Vita di Madre Provvidenza

 

Dettata da lei 12ª puntata

 

Cari lettori,

         in questa puntata, prima di continuare il racconto della vita di Madre Provvidenza, debbo fare una  premessa, perché dal luglio 1967 entra in scena un Sacerdote che starà al suo fianco per ben trent'anni. Tale Sacerdote, sono io: P. Luigi Duilio Graziotti. 

         Io sarò vicino a lei nella fondazione di varie opere missionarie, attraverso le quali verranno preparati e formati, con grandi sacrifici naturalmente, ben 150 Sacerdoti, che ora operano in tutto il mondo. Sappiamo che la Madre ha sempre avuto un grande desiderio nella sua vita: la santificazione dei Sacerdoti, attraverso le sue sofferenze e preghiere, e, qualora fosse stato possibile, anche mediante gli scritti epistolari, pur essendo non vedente. Come abbiamo visto nei capitoli precedenti, già diversi Sacerdoti aveva salvato, e aveva impedito che rinnegassero il loro Sacerdozio.

         È vero che la Madre era sempre alla ricerca della sua vocazione, e tante volte diceva a se stessa: «Che cosa vorrà da me il Signore?»; come dire: «Che cosa sarà della mia vita?», ma lei si poneva anche il problema, soprattutto pensando al futuro, all'indomani dalla morte di sua Mamma. E per questo motivo sicuramente avrà pregato e sofferto. Intanto, ecco il nostro incontro che avvenne il 1° luglio 1967 verso le ore 12. Premetto solo alcune notizie di me, riservandomi di narrare la mia vita nei capitoli successivi.

         Io appartenevo alla Congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù, fondata da P. Leone Gustavo Dehon, per cui si chiamano anche «Dehoniani».

P. Leone Gustavo Dehon

         Stavo frequentando la teologia a Bologna ed ero arrivato al termine del terzo anno. Ero diventato Suddiacono pochi giorni prima: precisamente il 24 giugno. Quindi mi mancava solo un anno per diventare Sacerdote.

         Avvenne dunque che, finito l'anno scolastico della terza teologia, i Superiori mi mandarono alla Scuola Apostolica del Sacro Cuore di Albino (BG),

 

 Scuola Apostolica del Sacro Cuore di Albino (BG)

 

affinché facessi l'Assistente ai ragazzi durante il mese di orientamento. Siccome alcuni giorni prima era diventato Sacerdote un mio Confratello, di nome Roberto Moretti, la sua famiglia mi invitò a pranzo per il due luglio, dato che, essendo domenica, si sarebbero riuniti tutti i Parenti del Padre per fare un buon pranzetto insieme. Ma in quella domenica si presentava un impedimento, perché proprio in quel giorno sarebbero entrati alla Scuola Apostolica circa ottanta ragazzi per un mese di vacanza, chiamato appunto mese di orientamento, o di prova, durante il quale i ragazzi, pur divertendosi, avrebbero capito se piaceva loro e se si sentivano poi disposti ad entrare in quel seminario minore, a ottobre, per studiare ed eventualmente  diventare Sacerdoti.

 

         Anche se un po' titubante, chiesi quindi al Superiore, che allora era P. Giuseppe Pedrazzi, se potevo recarmi a pranzo presso quella famiglia, in quella domenica. Naturalmente, come era da aspettarsi, la risposta fu decisamente negativa. Infatti, così mi rispose il Superiore: «Sarai mica matto! Proprio domani che entrano i ragazzi vuoi mancare tu? Sei venuto da Bologna per stare in mezzo a loro, e tu te vai tutto tranquillo a far pranzi a destra e a sinistra? Non sia mai. Vai oggi che è sabato, e chiedi scusa alla Mamma di P. Roberto, dicendole che, per motivi gravi, non puoi andare domani, e quindi ti ospiti a pranzo oggi. Anche se non ci sono tutti i Parenti non importa: basta che ci sia il figlio Sacerdote». Io insistetti dicendo: «Lei ha ragione Padre, ma sono sicuro che non mi terrà a pranzo, perché la festa è domani». Allora lui mi rispose in modo categorico: «Non importa: devi andare oggi! L'obbedienza vuole così». Obbedii.

         Presi il bus e mi recai alla casa di P. Roberto, che si trovava a Nembro (BG), paese confinante con Albino (BG). Arrivo a quella porta e busso. Potete immaginare che cosa provavo dentro di me in quel momento. Mi feci coraggio. Da dentro sentii una voce femminile che disse: «Avanti! Chi è?». Era la Mamma. Appena mi vide mi domandò: «Cosa fa qui Padre?». E io: «Purtroppo domani avrò un grosso impegno con i ragazzi, e quindi il mio Superiore mi ha obbligato a venire a pranzo oggi e non domani». Quella spalancò gli occhi come per vederci meglio, e poi disse: «Ma Padre, non sarà mica matto a venire oggi a pranzo che non c'è nessuno! È domani la festa, non oggi! E poi che cosa le darei da mangiare, due dita negli occhi? Via, via! Se ne torni a casa subito! Se non potrà venire domani, pazienza! Ma oggi proprio no, non ho nulla da darle da mangiare. La saluto!». Chiuse la porta senza aggiungere altro, e se ne andò. Mamma mia, che figura! In quel momento pensai che, se l'obbedienza aveva voluto così, un motivo ci sarebbe stato. Capii comunque che quella Mamma aveva ragione, e non poteva accettarmi a pranzo quel giorno. Così, con la pena nel cuore, e come un cagnolino bastonato, ripresi la strada del ritorno. Mi recai subito davanti alla chiesa di Nembro, in attesa del bus che mi avrebbe riportato ad Albino. 

Chiesa Parrocchiale di Nembro - San Martino

         Mentre aspettavo, ecco che una Signora, dall'altra parte della strada, mi fa cenno di recarmi da lei. Non me lo faccio ripetere due volte e chiedo cosa desiderava. «Padre, ci aiuti ad attraversare la strada, perché io sono anziana, e questa Signorina è cieca, e perciò abbiamo paura a causa del traffico». Come fummo dall'altra parte, la Signorina mi chiese: «Lei è un Sacerdote?». «No - risposi io - Sono un Chierico della Scuola Apostolica di Albino. Sono diventato Suddiacono alcuni giorni fa a Bologna, e fra un anno diventerò Sacerdote, a Dio piacendo». E lei: «Io non ci vedo; non vedo il suo volto. Sono diventata cieca nel 1964 a causa di un'offerta fatta al Signore per salvare un Sacerdote. Sono di Cornale. Padre, mi può scrivere qualche volta?». «Si, va bene, - risposi io -». Lei mi diede il suo indirizzo, e poi, essendo giunto il bus, ritornai alla Scuola Apostolica.

         Mi recai dal Superiore e gli riferii che non mi fu possibile rimanere a pranzo, perché la Mamma di P. Roberto non aveva nulla da darmi da mangiare, e che se fossi andato il giorno dopo sarebbe stata contenta. In caso contrario avrebbe presentato le mie scuse ai suoi Parenti.

         Il Superiore arricciò un po' il naso, e poi mi disse: «Va bene, va bene! Vai pure domani. Basta che tu rimanga qui in casa fino alle dodici per ricevere i ragazzi, e poi, cerca di ritornare almeno per le ore sedici». Così fu e tutto andò bene.

         Nei mesi successivi,  dico la verità, sentivo dentro di me come una voce che, con molta insistenza, mi diceva: «Scrivi a quella cieca, scrivi a quella cieca». Allora decisi di scriverle, iniziando così una corrispondenza che sarebbe stata assai frequente.

         Intanto Anna Maria continuava la ricerca della sua vocazione, non soltanto pregando e soffrendo, ma anche viaggiando per l'Italia, e soprattutto consultandosi con il suo Padre Spirituale.

         In attesa di scoprire la volontà di Dio, pur essendo ancora viva sua Mamma, incominciò a viaggiare e a scrivere ai Monasteri per essere accettata. Tutto fu inutile, perché nessun Monastero era disposto ad accettare una persona malferma in salute, e per di più completamente cieca.

         E così eccola nuovamente presso un convento di Suore. Ascoltiamo ora il suo racconto: «Un giorno mi trovavo ospite presso una casa religiosa di Suore. Ad un certo punto, avendo necessità di incontrarmi con il mio Padre Spirituale, P. Fernando D'Urbano, che si trovava a Chieti, domandai alla Superiora se c'era una Suora che mi potesse accompagnare. Saremmo andate naturalmente con il treno. Quella Superiora, tutta presa dal fervore di fare un atto di carità, mi disse: «No, no, andiamo con la macchina, e ci vengo anch'io». Io risposi: «Guardi, Madre, che si spende tanto ad andare con la macchina, e poi è così facile col treno!».

         Ma quella Superiora non volle sapere motivazioni: si vede che aveva voglia di fare una bella passeggiatina. «E poi, - mi disse -, è più bello e più comodo andare con la macchina: col treno si patisce il freddo». E io: «Meglio, così lo offriremo per la conversione e la salvezza delle anime». E lei: «Ma se tu vorrai fare la fondatrice, cara mia, dovrai smetterla di circolare con i mezzi  pubblici. Ci vorrà invece un bel macchinone,  altro che treni e trenini; altrimenti non combinerai mai nulla di buono nella vita». Io risposi: «Non sarò mai una fondatrice, perché non ne ho proprio la stoffa, e non sono neanche il tipo di fondare opere. Non credo d'avere aria di fondatrice.

         E poi non ci tengo assolutamente a far qualcosa per crearmi una posizione di altolocata. Ho troppa paura delle cose alte. A me piacciono quelle piccole e di bassa considerazione, anche perché sono figlia di poveri contadini e non di professoroni. Se Gesù vorrà che collabori con Lui per un nuovo tipo di vita religiosa non mi tirerò indietro, ma sappia che lo farò solo se Lui me lo imporrà attraverso l'obbedienza al mio Padre Spirituale.

         Sono felice di essere nata in mezzo alla povertà, d'aver mangiato sempre senza tovaglia e tante volte anche senza piatto, d'essere stata amica dei poveri e degli ignoranti, dei malati e dei peccatori. Il mio desiderio è solo di perfezionare me stessa attraverso l'obbedienza, il sacrificio, l'umiltà e la preghiera. Altro non ambisco - Poi soggiunsi - Va bene, andiamo con la macchina, ma vedrà, vedrà che Gesù le darà un segno, perché la macchina non è fatta per noi». Così fu.

         Lungo il viaggio incontrammo molta neve, perché era caduta durante la notte. Ad un certo punto, in mezzo ad una galleria, la macchina si ferma e non dà più segni di vita. Non vuol proprio più partire. Inutile ogni sforzo. Per di più non passava nessuno per quella strada. Allora quelle Suore molto spaventate mi dissero: «Perdonaci Anna Maria, se siamo state cocciute, e non ti abbiamo obbedito. Prega il Signore che ci dia una mano, altrimenti di qui non ci muoviamo più e dobbiamo trascorrere la notte al gelo». Allora io dissi: «Per questa volta il Signore vi perdona, ma dovete imparare che la vita religiosa a volte esige sacrificio e rinuncia, e non si può avere o fare tutto ciò che piace. Bisogna saper rinunciare qualche volte anche alle comodità. - Poi soggiunsi - Avete fede, voi?». «Si, Anna Maria!». «Allora pregate con me, e chiedete perdono a Dio di quello che avete fatto». Recitammo un bel Pater, Ave, Gloria, e una Salve Regina. Feci quindi un segno di croce, e, in nome della SS. Trinità comandai alla macchina di partire.

         Quale meraviglia ci fu nelle Suore, quando sentirono accendersi il motore senza che nessuno avesse girato la chiave. Questo fu un segno per quelle Suore, e capirono che nella vita non si devono sempre cercare le comodità, ma bisogna anche saper scegliere ciò che non piace, perché così si piace di più a Dio. Visto quanto era accaduto, tutte gridarono al miracolo.

         A Chieti c'era una comunità delle loro Suore, e la Superiora andò a chiedere ospitalità anche per me. Provai, certo, un po' di vergogna, ma, vista la loro gentilezza e carità, non rifiutai. Tutto serve per sentirsi poveri e per conservare l'umiltà.

         Una Suora di quel Convento mi aveva scelta per sua confidente. Cercavo però di conservare la prudenza, sapendola un po' chiacchierona. La Superiora all'inizio mi aveva confidato i grossi difetti di tale Suora, tra i quali quello che si perdeva in tante frivolezze che non hanno nulla  in  comunione  con  la vita religiosa. Era proprio molto superficiale.

         Cercai d'aiutarla a capire che Gesù non era contento di lei. E pian piano mi raccontò che per quattro anni era stata innamorata di un uomo e che di lui conservava come regalo un anello e alcune foto, nonché molte lettere che mi lesse e che trovai brutte assai.

         Che dolore! Povero Gesù! È proprio vero che molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti. Ma come si può ammettere che un'anima religiosa abbia il coraggio di innamorarsi di un uomo invece che di Dio?

 

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