però regnano con Dio in eterno. In Paradiso non c’è posto per i superbi, ma solo per gli umili. Termino riportando queste parole di Gesù che dovrebbero farci riflettere molto:
«In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel Regno dei Cieli» (Mt 18, 3). Se tale è la condizione, vien da chiedersi: «Chi mai si salverà?». Allora mettiamoci tutta la nostra buona volontà per essere umili come i bambini, altrimenti il Paradiso non lo vedremo neppure da lontano.

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Dagli scritti di Madre Provvidenza
(dettati da Gesù)


Figlia del mio Provvido Cuore Appassionato di Misericordia, ti amo par l’amor universal dell’arcangelo dòmo, par il perfetto odor de li cinepri. Par il biancor de la manna, par il fòco di tutto il mio, fatto in su sta terra e in fra l’aere.
Oh qual contento mi date, figli, in prece unita, in fra le mie braccia assisi, sul trono de l’Amor di sto Signore.
O, l’ora verrìa, figlio e figlia, e ne le ore nere, in su l’altar, in coro meco uniti, vocar par lo gregge negro.
Non timete li preti gubernator, ma è sto Signor che vi voca in union di Trinitade.
E tu, figlio di fide pieno, beato: «Beato sei su sto fango di terra».
Non ti macchiar il biancor del tuo spirto, di perfectitudo dotato, e ligato in fra madre tua.
Non timete! In libertade ti voglio figlio, par lodar sto Creatore con la figlia de la mia passione, par seminar in fra li conventi l’amor trino, che la Misericordiosa Passione voca par li messaggi de la mia crocefissa.
Figlia mia, amami, da te voglio l’amor.
Non timere, niun tuo detto o fatto è nascosto al Cuor del tuo Signore.
Non pianger li peccati tuoi, ma li peccati de lo monachesi
In ossequio al Decreto del Papa Urbano VIII, si dichiara di non voler attribuire altra fede a quanto di straordinario è narrato in questa rivista, se non quella umana, e di non voler prevenire il giudizio definitivo della Chiesa, alla quale la Redazione intende sottomettere tutto. Ciò è valevole anche per gli altri scritti, riportati nei numeri precedenti di questa rivista.
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mo, de lo vescovado, de li frati e de li preti, di l’alme negre.
Di vittime ho bisogno. E tu, figlio, beato che accompagni la carne del tuo Signore.
In libertade figlio ti voglio. In massima libertade.
Per umilitade di Trinitade, non porrìa signar più chiaro; ma bussate e l’ora arriverà. Addio.
Scrivi con sta penna: «In fra il 19 e il 20 dell’undecimo mese». Sono Gesù.
(Parole dettate dal Provvido Cuore Misericordioso di Gesù Appassionato ad Anna Maria Andreani. Cornale, notte tra il 19 e il 20 Novembre 1971. In fede, P.Luigi Graziotti).

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Figlia del mio Provvido Cuore Appassionato di Misericordia, ti amo par l’amor universal dell’arcangelo dòmo, par il perfetto odor de li cinepri. Par il biancor de la manna, par il fòco di tutto il mio, fatto in su sta terra e in fra l’aere.
Gesù manifesta ad Anna Maria il proprio amore, dicendo che Lui la ama pensando all'amore che l'Arcangelo dominatore (dòmo) ha per tutti gli uomini (amor universal).
Poi per la perfezione del profumo dei ginepri, per il biancore della manna e per il fuoco, cioè per l'ardore che ha messo nelle proprie opere
(di tutto il mio) compiute su questa terra e nello spazio.
Oh qual contento mi date, figli, in prece unita, in fra le mie braccia assisi, sul trono de l’Amor di sto Signore.
Gesù dice che è tanto contento, prova grande gioia quando ci vede uniti nella preghiera, e che durante tale orazione ci tiene tra le Sue braccia, che è il trono del Suo amore.
O, l’ora verrìa, figlio e figlia, e ne le ore nere, in su l’altar, in coro meco uniti, vocar par lo gregge negro.
Gesù ci assicura che verrà sicuramente l'ora in cui inizieremo l'Opera, e allora durante la notte (ne le ore nere) Lo preghe

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remo uniti insieme a Lui, attraverso la celebrazione della Santa Messa (in su l’altar), per le persone in peccato mortale (par lo gregge negro).
Non timete li preti gubernator, ma è sto Signor che vi voca in union di Trinitade.
Gesù ci raccomanda di non aver paura di quei Sacerdoti che hanno l'autorità di comandare (preti gubernator). Sicuramente si riferisce al mio Superiore Provinciale, che si opponeva con tutte le sue forze affinché io non uscissi dalla Congregazione. Ci rasserena dicendo che è Lui che ci chiama ad iniziare una nuova Congregazione, in accordo con il Padre e lo Spirito Santo.
E tu, figlio di fide pieno, beato: «Beato sei su sto fango di terra».
Gesù mi dice che sono fortunato, anche se vivo in un mondo pieno di peccati (fango di terra).
Non ti macchiar il biancor del tuo spirto, di perfectitudo dotato, e ligato in fra madre tua.
Gesù mi raccomanda di stare attento e di non macchiare la mia anima, dato che è bianca, e anche per il fatto che sono legato spiritualmente ad Anna Maria, che è mia mamma perché ho avuto il dono del Sacerdozio per merito suo.
Non timete. In libertade ti voglio figlio, par lodar sto Creatore con la figlia de la mia passione, par seminar in fra li conventi l’amor trino, che la Misericordiosa Passione voca par li messaggi de la mia crocefissa.
Anzitutto Gesù ci raccomanda di non aver paura. Poi dice a me di uscire dalla Congregazione, di liberarmi dal legame con essa per lodarLo, cioè pregarLo assieme ad Anna Maria, che è la figlia della Sua Passione, e poi anche per portare nei conventi l'amore della SS.ma Trinità: amore che la Sua Passione di Misericordia vuol far conoscere (voca), attraverso i messaggi che Lui comunica per mezzo di Anna Maria, Sua figlia crocifissa.

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Figlia mia, amami, da te voglio l’amor.
Gesù raccomanda ad Anna Maria di amarLo, perché da lei vuole solo l'amore. Cosa significa amare Dio? Significa accettare con gioia tutti gli avvenimenti gioiosi e dolorosi della vita, cercando di evitare i peccati e di esercitare tutte le virtù, soprattutto l'umiltà e la bontà.
Non timere, niun tuo detto o fatto è nascosto al Cuor del tuo Signore.
L'espressione di Gesù con la quale vuol rasserenare Anna Maria è comprensibile. Infatti le fa capire, che, come Dio, tutto conosce, persino i nostri pensieri.
Non pianger li peccati tuoi, ma li peccati de lo monachesimo, de lo vescovado, de li frati e de li preti, di l’alme negre.
Gesù dice ad Anna Maria di non piangere e non soffrire per i peccati che ha commesso, ma deve piuttosto piangere e chiedere perdono dei peccati commessi dai Monaci, dai Vescovi, dai Religiosi, dai Sacerdoti, e dalle anime che sono cattive (alme negre).
Di vittime ho bisogno. E tu, figlio, beato che accompagni la carne del tuo Signore.
Anzitutto Gesù afferma che per salvare le anime ha bisogno di persone che si offrono come vittime. Che cosa significa essere vittime? Significa mettersi alla completa disposizione di Dio, accettando volentieri anche le più atroci sofferenze. Con le altre parole Gesù fa un'affermazione che, umanamente parlando, sembra assurda. Paragona la carne di Anna Maria alla propria Carne. Infatti, dice a me che sono fortunato perché, vivendo vicino e accompagnando Anna Maria, è come se custodissi e accompagnassi la carne del mio Signore, cioè di Gesù (carne del tuo Signore).
In libertade figlio ti voglio. In massima libertade.
Gesù afferma di nuovo che devo essere libero completamente, e quindi di uscire del tutto dalla Congregazione, e che

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non resti nessun legame con essa.
Per umilitade di Trinitade, non porrìa signar più chiaro; ma bussate e l’ora arriverà. Addio.
Gesù dice che non potrebbe parlare più chiaro (signar più chiaro) di come ha parlato, e, questo, perché Dio è umile, e si abbassa fino a parlare alle Sue creature. Poi ci raccomanda ancora di chiedere ai miei Superiori (bussate) di lasciarmi libero, perché sicuramente l'ora della libertà arriverà.
Scrivi con sta penna: «In fra il 19 e il 20 dell’undecimo mese». Sono Gesù.
Gesù offre una penna ad Anna Maria, con la quale deve scrivere, e Lui stesso indica la data che è avvenuto questo Suo dettato. Poi termina assicurando che è Lui che detta.

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16 Giugno 2008
6° anniversario della morte di Madre Provvidenza

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Mezzi per diventare Santi

Facciamo una breve riflessione sulla principale finalità della nostra vita che è quella di diventare santi.
Tutti possiamo diventare santi. La santità è una porta aperta a tutti, e una meta che tutti possono raggiungere. Il grande Santo Agostino da Ippona, diceva:
«Se sono diventati santi questi e quelli, perché non posso diventare santo anch’io?». Con questo pensiero, e spinto da tale convinzione, si mise di buona volontà, e divenne davvero un grande santo.
Quali sono i mezzi per poter raggiungere la santità?
1- Anzitutto credere che ciascuno di noi è chiamato a diventare santo. Nessuno è escluso, neppure il più grande peccatore. Infatti c’è una frase che dice: «Deus vult omnes homines salvos fieri: Dio vuole che si salvino tutti gli uomini».
2- Il secondo mezzo è voler diventare santi a tutti i costi. C’è invece chi dice: «A me basta vivere bene, essere un buon cristiano, non far del male a nessuno. Mi basta entrare appena dentro la porta del Paradiso; ma, a diventare santo, non ci penso proprio». Questo purtroppo è il pensiero di molti, ed è un vero ostacolo alla santità. Ecco perché i Santi sono pochi, anzi pochissimi. Si ha paura di diventare santi perché si pensa che Dio chiederebbe tanti sacrifici, sofferenze, rinunce a coloro che volessero diventare tali. Non è vero questo, perché ciascuno di noi è chiamato ad una santità tutta propria. Non c’è nessun santo uguale ad un’altro. Non tutti i Santi hanno avuto per esempio le stesse sofferenze di San Padre Pio, eppure sono diventati santi anche loro.
3- Il terzo mezzo è: accettare, per amore di Dio, la propria vita così come Lui la permette, con tutte le gioie, le sofferenze, le soddisfazioni o le amarezze che giorno per giorno la vita ci presenta. Dice l’Apostolo San Paolo: «Hilarem enim datorem diligit Deus: il Signore ama chi dona con gioia» (2Cor 9,7). Non ci si deve mai lamentare di nulla, e soprattutto non si deve imprecare contro Dio perché succedono tanti guai nella propria vita. Ciascuna persona deve accettare volentieri la buona o la cattiva sorte, il successo o l’insuc

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cesso, la salute o la malattia, la ricchezza o la povertà, come ce ne ha dato l’esempio Giobbe, il quale, pur avendo perso tutto, benediceva ugualmente Dio dicendo: «Dominus dedit, Dominus abstulit. Sicut Domino placuit, ita factum est. Sit nomen Domini benedictum: Il Signore ha dato, il Signore ha tolto. Come è piaciuto al Signore, così è avvenuto. Sia benedetto il nome del Signore» (Gb 1, 21).
4- Il quarto mezzo è: vivere la propria vita cristiana con la maggior perfezione possibile, attraverso la partecipazione alla Santa Messa, la Confessione, e la S. Comunione frequente, con la preghiera in famiglia, e quella personale che esce dal proprio cuore, e che si esprime con tanti atti di amore a Gesù e alla Madonna durante la giornata. Tali atti di amore, dei quali nessuno si accorge ma che Dio vede, sono come tante perle preziose e tanti fiori che un giorno troveremo dopo la nostra morte.
5- Il quinto mezzo per diventare santi, e che è il più importante, ce lo suggerisce la Sacra Scrittura nel Deuteronomio: «Ascolta Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le tue forze. Questi precetti che oggi ti do ti stiano fissi nel cuore» (Dt 6, 4-6). Questo è il mezzo principale e più importante di tutti. Quando uno ama Dio così, è sicuro non solo di salvarsi, ma anche di diventare santo, e grande santo davvero, perché tutti i Santi hanno messo in pratica soprattutto tale Comandamento. Gli uomini del mondo in genere si preoccupano di accumulare ricchezze, e di mettere molti soldi in Banca. Per questo tante volte si creano litigi, guerre, odi, vendette, cattiverie, e molte cose simili; invece pochi pensano e si preoccupano di accumulare ricchezze in Paradiso. È la santità che ci accompagnerà per tutta l’eternità, e che sarà per noi motivo di grande gloria in Cielo, non le ricchezze di questo mondo, o l’essere stati belli, in buona salute, stimati, apprezzati, applauditi, divi del cinema, potenti, sapienti, intelligenti, ricchi di cultura: tutte cose queste che con la morte dovremo abbandonare per sempre. Gesù nel Vangelo raccomanda con insistenza di accumulare ricchezze per il Paradiso, dove né tignola corrode, né ladro ruba.

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L'Imitazione di Cristo

Libro I - cap. 9
OBBEDIENZA E SOGGEZIONE

1. È più sicuro obbedire
È una grande cosa stare nell'obbedienza, vivere sotto un Superiore, e non poter disporre di sé. Molto più sicuro è il vivere in sudditanza che in autorità.
Molti stanno sotto l'obbedienza più per forza che per amore; ci patiscono, e brontolano volentieri, ma non acquisteranno libertà di spirito, finché non si sottometteranno con tutto il cuore per amore di Dio.
Va' pure qua e là, ma non avrai quiete, se non sotto il governo di un Superiore, in umile soggezione. Il capriccio di cambiare luogo ha ingannato molti.


2. Ascoltare gli altri
È vero che ognuo fa volentieri ciò che piace, e simpatizza per quelli che la pensano come lui. Ma se Cristo è in mezzo a noi, bisogna qualche volta rinunciare alle nostre idee personali per amore della pace.
Chi è tanto sapiente da conoscere perfettamente ogni cosa? Dunque, non ti fidare troppo delle tue opinioni, ma volentieri ascolta anche quelle degli altri. Se la tua opinione è buona, ma la lasci per amor di Dio e ne segui un'altra, ne avrai maggior merito.
Ho sentito dire spesso che è cosa più sicura ascoltare e ricevere consiglio, che darlo. Può succedere che sia buona un'idea dell'uno come dell'altro, ma il non volersi adattare all'altrui punto di vista, quando la ragione o la circostanza lo richiede, è segno di orgoglio e di testardaggine.

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Se hai sete di luce 
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Aggiornato il: 14-11-08 .


Padre Buono, Padre Santo, Padre Misericordioso,
perdona le nostre colpe, preservaci dal fuoco dell'Inferno,
porta in Cielo tutte le anime,
specialmente le più bisognose della Tua misericordia,
converti i peccatori, salva i moribondi,
libera le Anime Sante del Purgatorio,
soccorri coloro che soffrono,
ed esaudisci coloro che si raccomandano alle mie preghiere.
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