Don Aldo Prato- Sacerdote di Cristo per sempre

 

 

Don Aldo Sacerdote Parroco di Cristo Re

 

 

 

Profilo biografico

 

Nato a San Severo il 27 aprile 1927, tra gli ultimi di una buona “nidiata” di figli, Don Aldo, in soli 60 anni, compiva la sua storia umana.
Biondo, mite, pieno di vita, come tutti i bambini, di intelligenza precoce e perspicace, mostrava un’indole riservata e raccolta, sobria nell’espressione dei suoi sentimenti. Si imponeva all’attenzione, accattivandosi l’affetto di quanti lo avvicinavano:
i ragazzini del rione, i compagni di scuola, di chiesa, i sacerdoti che lo conoscevano, i suoi insegnanti, i vicini di casa.
Ai fratelli e alle sorelle la sua amabilità carpiva carezze e coccole, anche se non mancava chi pretendeva, con qualche ceffone, di correggere la sua prontezza a riferire alla mamma quello che avrebbe dovuto essere un segreto fraterno, della cui “onestà” non doveva essere troppo convinto.
Ad 8 anni, perfettamente ferrato nella conoscenza del Catechismo, nella Parrocchia di San Severino, riceveva la Prima Comunione da quell’uomo di Dio che fu Don Ernesto DAlfonso”, come amabilmente ricordava.
Tutto raccolto nel bel vestitino di velluto nero che mamma Adelina gli aveva preparato, “Alduccio” apriva il cuore all’invasione divina.
Da quel giorno Don Ernesto non se lo tolse più di torno: meglio ammetterlo al corso per aspiranti chierichetti! Fu un successo: superò la prova, imparò, in latino, tutte le preghiere della Messa, perché un chierichetto, all’epoca, per servire la Messa , doveva saper rispondere in latino a tutte le preghiere del celebrante.

Ma è poco essere chierichetto, vuole essere “Don Ernesto”!
La mamma, la sorella maggiore Fiorenza e, in genere, gli adulti di casa, venivano puntualmente invitati ad uscire a passeggio e, quando aveva la fortuna di trovarsi solo, “don Aldo” si preparava l’altare e celebrava “la messa”. Un tavolino, un asciugamano bianco, il quadretto di Gesù e quello della Madonna, il Crocifisso al centro, un libretto di preghiere (il messale), un bicchiere coperto da un fazzoletto (il calice), una scatolina di cartone con le ostie (la pisside), due candele: l’altare è pronto.
Aveva un segreto alleato, il sacrestano di San Severino, che gli dava le ostie e lo aveva fornito anche di una “bellissima” stola che non serviva più. Quando mancavano le ostie, se le faceva di carta. Poi indossava i paramenti: una camicia bianca di giusta lunghezza era il camice, un pezzo di spago il cingolo, la stola del sacrestano completava il paludamento.
I bambini del rione, chiamati a raccolta, “facevano” i fedeli. Iniziata la messa, somministrava la comunione con le ostie di farina o di carta, che i bambini ingoiavano senza tante storie e, più di tutti, ne ingoiava la sorellina Liliana, la compagna dei suoi giochi. Alla fine impartiva la benedizione.
Ma c’era un seguito!
I ragazzini, in frotta, lo tempestavano di domande di ogni genere: “don Aldo” li teneva galvanizzati per ore con le sue risposte. Concludevano il gioco le immancabili processioni nella stradina di vico Fabbri, sotto lo sguardo divertito dei vicini di casa e delle vecchiette che si commuovevano a vedere “u’ prvtozz” che portava, davanti a tutti, la Croce.
Tra
questi unici svaghi cresceva in età e grazia.
Concludeva il primo ciclo di istruzione elementare. Aveva due possibilità di continuare gli studi: iscriversi all’Avviamento professionale o al Ginnasio. Optò per il primo, perché esente da tasse scolastiche.
Cominciava il secondo corso di studi quando già l’attrattiva divina si faceva irresistibile: attraverso le vie imperscrutabili del suo gran cuore, il Divino Maestro non cessava di calamitarlo a Sé.
Ogni anno si svolgeva puntualmente la novena alla Madonna del Carmine, che vedeva la Chiesa a Lei dedicata straripare di fedeli, fino alla piazza antistante. All’interno echeggiavano i bei sermoni dei Padri carmelitani venuti da Firenze e gli inni devoti inneggianti alla Vergine Santa: potente inventivo per l’anima aperta alla Fede.
Don Aldo, che frequentava assiduamente la chiesa, si fece amico dei Padri: Padre Martiniano, Padre Alfonso... Sui mantelli bianchi dei predicatori sgranava gli occhi; la mente e il cuore, già proiettati verso la vocazione, si nutrono alle parole ispirate delle meditazioni sulla Vergine. Aveva solo 13 anni quando confidava a Padre Martiniano il suo proposito di appartenere solo a Dio e la volontà di seguire il Carmelitano a Firenze, per compiere gli studi e arrivare al Sacerdozio.
Il16 luglio 1940, con altri due coetanei, partiva alla volta di Firenze, per entrare alla “Castellina”.
Il conflitto mondiale era in pieno svolgimento; poco più di un mese prima l’Italia era entrata in guerra. Alla Castellina rimaneva fino al compimento della terza ginnasiale. Stava per iscriversi al quarto anno quando, l’8 settembre 1943, l’Italia chiedeva la resa agli angloamericani. Il giorno dopo le truppe tedesche, che presidiavano l’Italia, invadevano tutta la Penisola e requisivano edifici pubblici e privati, compresa la Castellina dei Carmelitani. Ai Padri e agli allievi venivano lasciate pochissime stanze per l’alloggio. L’invasione comportò per tutti fame, freddo, pericoli di ogni genere. Il sistema nervoso del giovinetto ne risentì profondamente: urgeva un ricovero in ospedale per le cure necessarie. Recuperava appena le forze quando si profilò per lui il pericolo di essere deportato in Germania. Lo salvò un ufficiale medico tedesco. Firenze venne liberata, ma l’Istituto dei Carmelitani fu irrimediabilmente devastato; il ritorno a San Severo fu inevitabile.

Come Dio volle, dopo giorni e giorni di viaggio, il giovane raggiunse i suoi familiari: correva l’anno 1944. Le condizioni fisiche erano indescrivibili, ma altrettanto indescrivibile era la sua statura morale e spirituale.

L’esperienza della Castellina fu fondamentale nella storia della vocazione di Don Aldo. Il silenzio austero e l’intenso misticismo diventarono per lui sorgente di squisita religiosità.

Il giovinetto veniva aiutato a scavare nel profondo del cuore per attingervi, chiara, la rivelazione di una vocazione incipiente, ma decisa, e, nel rigore monacale della Castellina, nella soffusa dolcezza della mariana pietà, prendeva dimestichezza col soprannaturale.

Lotte, privazioni, malattia, indigenza provarono, ma non scalfirono la sua vocazione né la sua tempra morale. La necessità di cure e di riposo lo costrinse ad una forzata interruzione degli studi. Mentre si curava, tornava nella sua Parrocchia, San Severino; lo accoglievano l’affetto dell’antico Maestro, Don Ernesto, e le sale parrocchiali brulicanti di bambini, adolescenti e giovani, che andavano in Chiesa a istruirsi nelle cose di Dio.

Nell’Azione Cattolica, in qualità di delegato aspiranti, il giovane Aldo aveva radunato una cinquantina di adolescenti nell’aula più piccola: un miracolo farceli star dentro e un miracolo ottenerne il silenzio per tutta la durata dell’incontro.

Col recupero della salute, riprendeva gli studi, prima privatamente, fino alla licenza ginnasiale, successivamente al Liceo classico “Matteo Tondi”, dove Docenti e Preside lo ebbero carissimo per le sue particolari doti di intelligenza e di cuore.

 

Nel luglio del 1950 conseguiva la licenza liceale con ottimi voti. E’ deciso a farsi sacerdote. Altrettanto decisi sono i familiari ad impedirglielo: lo avevano visto recuperato alla salute e temevano, per lui, i sacrifici del Seminario.

Fu rocambolesco il suo approdo in Seminario: nottetempo, brandina e materasso in spalla, cerca alloggio e accoglienza. Rettore del Seminario era all’epoca il compianto Don Peppino Stoico: a lui il giovane aspirante al Sacerdozio affidava il suo disegno di consacrarsi al Signore; a lui, negli anni 1950-51,veniva assegnato dalla Santa Sede, con nomina pontificia a firma del Card. Pizzardo, quale discepolo dell’intero arco delle discipline filosofiche: Logica minore e maggiore, Metafisica generale e speciale, Ontologia, Psicologia e Teodicea.

Così lo ricordava, nella sua commemorazione, l’antico Maestro: “.. .apparentemente schivo, fisicamente fragile, caratterialmente severo, duro, esigente e intransigente, quando c’era di mezzo la coscienza, ma intellettualmente superdotato, potenzialmente ricco di capacità di sintesi e di spirito critico, sensibilissimo al dibattito teologico e all’aggiornamento culturale, fortemente volitivo, passionalmente impegnato nella formazione di laici militanti, testimone insonne della carità pastorale per i bambini, i poveri, i malati e i moribondi che costituivano il suo amore preferenziale, che egli viveva, senza tempo, con un’aggressività dirompente contro ogni tentativo di conformismo e rassegnata assuefazione al compromesso.”

 

A fine corso il promettente seminarista sosteneva brillantemente l’esame presso il Seminario Superiore di Benevento.

Nel Seminario di Posillipo, tra i Padri Gesuiti, per volontà del Vescovo Mons. Francesco Orlando, completava la sua preparazione al Sacerdozio col corso quadriennale di Teologia per giungere alla vagheggiata Ordinazione, per le mani dello stesso Vescovo, il 10 luglio 1955.

Da quel momento, la sua evangelica operosità non conobbe soste. I primi due anni fu Vice-parroco nella Parrocchia di San Nicola. Seguirono otto anni di servizio alla Chiesa e alla Diocesi, sempre come Vice-parroco, in Cattedrale, dove ricevette anche la nomina di Canonico del Capitolo.

Nei due anni successivi fu nominato Vice-rettore del Santuario della Vergine del Soccorso.

 

Finalmente, il 7 aprile 1968, ricevette la nomina di Parroco di quella che lo avrebbe visto spendere tutte le sue forze fisiche e spirituali, fino al supremo anelito della sua vita: la Parrocchia di Cristo Re.

Già un sogno premonitore lo aveva preparato a questo, un sogno che egli qualche volta amava raccontare con rispettosa devozione: la Madonna del Soccorso si anima e lo invita a seguirLa alla testa di una processione che si snoda per il viale della Stazione e si ferma davanti alla Chiesa di Cristo Re.

Approdò in Parrocchia con un programma preciso che improntò tutto il suo ventennale ministero: “Promuovere nelle anime l’esperienza del Divino”. Sintetizzava la via da percorrere nei tre candori: la bianca Eucarestia, la bianca Vergine, il Bianco Padre.

Per una maggiore conoscenza della Fede volle dotare la Parrocchia di una nutrita Biblioteca, sempre oggetto delle sue premurose attenzioni: era convinto che la cultura, di cui egli era dotato in una misura non comune, se rettamente orientata alla ricerca del vero, è propedeutica al raggiungimento del Vero Sussistente.

Il suo instancabile zelo si espresse in fecondità di opere: le SS. Missioni parrocchiali, i Ritiri spirituali, le Missioni quaresimali nei rioni della Parrocchia, gli immancabili incontri annuali con tutte le famiglie attraverso la benedizione pasquale delle case, che venivano da lui puntualmente rivisitate quando le trovava chiuse, la consacrazione dei condomini al Sacro Cuore, le Accademie “pro Pontifice et Ecclesia”, le “Tornate eucaristiche”, i corsi di Esercizi spirituali , la sua opera di Formatore di anime attraverso l’esercizio della Direzione spirituale, che offriva a piccoli e grandi con una dedizione che lo occupava senza limiti di tempo. Ma... al tempo non badava mai! Ne sanno qualcosa gli uomini che si intrattenevano con lui fino ad ora inoltrata al tepore del camino o al fresco del giardino nelle serate estive:

altra occasione per continuare la sua opera formativa. Parroco di Cristo Re!

 

Bisognava in tutti i modi rendere la Chiesa il più possibile espressiva della Corte Divina! Da qui il significato del decoro ricercato anche nelle piccole cose: intuire i “fasti” di lassù, per ricopiarne almeno qualche traccia, perché Cristo Gesù fosse glorificato anche in terra come in cielo.

In questa prospettiva le varie opere destinate a rendere splendido il Tempio di Dio: il Fonte Battesimale, la nuova pavimentazione, la Cappellina alla Madonna di Fatima con l’artistico altare in onice pregiato, la rinnovazione dell’Altare centrale con l’erezione del nuovo Trono-Ciborio, voluto “più dignitoso e artisticamente pregevole per rendere l’Augustissimo e Divinissimo Sacramento centro e cuore della pietà parrocchiale”, fino al mosaico absidale, in cui la Parrocchia contempla il regale splendore della Vittoria di Cristo sull’anticristo.

 

Le sue premure paterne, la sua Anima di Apostolo, sensibile ad ogni umana e sociale problematica, si materializzavano nella fondazione della bella Scuola Materna “S.Domenico Savio” e già sognava un altro “Asilo” per gli anziani, per i poveri, per i soli. Ed “un’ala” doveva essere riservata ai confratelli sacerdoti che, tra i soli, vedeva i più soli.

Qui le fragili forze, in una sola settimana, finirono col cedere al potere della morte. Una febbre più irriducibile del solito lo prostrava fino a recidere il tenue filo della sua resistenza. Ma... quale la vera causa di una morte così inaspettata? Molto significative le parole del suo Vescovo, Mons. Cassati: “Se muore adesso, a 60 anni, è perché il suo fisico non ha più retto. Non è una broncopolmonite che può mandare oggi alla tomba... Tutto quello che è successo.. .è la candela che, arrivata alla fine, si è spenta, non potè più continuare e si è spenta perché per 20anni non ha voluto conoscere ferie, non ha voluto conoscere riposo, non ha voluto conoscere se non la sua Chiesa, il suo Confessionale, il suo Altare, la sua Eucaristia e la sua Immolazione...”

 

Sommario 

 

 

Sacerdote di Cristo, per sempre  

 

“E’ necessario che il sacerdote sia attento, è necessario che, ogni volta che un’anima passa vicino a lui, ogni volta che un’anima gli porta il mistero che si svolge, che si forma in lei, è necessario che egli possa comprendere, possa leggere, possa distinguere quello che è dell’uomo e quello che è di Dio, ed è necessario che egli sia capace di constatare, anche per esperienza e per una sorta di permanente controllo, in quale misura le grandi cose che egli ha scoperto nel Cuore di Cristo, all’Altare, sul Calvario o nel Vangelo, in quale misura tutte queste cose operano in quell’anima, si realizzano in quell’anima... E’ a questo livello che Dio lo ha collocato ed è questo, e non meno, che Dio vuole da lui. Dovete comprendere che uscendo dal raccoglimento e dall’intensità di questa comunione con Dio, egli può, quando vi passa accanto, dirvi delle parole che non avete mai inteso, predirvi ciò che dovete fare per trovare il Padre vostro che è nei cieli, lacerare, in qualche modo, tutti i veli che vi celano l’orizzonte... (P. Vallée, da “Questa presenza di Dio in te”).

Chi è vissuto all’ombra delle premure sacerdotali di Don Aldo queste realtà le ha sperimentate e di queste realtà non vuole perdere la memoria. Se si considera, poi, che egli è stato Parroco, si dirà che tutta una Parrocchia è stata oggetto delle sue sacerdotali premure. Ricordare significa risvegliare gli affetti più profondi, significa esaminarsi e abbandonarsi alla mestizia del cuore se, chi è stato depositario delle sue attenzioni, ha fatto cadere nel vuoto il sacerdotale desiderio di consegnare a Dio, nel tempo e per l’eternità, le anime destinate alle sue cure.

Ancora oggi il suo insegnamento è più vivo che mai. Quanto soleva dire, nelle omelie funebri, ai familiari affranti è vero anche per lui: “Non sono morto, vi seguo, vi vedo, vi amo, so tutto di voi, intercedo per voi!”

Sì, don Aldo è una persona di cui non si può parlare come se non fosse più. E’ l’undicesimo anno della sua morte e, sempre, nell’arco di questo tempo, è stato dato di cogliere calde testimonianze di affetto alla sua memoria.

Segno che le anime gli sono sempre care, segno che, per vie segrete, egli continua ad evangelizzare: “L’Amore divino è vero, vero è il Paradiso, come vero è il peccato e l’inferno destinato ai peccatori “.

Sprona ancora a quello che i figli di Dio devono fare per piacerGli: “Rinnega te stesso, prendi la tua croce e seguiLo!”. Con Dio non ci sono “se” e non ci sono “ma”.

Con la ricchezza divina si può barattare la nostra povertà, se si prende la via giusta, anche se austera. Lo stile di vita di Don Aldo era austero e non si può dire che non fosse austera la sua parola. Ma... non deve essere così se esemplare è la dignità a cui deve pervenire il Sacerdote, particolare la sua bontà, pura la dottrina, senza misura il coraggio, senza tempo l’immolazione, fine, caritatevole, umile il tratto? Così il Sacerdote è credibile, perché così è specchio di Cristo e cuore della Chiesa.

Il Sacerdote, già per dono di vocazione, è un alter Christus: al suo cospetto l’io umano si disarma e si apre al fascino della bontà e della santità. E’ la dimensione nuova che la Grazia divina dona alla vita umana e, quando questa vita s’innesta nel sublime dono del Sacerdozio, non abbiamo che da contemplare il Divino nell’uomo.

Don Aldo era un uomo radicalmente annientato nella realtà del “suo” Sacerdozio e nulla, pertanto, gli apparteneva che non fosse di Dio. Ecco perché poteva parlare di Dio donandoLo!

La Parrocchia di Cristo Re è stata per venti anni la beneficiaria di tanta forza apostolica. Si è svolta qui la storia del Parroco ardente che ha lanciato il suo “piccolo gregge” nelle più ardite esperienze della Fede e dell’Amore.

“Promuovere l’esperienza del Divino nelle anime, prendendo dimestichezza con se stessi e col soprannaturale: il programma del suo ministero di Parroco, al fine di immergere la creatura nella “nuvola di Dio “.

“Dio è intimo a te più di quanto tu non lo sia a te stesso”.

Cominciava da qui la sua opera di Formatore di anime. E quanti non si sono visti trasformati nella loro originaria struttura, quanti non ha aiutato a sollevarsi dalla valle del pianto, di quanti non ha temperato o vinto la ribellione!

Portare nel regno della libertà, dell’armonia, della verità: il suo scopo.

Scavava nel profondo, accompagnava con decisa, ma dolcissima autorità, il cammino di formazione fino a vincere le tante resistenze alla Grazia.

Chi gli si affidava provava sgomento e sicurezza. Sgomento perché si trattava di attraversare, tutte, le “regioni” della propria natura decaduta. Sicurezza perché la sua era la mano di esperto che quegli itinerari aveva familiari, avendoli percorsi e sperimentati in sé. E, nella sicurezza della via, il coraggio di guardare in faccia la propria realtà, di chiamare col suo nome, senza indulgenze, tutto ciò che si oppone a Dio: nel rinnegamento del proprio io si può assaporare la gioia della libertà dei Figli di Dio.

Prendere contatto con te stesso, discendere, attingere la rivelazione di quel che sei, non è che la via introduttiva che mena al Cuore dell’invisibile. Le due stazioni radio sono queste: là, nel mondo dell’Invisibile, il Cuore Eterno, il Cuore-Fonte, qui, nel mondo della visibilità, nelle profondità di tutte le stratificazioni, il tuo cuore: Eterno il Suo, ma immortale il tuo; Fonte quel Cuore, serbatoio di quella Fonte il tuo”. E’ uno dei suoi magistrali insegnamenti col quale, partendo dall’umano, faceva pervenire a Dio.

La Grazia non rinnega la natura, ma la suppone e la sublima... Si tratta di non riservare nulla al proprio io e di permettere a Cristo Gesù, il novello Adamo, non di rattopparti, ma di rifarti tutto daccapo...

Sentiti confuso pensando che il Figlio di Dio ha voluto adeguarsi a te... il tuo corpo è strumento di gloria, perché assunto dal Figlio di Dio”.

E le sue rivelazioni nell’ordine soprannaturale?

“La tua anima, la «tua» anima, è l’Alito Santo di Dio, immediatamente soffiato nell’essere tuo. Dunque, tu hai qualche cosa che ti viene dato immediatamente da Dio, di stirpe e di origine divina, di fattura divina “.

Con caldi accenti tratteneva i suoi all’interno del recinto della Chiesa.

Partendo dall’accorato lamento divino: “Avete lasciato Me che sono la Sorgente e vi siete rivolti alle cisterne”, aiutava a vedere giusto.

“Tu hai diffidato della Confessione, non hai creduto più a quella Confessione dalla quale, quando tu ti levavi un tempo, ti sentivi alleggerito, ripreso, contento”.

E non mancava il confronto col Vangelo.

Quando presentano a Gesù il paralitico, Gesù comincia a guarire, a purificare dall’inquinamento del peccato «confida, o figlio, ti sono rimessi i tuoi peccati!» “.

Al termine del percorso, l’invito ad aprirsi al ministro di Dio:

“Cara anima, dove vuoi rivolgerti? Tu sei di origine divina e, allora, senti la parola del Divino Maestro che, solo, può educart4 può curarti, può allevarti e alleviarti...”

E la spinta al Divino Abbandono:

“Fate questa preghiera semplice: « Signore, io sono tua proprietà! Io non sono mio, io sono tuo. Sì, è cara la mia vita a me, ma io sono più caro a Te; è cara a me la vita di mio marito, ma so che è più cara a Te; la vita dei miei figli mi è cara, certo, ma a Te è più cara. Se muoio, muoio a Te, se vivo, vivo a Te, se perdo, la perdita è tua; se vinco, la vittoria è tua.» “.

Tutto si eleva, gli orizzonti si dilatano!

E, per rendere più facile il cammino, sulla scia di Teresa di Lisieux, l’invito a farsi piccoli:

“Torna ad essere bambino, ritrova in te il fanciullo evangelico, il fanciullo uscito dal Battesimo e ti sentirai riposare, cadere riposato in Dio. Ti accorgi di un mare senza argini e senza fondo, ma è bello, dolce naufragare in questo mare... Finiscono le depressioni tenebrose, le ansie finiscono. Abbandonato nelle braccia della Provvidenza, di quel Dio che tutto vede e provvede in numero, peso e misura, tu avrai la gioia di sentirti il neonato che viene dondolato soavemente nella culla. Culla sono le braccia del Padre nostro che è nei cieli, culla sono per te le braccia distese del Divino Crocifisso, culla è al tuo cuore lo Spirito Santo, il quale ci avvolge, ci penetra, ci lambisce e ci ristora, ci ripristina e ci dà vita”.

Né mancava, nel cammino di formazione, la presenza della Mamma, per la quale i suoi accenti diventavano infuocati.

La Tesoriera di tutta la potenza soprannaturale è la nostra dolcissima Mamma, la quale è una con noi... Solo Lei può plasmarci solo Lei possiede il carisma della pedagogia dei figli di Dio. Lei è l’Educatrice nata, in quanto è toccata a Lei l’incomparabile, esclusiva ventura di formare l’Umanità del Figlio suo, affinché fosse consentanea al formidabile mistero del Verbo Divino che vi si celava.

 

A Lei rivolgiamoci con una fiducia sconfinata; è Lei che deve prepararci le disposizioni di mente e di cuore, di sentimenti, di affetti, di anima e, vi dirò, di corpo pure.

Noi fidiamo in quest’opera segreta, che Lei svolge, di liberarci dai tossici che si annidano in noi con lo stesso respiro dell’anima, di liberarci dagli umori, più o meno acidi che si accumulano in noi.

E’ l’avvio, anime benedette, di tutta un’opera di disinfezione e, pertanto, di rigenerazione. Chiara vedrai la tua anima, tersa, come un brillante, e ti accorgerai che proprio in quel brillante filtra il Divino Raggio, così che tu debba sentire la tua unità intimissima con quel Dio che inabita in te: Tu-io, Signore, io-Tu.

Che sicurezza è per noi sapere di avere la Mamma e la Mamma del Gran Re!...

Qui si trascende ogni possibilità di presa mentale. Per poter dire qualcosa, occorre che si passi ad occhi bendati nella luce della Fede “.

“Aldo fa parte dei profeti del nostro tempo” ha affermato di lui il confratello e amico Don Mario Lozupone “un profeta che ricorda.., che senza Dio, senza Cristo non si va avanti...”

OPORTET ILLUM REGNARE” è scritto sul mosaico absidale di Cristo Re.

Bisogna che Egli regni perché, fuori della civiltà di Cristo, non rimane che la civiltà della morte.

Il mosaico è l’espressione più eloquente della pedagogia di Don Aldo.

L’Empireo col Creatore al vertice della rappresentazione iconografica indica la meta a cui pervenire.

In basso, gli angeli ribelli, i mali e le debolezze dell’umanità attestano il regno creato dalla disobbedienza.

Si snodano, tutti, i miti dell’odierna civiltà: il demonio del potere e dell’avidità che agguanta denaro e ricchezze, i simboli e i trofei dei vari poteri delle ideologie materialistiche, che attestano i frutti del potere del male.

Ad essi si accompagnano la dissoluzione della società e della famiglia, la strage degli innocenti a cui la follia edonistica ha voluto negare il diritto alla vita: è il regno del Male in lotta impari col Bene. Perciò...

“E’ NECESSARIO CHE EGLI REGNI”.

In alto si erge la civiltà del Cristo: il Redentore benedicente con accanto la Vergine Maria , nella Sua dignità di Madre del Salvatore, i Santi presenti alla devozione dei fedeli della Parrocchia, l ‘Antico Testamento, il Nuovo Testamento, i Padri della Chiesa, la Chiesa di oggi: all’incalzante olocausto dell’odierno materialismo I’Humanae Vitae oppone il sommo dei valori: la Vita.

Sarebbe lungo illustrare tutti i dettagli del Mosaico, che, nelle intenzioni di don Aldo, doveva significare per i fedeli la Bibbia accessibile a piccoli e grandi, attraverso la forza suggestiva delle immagini.

Quanto si muove nel mosaico diventa, per don Aldo, trampolino di lancio per la sua azione apostolica e pastorale.

Se non è possibile convertire il mondo, si può partire dall’uomo che vive nel mondo, dal singolo uomo, anzi dall’uomo appena in boccio: la piantina sana darà albero, fiori e frutti sani!

Da qui il suo amore per i piccoli, amore di predilezione che crea opere e prima fra tutte la Scuola Materna “San Domenico Savio”, “nido caldo” dove i bambini devono poter respirare e prosperare all’ombra di Dio. Se Domenico Savio è il protettore dei più piccoli, carisma della virtù immacolata del Santo è il riferimento per i più grandi dell‘Oratorio.

Brulicavano di fanciulli e di fanciulle gli Oratori. La gaiezza infantile faceva risuonare le sale parrocchiali, i “cori benedettini” delle voci bianche toccavano i cuori dei grandi, nelle grandi occasioni delle feste eucaristiche e mariane di Cristo Re, ma, soprattutto, intenerivano il Cuore di Dio. Erano i primi protagonisti della vita parrocchiale i bambini, i “padroncini di casa “, i primi apostoli che annunciano alla folla di fuori che è bello e piacevole stare nella Casa del Signore, e vi si vuole abitare tutti i giorni della vita.

Era un’impresa per le catechiste rimandare i bambini a casa e convincerli al rispetto dell’orario.

E Don Aldo guardava divertito, come divertito veniva ad imboccare i bambini nel refettorio dell’Asilo, come divertito vedeva i bambini, e anche chi non era più bambino, consumare gustosamente il panino dopo la Messa dei fanciulli.

“Nonna Tittina” ne preparava a centinaia, il fornaio doveva portarli morbidi e caldi. La colazione “in loco” serviva a trattenere i bimbi anche dopo la Messa ; li avrebbe tenuti per tutta la giornata, se avesse potuto, pur di non saperli tra i pericoli della strada.

Ogni stagione aveva le sue sorprese: le caldarroste in autunno, le “scorpelle” d’inverno, le ciliegie, le fragole a primavera, l’anguria al fresco del pozzo nelle torride giornate di luglio.

“Don Aldo amava i bambini a prima vista”, proclamava un piccolino di appena sei anni nella felice intuizione che l’Amore era il primo agente di tanta “fantasia”.

 

 

 

 

Agli adolescenti e alle adolescenti indicava il fulgido esempio di S. Maria Goretti, la cui festa, preparata dal triduo, dai canti, dalle toccanti emozioni, era uno splendore soffuso di fragrante innocenza, che faceva capire il martirio dei puri e faceva anche sognare!...

“Dovete passare attraverso il fuoco senza bruciarvi, dovete passare attraverso il fango senza sporcarvi diceva, senza timore di chiedere troppo! E... gli si credeva!

Per tutti aveva una guida da indicare: alla Comunità parrocchiale la vittoria del Cristo sull’Anticristo, alle mamme il fulgido modello della Mamma di ogni mamma, la sorgente stessa della Maternità.

Per Lei bisognava passare per rendere casto l’amore materno, a Lei ispirarsi nella difficile arte di educare l’umanità in boccio o di introdurre alla vita in una società frastornata, confusa e, spesso, prigioniera dei suoi stessi equivoci.

Ai papà insegnava ad essere “tutti d’un pezzo”. Ad essi toccava rivelare i veri valori, quelli che vanno individuati nelle realtà che non mortificano l’uomo, ma lo salvano, lo realizzano, lo promuovono.

A loro affidava la difesa dei figli da un progresso talora disumano e disumanizzante, la difesa dall’aridità della nuova era tecnologica. Per essi era il pressante richiamo all’irrevocabile comando divino di amare.

Sull’esempio di San Giuseppe, geloso custode di Gesù e della Vergine, essi dovevano significare, nella casa, la sicurezza, la Fermezza , la inequivocabilità, l”ubi consistam”, insomma, della famiglia.

Per le mamme e i papà ci si mobilitava nei giorni a loro dedicati dalla economia consumistica e li si onorava con preghiere, accademie e canti, restituendo al sacro tutte le attenzioni alla maternità e alla paternità.

 

Per l’ultima età e per i poveri egli trepidava.

Trepidava avvistando le forze sinistre ammantate di falsa pietà, che valutano l’uomo in chiave di produzione. Dopo l’attentato alla vita appena concepita, un altro crimine orrendo si prepara contro l’uomo e contro Dio.

Ecco perché è necessario richiamarsi alla Legge divina, al divino Legislatore che, per salvare all’uomo la “vita”, ha sacrificato Se stesso.

Ha rotto tutti gli argini della prudenza, Don Aldo, quella sera d’inverno, quando si chiudeva la porta della sacrestia lasciando dentro, al caldo, un ospite: Nicolino Polignone. Il giorno dopo Nicolino è dei nostri: lui, piuttosto, deve adattarsi alla vita umana! ... Ora ha vestiti nuovi che gli stanno “stretti” perché i “cenci” gli erano più comodi, un piatto caldo e cibi consueti, ma si deve cambiare menu perché deve arrangiarsi senza denti, ha un letto comodo ma... non vi sa dormire: ha sempre dormito sulle panchine della stazione o del viale!

Ad una cosa Nicolino non ha avuto bisogno di adattarsi: al sorriso dei bimbi che gli facevano festa, all’attenzione dei giovani che gli rivolgevano la parola, all’affetto dei grandi che l’hanno subito “preso” fratello.

Ha trovato l’Amore che ha sempre cercato!

E, davanti a tutti, Don Aldo, che gli faceva il bagno, lo vestiva, lo imboccava come un bambino.

E come un bambino Nicolino piangeva a dirotto il giorno della morte del suo benefattore!

E quanti “Nicola” non avrebbe accolto Don Aldo negli spazi vuoti della Chiesa senza l’umana prudenza che si scandalizza di fronte alle follie del Vangelo integrale.

Ci avverte il Vangelo: “A chi fu dato molto, molto sarà chiesto.” (Le 12, 48).

Molto è stato dato alla Parrocchia di Cristo Re e moltissimo alle anime che a Don Aldo sono state vicine.

Sono le misteriose attenzioni divine con le quali Dio si fa presente nella storia del mondo e dell’uomo.

La Divina Presenza abbiamo conosciuto in questa vita di Sacerdote, la Divina Presenza nella sua morte, fedele compimento dell’offerta che fu la sua vita.

“Preziosa agli occhi del Signore è la morte dei giusti” canta la salmodia di Davide. Si aprono i cieli a chi ha sempre sognato e vagheggiato, per eternarlo, il canto dell’Amore.

Se è vero che non c’è Resurrezione senza Croce, è vero anche che non c’è Croce senza Resurrezione.

Tremendo è il mistero di dolore e di gloria per le anime che il Signore ha fatto sue. Don Aldo era una di queste e in lui abbiamo potuto contemplare l’uno e l’altro mistero.

Conosciamo il dolore della sua vita. Non possiamo pronunciarci sul dopo.

Ogni uomo di Dio ha, nella sua storia, delle pagine che non si leggeranno se non in cielo!

Ma... quale il significato del sorriso impresso nel suo sembiante di morte? L’esultanza dell’anima che in un impeto più ardente d’Amore, consumata ogni resistenza mortale, si vede sciolta dai vincoli che la trattengono dall’Abbraccio Eterno? O una conferma, per noi, che “è tutto, tutto, tutto sacrosantemente vero”, come ha sempre detto? L’una e l’altra cosa insieme!

Quelle Verità immensamente e amorosamente scrutate nei velami della Fede, improvvisamente svelate al suo cuore pronto alla Visione, le consegnava nella dolcezza di un sorriso a noi che siamo al di qua del “dulce sapere”.

Maestro anche nella morte!

Ma “l’Amore è più forte della morte!” In questo Amore, sfida e vittoria della morte, don Aldo continua a profondere i doni di quella Divina Paternità a lui partecipata in misura “pigiata, scossa e ricolma”, ma ora donata in misura infinita, perché infinite sono diventate le sue capacità di ricevere. Del resto in questa prospettiva di eternità Don Aldo ha vissuto tutta la sua realtà sacerdotale.

“SACERDOTE DI CRISTO PER SEMPRE”, si legge sui ricordini della sua Ordinazione Sacerdotale.

E, nel 25° anniversario del suo Sacerdozio, “SACERDOTE DI CRISTO, PER SEMPRE”, ribadisce.

Per sempre!

Per tutta la durata della sua vita? No!

IN AETERNUM”.

 

 

Sommario

 

La scuola materna

“San Domenico Savio

“Miracolo” di fede e di amore

 

“Se avrete Fede quanto un granello di senapa, direte a questa pianta di sicomoro: «Sradicati e trapiantati in mare» ed essa vi obbedirà”.

(Lc 17, 6)

Rievocando Don Aldo, è d’obbligo incontrarsi con la sua Fede, speciale sorgente del suo zelo sacerdotale ed apostolico.

Quello che ci rende veramente capaci di un’azione apostolica è l’essere una sola cosa con Cristo ed anche in questo Don Aldo ci è di esempio.

Molte sono le sue opere, visibili o note a Dio solo, ma, fra tutte, la Scuola Materna parrocchiale ha riscosso le sue predilezioni.

I piccoli! Per i piccoli Don Aldo sentiva le stesse attrattive divine. Chi non lo ha sentito cantare le glorie dell’infanzia? I piccoli, per lui, erano i più autentici portatori del profumo di Dio, il “candido stuolo grondante di Battesimale Rugiada”.

Da qui il suo orrore per il dilagare delle nuove “culture”, intese a mettere in discussione lo stesso diritto alla vita per l’umanità appena in boccio.

 

Ecco la ragione dell”Asilo bello ed ospitale”: la risposta umana e cristiana a tante sociali sollecitudini.

Cun gioia partecipava alla Parrocchia la posa della Prima Pietra, “sicuro che non poteva non goderne ogni spirito gentile”.

Siamo nel 1974.

 

Su questa pergamena, che accompagna la posa della Prima Pietra, è impressa, a sigillo perpetuo, l’Anima di Chi questa Opera ha voluto al solo scopo di glorificare

Dio e di beneficare le anime.

Magnifico stile di chi l’Amore ha strappato alle sue radici, tutto ordinandolo al bene!

Abbiamo parlato del fine dell’Opera e... i mezzi?

“Il compito è della Divina Provvidenza aiutata dalla nostra preghiera affettuosa e fattiva in generosità di opere. Questo il “Capitale” di Don Aldo: la Divina Provvidenza ! E, il primo, fondamentale obolo da Lui richiesto:

la moneta spirituale, senza la quale i sacrifici e i beni materiali non sono fecondi!

Ritorna in argomento la Fede di Don Aldo, Fede “arresa”, “cieca” che gli faceva “vedere” dove non c’era da vedere!

La logica umana si scandalizza: la povertà, la mancanza di ogni umana certezza, che di solito fanno paura, diventano per lui ulteriore motivo di abbandono. Stando agli umani criteri, si comincia con una “follia”: le finanze non sono “a zero”, sono “a sottozero”.

Ma... la Fede sposta le montagne: l’indigenza dei mezzi, le forze antagoniste del bene che, se potessero, non risparmierebbero neanche la vita, la pigrizia, l’indolenza, l’avarizia, l’impopolarità, la paura, la salute sempre compromessa, la solitudine e... l’inquietudine del dopo che a don Aldo non fu sconosciuta!

Uomo di Fede, Egli impone alle montagne di spostarsi ed esse si sono dileguate, se noi possiamo contemplare nella Parrocchia di Cristo Re uno splendido frutto di Sacerdotale Fecondità lasciato dagli imperscrutabili disegni di Dio, alla custodia di coloro che seguono nel gravoso compito di non lasciare illanguidire il Fuoco acceso.

   

N.B. Tutte le citazioni riportate in corsivo sono tratte dalle

predicazioni di don Aldo.

 

Sommario

 

 

 

Dalla Commemorazione dell’11 Anniversario del transito di Don Aldo Prato, 26 – 27 gennaio 1999

 

RELAZIONE DEL PROF. DELlO IRMICI 

Chi, come me, del caro Don Aldo è stato più che un fratello e del suo magistero sacerdotale ha avuto il privilegio di essere un testimone diretto, avverte con particolare risonanza quanto sia impegnativo parlarne. La pienezza di quella missione è stata talmente ricca e coinvolgente da ridurre lo spazio per uno schema interpretativo frettoloso e parziale.

A distanza di undici anni dalla scomparsa di Don A1do resta ancora vivo il suo ricordo, illuminante l’espressione della sua fede, solenne e categorica la sua parola, profonda ed intrinsecamente magistrale la direzione spirituale di tante persone a lui vicine.

Dio ha veramente operato prodigi nella disponibilità totale del suo servo. Da parte mia si possono dunque tentare delle oggettive puntualizzazioni, semmai ce ne fosse ancora bisogno.

Alcune definizioni del prete che mi è recentemente occorso di leggere sono rivelatrici della personalità e della statura sacerdotale di Don Aldo. Ogni sacerdote è un costruttore di ponti, un paziente ed audace elaboratore di agganci, un mediatore solerte tra la grandezza di Dio e l’insufficienza umana.

Fedele e rigorosamente coerente con la realtà evangelica della vite e dei tralci, Don Aldo si è adoperato in tutti i modi perché la linfa della grazia, come sorgente di acqua viva, penetrasse nell’intimo delle coscienze per liberarle dai compromessi, dagli inganni e dagli egoismi di cui siamo ostinati portatori. Ogni settore dell’attività parrocchiale era per lui un campo privilegiato di azione e li si profondeva un’energia senza limiti,

Nella difficile esplorazione della sua metodologia pastorale può soccorrerci la rilettura del ventottesimo capitolo della Lumen Gentium, oltre che nei principi generali che enuncia, anche e soprattutto nelle sapienziali didascalie che li sorreggono ed esemplificano. I comportamenti di un prete ne escono evidenziati e, direi quasi, sublimati. Il divino modello cui si ispirano, si oggettivizzano nella realtà di interventi globali e totalizzanti. I sacerdoti compiono la loro opera, credendo nella legge del Signore, insegnando ciò che credono e vivendo ciò che insegnano. Don Aldo non disertò mai le sue responsabilità, ma fu un costruttore tenace di certezze. La sua sistematica presenza la si poteva avvertire ed inquadrare in un orizzonte incredibilmente ampio, dal respiro profondo, dalla donazione totale, dal pieno coinvolgimento nella vita comunitaria.

Sulla centralità dell’amore Don Aldo, amico di tutti, ha costruito quotidianamente il suo magistero. Pareva aver fatto proprio il convincimento di Abram Herschel: “Non c’è nascita e speranza in cui l’uomo e Dio non siano insieme coinvolti. Per realizzare il suo sogno Dio deve entrare nei sogni dell’uomo e l’uomo deve poter sognare i sogni di Dio”.

Ho detto poc’anzi “amico di tutti”: potrebbe sembrare una generalizzazione retorica di circostanza, ma non lo è. Per Don Aldo l’amicizia fu molto più che una forma di semplice cameratismo. Fu, invece, un processo continuo di condivisione, alimentato da quello spirito di carità che Cristo volle codificare in un impegno di vita: “Ama il tuo prossimo”. Un condividere continuamente problemi, ansie, sforzi, sofferenze con un unico imperativo categorico: Fa’ che il tuo cuore diventi un tabernacolo vivente di umanità, dove ogni attimo di storia sia partecipazione convinta, in fondo, spendersi per il bene degli altri per il solo fatto d esistere, è ragione del vivere insieme, e rinnovare il mondo, ricreandolo insieme, è un’esigenza primaria di universalità.

A tal proposito si pensi per un istante alla definizione di amicizia data da un eminente scrittore latino: “Nihil aliud est nisi omnium divinarum humanarumque rerum cum benevolentia et caritate consensio”: niente altro è l’amicizia se non un perfetto accordo nelle cose divine ed umane, unito con un sentimento di benevolenza ed affetto. Consensio o perfetto accordo fu per Don Aldo il suo modo di coesistere con gli altri. Quanti hanno ricevuto da lui un sorriso nella sofferenza, una carezza nell’ora suprema, una parola forte nel dubbio, uno sprone energico nel momento della debolezza!

Era, specie per i giovani, un suscitatore di interessi, un abile disegnatore di prospettive, un alimentatore di entusiasmi, un modellatore ineguagliabile di coscienze, Bisognava rendere tutti parti interconnesse di un sistema nuovo ed ampio di vita con il respiro dell’universalità. Nessun campo gli rimaneva precluso: dalla teologia alla filosofia ed all’antropologia.

L’amicizia per tutti si configurava come l’iter luminoso su cui camminare ed operare col conforto di Dio e della Vergine Santa, di cui fu cantore ed apostolo ininterrottamente.

Ci fa un campo, però, che egli privilegiò, l’infanzia, Dell’infanzia preavvertì il dramma e di essa si fece rigoroso tutelatore. Sentì l’ampia valenza del termine greco “diabolos” come equivalente di prevaricatore, calunniatore, seminatore di inganni e di separazioni e volle che a lettere cubitali fosse scritto in questo tempio: “Signore, dalle insidie del diavolo libera i nostri bambini”.

Ogni prete, poi, secondo una fascinosa espressione di Caterina da Siena, è “amministratore del sole”. E’ arduo, ma non difficile, tentare di tale definizione un’esegesi puntuale. Cos’altro essa può significare se non essere erogatore instancabile del divino conforto, dispensatore di luce, rinnovatore delle coscienze, maestro, guida, samaritano di un’umanità corrotta, come la donna vicina al pozzo di Sichar, a cui Gesù chiese da bere per donarle poi l’acqua che avrebbe spento per sempre ogni sete? Tale fu Don Aldo, dispensatore accorto della grazia d Dio in tutte le articolazioni della vita sociale, nei settori più nevralgici dell’ambito parrocchiale, realizzatore di coesione nelle diverse aggregazioni comunitarie.

Si sente spesso ripetere, non so con quanta ragione, che il prete è una figura di penombra. Eppure in certe ore egli sbalza da suo nascondiglio, nel vortice stesso della vita, per ripetere dinanzi agli uomini la sua più che esaltante verità:

“Senza le vostre tecniche, ed oltre le vostre allucinazioni, io posso spezzare il cerchio chiuso ed opprimente che vi impedisce di respirare, di vivere in pienezza, di divinizzarvi”. Il prete è il massimo segno di contraddizione nel mondo contemporaneo. Nessun uomo è più amato ed odiato di lui. Nessuno più di lui viene sopravestito di privilegi e spogliato di ogni primordiale diritto. Nessuno come lui viene trascinato e condannato davanti a tanti sinedri in nome della cultura, in nome della civiltà, in nome dello stato. Don Aldo non fa forse anche lui segno di contraddizione? Non sentì, forse, passare anche lui sulla intemerata purezza della sua tonaca l’infamia della calunnia, il veleno della maldicenza, la sporca congerie dei pregiudizi? Quando i suoi grandi occhi si sollevavano verso l’alto, chi ha mai contate le lacrime che li riempivano di fronte ad incomprensioni e mistificazioni? Chi nell’inqualificabile degrado dei propri vizi non ha avuto cento occhi per guardarlo, per vivisezionarlo nei pensieri, nelle azioni e nelle intenzioni? Ma il prete, a dispetto di tutto, resta l’uomo della redenzione nei suoi tempi essenziali: la passione e l’apoteosi. In lui si incarna una realtà trascendente nel tempo e nella storia che si fa faticosamente strada, Per questo iter amaro e pur gratificante è transitato anche il nostro Don A1do. Anche lui ha sperimentato la scabra realtà del Golgota e la luce indefettibile del Tabor.

E’ stato vicino a tutti, ha prestato il suo soccorso a tutti, ha sorretto tutti, ha confortato tutti, ha dischiuso a tutti le vie luminose della salvezza, ha condiviso con tutti le asprezze della vicenda esistenziale, ne ha compreso la problematica, ne ha semplificato le contraddizioni.

E’ stato un impavido irradiatore del divino. Si è segnalato sempre per lo zelo posto nell’adempimento del suo ministero. Lo zelo della casa del Signore lo ha divorato ed in tutto egli ha manifestato la disponibilità premurosa del padre, dell’amico, del fratello. E’ stato sempre convinto che la statura del prete non si misura tanto dalle sue realizzazioni immediate, quanto dalla sua particolare e motivata pazienza. La vita del prete si rivela in un ritmico alternarsi di rapide rovine e di miracolose ricostruzioni, di cattedrali che per lui si protendono verso il cielo e di catacombe che si insinuano nella terra ove il grano muore, ma per rivivere.

Quale eccezionale molo è stato assegnato al prete! Gli chiede purezza persino chi ha deformato l’uomo sino a renderlo un groviglio di passioni. Gli chiede amore persino chi

afferma l’impossibilità per l’uomo di uscire da sé per comunicare con gli altri. Gli chiede eroismo persino chi trascorre la vita a documentare la propria e l’altrui bestialità. Lo si vuole, a proprio capriccio, presente ed assente, magari umano sino a condividere con questo mondo gli impacci ed inumano fino a condividere la pesante insensibilità del granito. Ma una vita sacerdotale, che quotidianamente si disseta alla sorgente del Vangelo e si sublima nel sacrificio della Messa, non ha paura di sentirsi vivisezionato, Don Aldo questa paura non l’ebbe mai. Camminò per la sua strada con la pazienza del filosofo, con il coraggio del lottatore, con l’umiltà del servo di Dio, con la serena consapevolezza del maestro, con la disponibilità affettuosa del buon Samaritano, col tatto, la delicatezza e l’acume del direttore di coscienze. Conviene a questo punto chiedersi, semmai ce ne fosse bisogno, quale sia stato il centro motore del suo sacerdozio. La risposta è semplice, fluido come l’acqua che distingue il corso di un ruscello e che a tratti può assumere anche la potenza maestosa di una cascata alpina: la divina Eucaristia.

Il mistero eucaristico sconvolgeva il nostro Don Aldo. Indossava ancora gli abiti borghesi, s’avvolgeva ancora in un cappotto striminzito e già sognava d fondare un’Associazione intitolata al grande martire dell’Eucarestia. Era convinto che essa significasse l’immensa ricchezza e l’immensa povertà di Dio, il nascondimento ravvicinato di Dio, la venuta di Dio nella nostra povera casa. Sapeva come pochi che la inventività di Dio ha trovato attraverso il Tabernacolo il modo più idoneo per concretizzare ed attualizzare la sua presenza in noi. L’Eucarestia è la storia del più grande amore che sia stato vissuto su questa terra da un uomo chiamato Gesù. Questo Pane è il memoriale della sua morte, la proclamazione della sua risurrezione, il riassunto vivente e palpitante di un amore senza confronti. E pensare che ognuno di noi può tenerlo in una mano questo Dio grande e piccolo piccolo come un pezzo di pane! L’Eucarestia è la ricapitolazione di Dio, il punto a partire dal quale tutte le linee divergono e verso il quale tutte convergono. E’ l’unità di Dio e dell’uomo nel Cristo, del passato, del presente e del futuro, della natura e della storia, dell’accoglienza e del dono, della morte e della vita, il lievito di ogni autentico rinnovamento, la spinta dell’umanità verso altezze di stratosfera spirituale. Dio ha condiviso la nostra umanità perché noi potessimo condividere la sua divinità, perché credere è nascere di nuovo nell’acqua e nel sangue, è esprimere una direzione assolutamente originale della vita, è un capovolgere non le strutture esteriori, ma i fondamenti della vita stessa, un inserire nel centro di un’esistenza finita pretensioni infinite.

Caro Don Aldo, questi erano i tuoi pensieri e le tue convinzioni. Io ti rivedo ancora in ginocchio, con l’Ostia tra le mani in adorazione profonda ed immedesimazione totale.

Amici, consentitemi un’ultima brevissima notazione, forse un po’ estemporanea. In un antichissimo testo greco si narra che il cigno, animale di grande bellezza, pur emettendo nel corso della sua esistenza suoni dolci, specie in punto di morte canta in modo toccante e melodioso. E’ noto che il cigno è simbolo di poesia. Anche Don Aldo ebbe un animo squisitamente poetico e al cospetto della morte emise più struggente dal suo cuore vulcanico l’elegia del “Consummatum est.

Non ci può dunque stupire, anche per questo aspetto, che via Cigno sia diventata “via Don Aldo Prato”.

Sono le consonanze stupende che Dio può e sa creare. 

 

Sommario

 

 

RELAZIONE DEL VICE-PARROCO SAC. LUCA DE ROSA - STUDI

Ho accolto con grande gioia la proposta di parlare questa sera di Don Aldo come uomo di cultura, perché è uno degli aspetti tra i più particolari e tra i più apprezzati della sua ricca personalità.

Nell’accingermi a svolgere questo compito mi sono trovato davanti ad un uomo e ad un sacerdote di alta statura morale, spirituale ed intellettuale, una grande personalità dal carattere forte e dalla fede robusta.

Di conseguenza, per preparare quest’intervento ho voluto con impegno agire in quattro direzioni:

1. recatmi presso il Ginnasio Liceo Classico “ M. Tondi

d San Severo per fare una ricerca in biblioteca sulla presenza di don Aldo in questa scuola; ringrazio il preside prof. Raffaele Cera, il segretario e la signora Nardino per la gentile collaborazione prestata;

2. incontrare i suoi compagni di classe del corso A del Ginnasio-Liceo e della classe 3a B nella quale Don Aldo si diplomò nel 1950. A tal proposito ringrazio la signora Cornelia Laviglia Cicerale, la signora Assunta Russi, il dottor Oreste Tafanelli per avermi confidato i loro ricordi sull’esperienza di vita scolastica, vissuta nei banchi del Ginnasio-Liceo con Don Aldo;

3. ho incontrato la sorella signorina Fiorenza Prato e il fratello signor Italo Prato che ringrazio per l’affetto e per la cortese disponibilità a presentarmi aspetti nuovi e meno nuovi della vita d don Aldo e soprattutto per avermi consentito l’accesso alla sua vasta biblioteca, nella quale ho avuto la possibilità di consultare molti suoi libri, letti, studiati e custoditi gelosamente da Don Aldo durante la sua intensa vita sacerdotale;

4. quarta direzione: i miei ricordi personali, in quanto dal 1978 al 1988, per dieci anni ho seguito Don A1do, mio insegnante di religione (per tre anni al Ginnasio-Liceo di San Severo che io frequentavo) e soprattutto mio parroco, mio padre spirituale e mio maestro negli studi di filosofia intrapresi dopo il diploma.

Fatte queste premesse, passo ora ai contenuti.

Da tutte le testimonianze raccolte risalta unanime la stessa convinzione: Don Aldo possedeva un’intelligenza vivace, agile ed unica, un grande amore per lo studio e una compostezza di comportamento, un rigore metodologico e critico nella sua ricerca. I suoi compagni di classe riconoscono in lui un attaccamento allo studio notevole, nel contesto scolastico come alunno era un testimone e un esempio per tutti per la formazione ricevuta nell’Azione Cattolica della Parrocchia d San Severino che assiduamente frequentava.

Ricordiamo a tutti che il 1937 e il 1938 furono due anni felicissimi per la Chiesa di San Severo; nel 1937 si svolse l’Incoronazione della Madonna del Soccorso in piazza Incoronazione alla presenza di numerose autorità ecclesiastiche e civili e nel 1938 il Congresso Eucaristico:

due eventi forti d fede che certamente lo segnarono nel profondo dell’anima, tenendo conto che il 1936 fu l’anno della sua Prima Comunione quando egli aveva otto anni.

Ma fra tutte le materie, Don Aldo brillava soprattutto in Filosofia.

Quando la 3 B del Liceo Classico “ M. Tondi svolse l’esame di maturità nel 1950, Don Aldo confermò le aspettative dei docenti e degli amici; questi i voti da lui riportati all’esame dinnanzi alla Commissione: Italiano 7, Latino 7, Greco 7, Storia 8, Filosofia 8, Matematica 7, Fisica 8, Scienze 8, Storia dell’Arte 8, Ed. Fisica 8: una media molto alta, se si tiene conto che a quel tempo gli alunni erano esaminati in tutte le materie coi programmi dell’intero anno scolastico e con professori molto esigenti.

Don Aldo si maturava così brillantemente, ma, mentre i suoi compagni e compagne di classe facevano progetti sul loro futuro, sperando nella laurea e nella professione, egli con molta semplicità e discrezione, pur avendo ricevuto una cultura umanistica solida e profonda, coltivava, in sè il desiderio d ricercare la verità e, trovatala in Cristo, di consacrare al Signore la sua vita.

“A scuola era uguale a tutti gli altri, ma aveva qualcosa dentro che lo rendeva particolarmente generoso verso gli altri e lo portava a sottovalutare le cose terrene, per rivolgere il suo sguardo verso il Signore; credeva veramente in Dio”; dichiarava così una sua compagna di classe, presente nell’Azione Cattolica del tempo; e così un’altra dice: “ Don Aldo aveva un carattere speciale, dolce, soprattutto umile in classe, possedeva una concezione cristiana della vita che lo portava ad aiutare gli altri, era rispettato da tutti a scuola per la sua modestia e il suo decoro.

Entrato in seminario, Don Aldo potè dedicarsi con amore ed entusiasmo allo studio della Filosofia e della Teologia, immergendosi in profondità nell’indagare il Mistero rivelato.

Sono gli anni nella sua formazione che lo segnano profondamente al contatto con illustri professori d Teologia: i Gesuiti del seminario di Posillipo, dove completava la sua preparazione filosofico-teologica per volontà del Vescovo Mons. Francesco Orlando. Ordinato sacerdote nel 1955 il suo ministero sacerdotale apparve subito segnato da profondo amore per la cultura, per l’indagine e l’investigazione critica del sapere umano e divino.

Come testimoniano i suoi alunni del Liceo Classico d San Severo, dove egli insegnò Religione Cattolica dall’anno scolastico 1959-60 fino all’anno 1980-81 e gli insegnanti che lo conobbero, Don Aldo dimostrò una preparazione eccellente nel campo filosofico e teologico. Soprattutto in Filosofia egli presentava una conoscenza vasta ed approfondita dei temi filosofici fondamentali soprattutto in Metafisica, che costituiva la sua autentica passione.

Anch’io posso testimoniare che negli anni della mia frequentazione d Don A1do, ho notato la sua vivace intelligenza, la sua vasta cultura e soprattutto l’anima del ricercatore instancabile della verità. Egli dimostrava di avere un amore grande per i libri che custodiva con cura e che costituivano per lui una grande sorgente di crescita umana e cristiana della persona.

Credeva nella cultura nel senso etimologico della parola, del verbo latino “coelere” cioè coltivare; era perciò convinto che la cultura consiste nella coltivazione spirituale ed intellettuale dell’uomo e citava spesso l’esempio del seme che deve diventare una pianta forte e robusta: così ogni uomo è chiamato da Dio a mettere a frutto tutti i suoi talenti soprannaturali e naturali.

Negli anni dei miei studi di Filosofia, spesso trascorrevo con lui intere mattinate a leggere insieme libri di Filosofia e di Storia della Filosofia. Spesso ho acquistato per Don Aldo presso librerie universitarie di Bari, scritti da Sofia Vami Ravigli, filosofa dell’università Cattolica d Milano, dell’illustre filosofo francese Jacques Maritain e del gesuita prof. Giovanni Blondino, filosofo docente presso la Pontificia Università Lateranense di Roma.

Tra gli autori prediligeva particolarmente Kant e San Tommaso, Del filosofo tedesco I. Kant nella sua biblioteca ho trovato ben ventisette libri, oltre ad appunti e manoscritti custoditi nei suoi quaderni. La scelta di Kant non era casuale: Don A1do lo considerava il punto di sintesi di tutta la filosofia moderna e il punto di svolta per il successivo sviluppo del pensiero filosofico. Ricordo di aver spesso incontrato Don Aldo con in mano il volume della “Critica della ragione pura” (ed. UTET, Torino, 1977), il capolavoro della filosofia Kantiana: questo libro era per noi un’occasione di conversazione e di dialogo, soprattutto per la posizione di Kant sul problema della conoscenza, che giustamente Don Aldo accusava d “umanentismo” e

“razionalismo”, perché sbarrava la strada alla possibilità di una conoscenza naturale di Dio.

Ma naturalmente il suo autore preferito e suo maestro era San Tommaso d’Aquino, che egli dimostrava di conoscere profondamente. Nella sua biblioteca ho potuto trovare due edizioni della “ Summa Theologica “ capolavoro della ricerca tommasiana: una edizione in cinque volumi ed un’altra di ben trentuno volumi, entrambi della traduzione e commento dei Domenicani italiani, edizione Leonina, Salani editore 1949.

Significativa poi la lettura di altri grandi autori contemporanei, studiosi dell’Aquino come Padre Tito Centi, domenicano di Firenze (tra i traduttori della “Summa”); Paolo Dezza, gesuita; Pietro Parente prof. P.U.L. e Cardinale; Giovanni Blondino, gesuita prof. P.U,L., Cornelio Fabro, prof. d Filosofia Teoretica all’università d Perugia; Carmelo Ottaviano, autore della “Storia della Filosofia” in quattro volumi (Napoli 1982); E. Gilson, filosofo francese, e molti altri tutti presenti nella sua ricca biblioteca, dove, secondo la testimonianza della sorella signorina Fiorenza, trascorreva le notti insonni nello studio e nell’approfondimento proprio negli anni in cui era Parroco di questa Parrocchia.

Ebbe il grande desiderio di ricercare sempre l’armonia che intercorre tra la ragione e la fede, sostenendo ripetutamente che la luce della ragione e la luce della fede provengono entrambe da Dio, per cui non possono essere in contraddizione tra loro: tale pensiero è espresso proprio da San Tommaso ( in Summa contra gentiles, 1°, 7°). Per Don A1do restava vero quanto dimostrato dal Dottore Angelico che le due forme complementari di sapienza, quella filosofica che si fonda sulla capacità che l’intelletto ha di conoscere la realtà e quella teologica che si fonda sulla divina Rivelazione, tendono a raggiungere lo stesso mistero d Dio.

Come San Tommaso, anche Don Aldo amò sinceramente la verità, convinto del carattere soprannaturale della fede, la quale non teme la ragione, ma anzi la ricerca e la porta a compimento. La ragione può contribuire alla comprensione della Rivelazione Divina, ma deve fermarsi con umiltà dinnanzi alla Contemplazione del Mistero Divino rivelato (pensiamo all’inno eucaristico d San Tommaso, che Don Aldo tanto amava).

Il riconoscimento dell’istanza metafisica lo conduceva ad affermare, contro lo scetticismo e il relativismo, che l’uomo può giungere alla conoscenza della verità, mediante quella “adaeguatio rei et intellectus”, di cui San Tommaso parla in Summa Th. 1°, 16, 1.

Come molti filosofi cattolici italiani, anche Don Aldo era convinto che senza una metafisica, la comunicazione della fede cristiana sarebbe impossibile e l’intero cristianesimo azzerato. La metafisica risulta necessaria, perché la parola della Rivelazione non resti in sospeso la metafisica dà garanzia alla possibilità di discorso della fede in Dio. Il filosofo Pietro Primi scrive in “Cristianesimo e Filosofia” che gioca al Cristianesimo quel credente che finge che la propria fede sia irrilevante per la ricerca filosofica. Il cristiano che filosofa come se la Rivelazione non ci fosse stata, non prende sul serio la sua fede, non crede né alla verità cristiana, né alla ricerca filosofica, Per Primi la filosofia cristiana è come un filosofare dentro la fede e anche Gianfranco Morra nel suo libro “Dio senza Dio” scrive: “Tutta la filosofia cristiana è un filosofare dentro la fede”.

Tuttavia, la parola di Dio rivela, per Don Aldo, il fine ultimo dell’uomo, é il senso vero nel suo agire nel mondo.

Per questa ragione una filosofia che volesse negare all’uomo la conoscenza del suo fine ultimo, sarebbe “non inadeguata, ma erronea”; così scrive Papa Giovanni Paolo II nella sua recente Enciclica “Fides et ratio” proprio sul tema del rapporto fede-ragione.

Don Aldo non guardava certo con simpatia a Cartesio e ad Hegel che considerava padri di un moderno disorientamento del pensiero. Certamente riteneva l’idealismo e lo storicismo, insieme allo scientismo e al pragmatismo, incapaci di soddisfare il desiderio umano di verità e certamente inconciliabili con la fede. Dello stesso parere si mostra il Papa nell’Enciclica già citata nei numeri 86-90. E sinceramente Don Aldo avversava il materialismo ateo e marxista che gli sembrava la negazione dei valori fondamentali dell’uomo e dell’intelligenza umana.

Tutti questi autori, egli dimostra di conoscere profondamente, per poterne fare un sapiente discernimento critico, appassionato com’era della ricerca disinteressata della verità. Altro tema, oltre a quello filosofico, era quello scientifico, sul rapporto scienza-fede, come testimoniano tre libri del gesuita biologo Marcozzi, prof. universitario, e da un libro del biologo Giuseppe Sernonti. Don Aldo appariva affascinato dall’interrogativo sull’origine dell’uomo e sul problema dell’evoluzione naturale, che egli avrebbe ammesso solo se fossero state salvaguardate due verità fondamentali, cioè: Dio trascendente e creatore e la libertà e finalità dell’uomo.

 

Grande era la sua ricchezza intellettuale nello studiare e nell’indagare; però a me confidava che nonostante l’intelligenza umana fosse un dono di Dio, tuttavia l’uomo non potrà mai penetrare la grandezza e l’immensità di Dio uno e trino e mi citava spesso l’apologo dell’angelo nelle Confessioni di S.Agostino. Come può l’intelligenza umana pretendere d conoscere completamente il Mistero d Dio? Solo l’umana superbia ha questa pretesa!

 

All’uomo, ricercatore del vero, non resta che inginocchiarsi nell’adorazione della SS. Eucarestia, nel riconoscere presente nel Sacramento il Cristo vero Dio e vero uomo, incarnato e morto sulla Croce per amore dell’uomo.

 

La sua posizione restava quella della tradizione cristiana, espressa anche da autori come S.Agostino e S.Anselmo d’Aosta, con le parole: “Credo ut intelligam” (Proslogiom 1 PL 58.223), cioè: credo per comprendere. Prima d tutto c’è la fede rivelata, all’interno di essa opera la ragione, per rendere la teologia scienza della fede.

 

Oltre al rapporto fede-ragione, l’altro grande aspetto del suo pensiero consiste nel rapporto che il teologo è chiamato ad avere con il Magistero della Chiesa come principio per l’interpretazione corretta e coerente del contenuto della fede.

Nella riflessione teologica il teologo, che opera “l’intellectus fidei”, cioè l’intelligenza della fede, non può assolutamente agire ignorando il Magistero o assumendo posizioni personali e discutibili o negando anche solo parzialmente la verità di fede, perché il teologo ha una vocazione ecclesiale, collabora col Magistero nel rendere più comprensibile la fede, così che possa essere meglio annunciata dalla Chiesa la Parola di verità del Vangelo. E Don Aldo faceva sue le parole di Dante Alighieri:

“Avete il Vecchio e il Nuovo Testamento, e il Pastor della Chiesa, che vi guida;

questo vi basti a vostro salvamento”. (Paradiso, 5°, 76-81).

Sommario

 

RELAZIONE DELLA PR0F.SSA FIL0MENA PIRULLI

 

Mi è stato chiesto di parlare d Don Aldo, educatore dei giovani, a nome di tutto il gruppo giovanile che egli per tanti anni ha seguito con amore e sacrificio, e mi accingo a farlo semplicemente, rievocando i ricordi più cari e per me più incisivi.

Avevo undici anni quando la mia famiglia si trasfea San Severo e venimmo ad abitare proprio nella parrocchia di “Cristo Re”. Educata a principi cristiani, cominciai subito

a frequentare la chiesa parrocchiale e ben presto rimasi attratta dalla figura del Parroco, il caro Don Aldo.

Ero all’ inizio dell’ adolescenza e cominciavo a pormi gli inquietanti quesiti legati al senso della vita ed ero alla ricerca di risposte convincenti, rassicuranti.

Fu così che presi a frequentare costantemente la parrocchia: il modo in cui Don Aldo conduceva i cuori di noi ragazzi verso l’ideale di una giovinezza ricca di divine certezze, soffusa di purezza era avvincente. E poi era così premuroso!

Ricordo che in quegli anni soffrivo un po’ di anemia, ero sempre pallida e, preoccupato non della mia salute spirituale ma anche di quella fisica, egli si prodigava di dare consigli sull’alimentazione alla mia cara mamma, anch’ella preoccupata per la mia salute, e perfino mi donava le uova freschissime fatte dalle galline allevate nel nostro giardino parrocchiale, perchè le mangiassi a zabaione la mattina!

Sono ancora vive nella mia memoria le impressioni lasciatemi dalle prime “Quarantore” di adorazione al SS. Sacramento da me vissute in questa parrocchia.

Don Aldo aveva parlato di Fede, Speranza e Carità ed il mio cuore era “pieno”. Sì, questa era la sensazione finale, di “pienezza’ di tutto quanto di più bello, più alto un animo giovanile potesse desiderare.

Con quanto ardore Don Aldo incitava noi ragazzi e giovani a prepararci per le Sacre Quarantore e con quanta premura ci faceva intendere e poi gustare l’utilità dei fiori, delle luci, della musica, di tutto quanto potesse promuovere in noi, e non soltanto in noi, l’esperienza del bello, di quel bello che potesse ricondurci a Lui, al Bello sussistente!

Non perdeva occasione, e non soltanto durante le adunanze domenicali che ci teneva dopo la S. Messa delle 9.00, per ricordarci che ogni sua premura era volta a farci sperimentare quanto è bello essere alla sequela di Cristo, che ogni cosa, ma proprio ogni esperienza doveva essere mezzo per giungere a Lui, e che, come spesso ci ricordava citando S. Agostino, avremmo trovato la nostra pace in Lui, perché siamo stati fatti per Lui. E quale giovinezza migliore potevamo vivere se non quella consumata per Lui?

E allora ecco che ci incitava alla lettura: la cultura, se orientata alla ricerca del vero, doveva portarci al Vero sussistente; organizzò, soprattutto per noi giovani, nel settembre del 1985, un pellegrinaggio che ci condusse in alcuni luoghi forti della fede e doveva farci sentire vicini a uomini di Dio: Cortona, Camaldoli, Firenze, Orvieto, Nettuno; tutti questi posti dovevano farci fare esperienza del sacro e ricordo con quanto ardore ci parlò del miracolo eucaristico ad Orvieto e con quanto amore ci incitò alla castità verginale, difesa con tanta forza dalla piccola S. Maria Goretti, quando ci condusse davanti al suo corpo!

I suoi occhi diventavano rossi di commozione quando pensava al candore verginale dei bambini e di noi ragazzi e giovani vicini al Signore e strappati alle grinfie di una moda insensibile al valore di tale virtù.

Non bigotti ci desiderava, né frati o suore o sacerdoti, ma anime di Dio forti della forza ricevuta dallo Spirito Santo nel giorno del nostro Battesimo e della nostra Cresima, pronti a fare ciò che il Signore ci chiedeva.

Ricordo con quanta ansia paterna ci preparava a ricevere il Sacramento della Cresima che doveva renderci soldati di Gesù Cristo!

E come rimaneva male nel vedere che spesso eravamo freddi o insensibili di fronte a tanto fuoco (quello che il Signore voleva donarci e voleva che bruciasse ).

Ma non si scoraggiava mai e continuava ad incitarci, sicuro che qualcosa sarebbe entrato nelle nostre anime e nelle nostre menti.

“Soldati di Gesù Cristo” saremmo diventati nel giorno della nostra Pentecoste e a tale proposito era solito richiamarci alla intransigenza divina: niente compromessi, per seguire Gesù bisogna cambiare, bisogna saper andare contro-corrente. Poteva sembrare difficile seguire Don Aldo, ma lui ci ricordava che questo era quanto non Don Aldo, ma Nostro Signore voleva.

 

Tante belle esperienze portarono molti di noi a coltivare dentro un’ansia grande di uscire fuori dal nostro ambiente, per portare Gesù a tutto il mondo. Qualcuno di noi, tra i quali mia sorella Rosanna ora consacrata sposa di Cristo in un ordine missionario, ( lei eDon Luca sono i giovani del gruppo che hanno risposto al Signore seguendo la via dei consigli evangelici ), qualcuno di noi, dicevo, avrebbe voluto subito partire per il mondo intero e mettere in pratica quanto credeva d aver appreso sufficientemente per evangelizzare i popoli, convinto che fosse già abbastanza preparato per affrontare i rischi e i pericoli che il mondo fuori gli avrebbe riservato.

A tale proposito vorrei leggervi quanto la mia cara sorella Rosanna, già citata, mi ha recentemente scritto:” Un giorno ebbi modo d assistere ad un evento straordinario, per me toccante in una maniera molto particolare che attesta questa sua straordinaria capacità d favorire il rispetto verso la sua persona, non in quanto uomo, ma anche e soprattutto in quanto sacerdote, alter Cristus.

 Era nostra consuetudine infatti salutano baciandogli la mano e pronunciare la bellissima frase: “Cristo regni, sempre nei nostri cuori!” Incontrai un giorno per strada, una mia compagna d liceo che sapevo essere dichiaratamente allergica a chiese, preti, suore, ecc, e con alcuni problemi di tossicodipendenza. Fui contenta di incontrarla e di scambiare alcune parole con lei circa la scelta della facoltà universitaria e altro. Ma giunti a mezzogiorno, ed essendo nelle vicinanze della chiesa di Cristo Re, volli sospendere cortesemente la conversazione per portarmi in chiesa e salutare Gesù. Mi congedai da lei dicendole che sarei andata in chiesa a pregare per alcuni minuti e con molta naturalezza la invitai ad accompagnarmi.

Con grande gioia da parte mia, acconsentì ed insieme entrammo in chiesa.

Sarà stato il profumo dell’incenso ancora nell’aria, il silenzio, l’atmosfera un po’ magica del sentirsi dopo tanti anni in una casa a lei non completamente estranea, anche se lontana nel tempo, il balbettare alcune preghiere non completamente dimenticate; tutto questo fece sì che in lei si riaccendesse un’emozione intensa, bella, che non provava cda tanto tempo.

Ma la cosa più sorprendente fu quando, alla vista di Don Aldo che, vedendoci, ci venne incontro per salutarci e complimentarsi con noi per la bella idea di essere entrati in chiesa per salutare Gesù, la ragazza dietro il mio esempio si portò anch’essa a baciargli la mano in segno di saluto.

Io fui molto sorpresa di questo atto sapendola appunto “mangia-preti”, ma lungi dal renderla manifesta, mi tenni ben bene la mia sorpresa e con molta naturalezza,

aver salutato Don A1do e Gesù, uscimmo dalla chiesa, E’ inutile dire quanta sorpresa e stupore manifestò la stessa ragazza all’uscita. Non finiva più d dire che non credeva ai suoi occhi per tutto quello che le era capitato quella mattina; una cosa tanto insolita per lei: essere entrata in chiesa, aver recitato delle preghiere dopo tanti anni ma soprattutto aver baciato la mano ad un PRETE!...

Probabilmente fu la santità d quel PRETE ad attirare quell’anima a Dio, che tanto ama e tutti ama, anche i “mangia-preti”!

Ritorno ora ai miei ricordi. Fu quando dovetti preparare il certificato di Battesimo per ricevere il Sacramento della Cresima che scoprii, con mia somma meraviglia e ad un tempo gioia e gratitudine al Signore, che chi mi aveva reso “figlia d Dio” e “membro della Chiesa” era stato proprio Don Aldo.

Che misteriose disposizioni della Provvidenza!

Da quel momento ancor più mi legai spiritualmente al mio Padre e cercai di essere più docile alla sua guida paterna.

“Tutto per la gloria d Dio e per la salvezza delle anime

Questo voleva che fosse il nostro programma di vita.

Ricordo che quando, frequentante il 2° anno d corso d Matematica, dovevo decidere quale indirizzo scegliere per l’anno successivo e, temendo che tale scelta fosse dettata da orgoglio, gli chiesi consiglio per una eventuale scelta dell’indirizzo generale per restare all’università come ricercatrice, egli mi disse che quello che contava era fare la volontà di Dio, che non era orgoglio seguire quanto il Signore ci chiede di fare, anche se poteva sembrare grande ai nostri occhi; basta farlo per la sua gloria!

E un’altra volta, qualche mese prima di tornare alla casa del Padre, a me e ad Enza D’Errico, che gli confidavamo il nostro desiderio di prendere la patente per guidare l’automobile, disse di farlo subito per aiutare chi riaccompagnava i bambini ed i ragazzi a casa, la sera dopo le funzioni religiose; ricordo che disse: “Va vita fa’ rattìgn pu Signòr!”

 

I bambini! Quanto li amava e quanto desiderava che anche noi giovani li amassimo e cercassimo di stare spesso con loro all’oratorio, che venissimo a trovare i più piccoli all’asilo ogni volta che ci era possibile. Desiderava che anche noi partecipassimo di quella gioia semplice dei bimbi quando ricevevano leccornie. E desiderava anche che in noi nascesse il desiderio di fare apostolato tra i più piccini. E così iniziai a fare catechismo fin da quando frequentavo il liceo.

Ma non solo nei bambini dovevamo vedere Gesù, ci educava ad amare tutti, anche gli anziani e le persone più povere e bisognose di aiuto e di affetto.

Le feste erano feste di tutti; quando qualcuno di noi festeggiava il compleanno, non eravamo presenti noi ragazzi, ma uomini, donne, anziani, bambini, tutti come in una grande famiglia, riuniti attorno al festeggiato e al nostro Padre Don Aldo e si chiacchierava con Giuseppina, e si gustavano le saporitissime pizze che a volte “nonna Tittina”, come la chiamano i bambini dell’asilo, ci preparava.

Ricordo che la notte del Santo Natale, dopo la beatificante veglia notturna, animata dai canti che preparavamo con l’aiuto della signora Monno e della cara signorina Lella che é stata per tanti anni la nostra guida, con l’animo colmo di commozione per aver rivissuto la nascita d Nostro Signore tra tanta semplicità e povertà, ci si scambiava tutti gli auguri con tanta gioia ed affetto sincero e qualche anno ci siamo trasferiti nel salone “S. Giuseppe” per stare ancora insieme e gustare le scorpelle fritte sul fuoco scoppiettante che bruciava nel camino.

Come era bello stare insieme!

Proprio nell’approssimarsi del S. Natale dei suoi ultimi anni di vita, molti d noi scoprirono o toccarono con mano l’amore d Don Aldo per i più poveri e quanto voleva che anche in noi ardesse tale amore. Ricordo una mattina, quando io, mia sorella, Enza e Luisa ci attardammo in sacrestia dopo la Santa Messa e giunsero due signori per chiedere qualcosa in elemosina. Don Aldo aveva preparato dei panettoni di ottima qualità per ciascuno d noi, ci chiamò e ce ne diede alcuni e volle che fossimo noi a porgerli loro e poi egli completò in altro modo il gesto di carità! La cosa mi impressionò, insieme alla cortesia, direi quasi riverenza, con cui trattava Nicola Polignone, il senza-tetto che egli aveva accolto nella casa canonica e che voleva che noi tutti amassimo e rispettassimo. “Gesù ci ha chiesto di amarlo nei più poveri  soleva ricordarci.  

“Fatti santa!” Questo é ciò che soleva ripetere a ciascuno di noi ogni volta che ne aveva l’occasione.

Quanto tempo ci dedicava! Oggi penso che manchi proprio chi decida di regalare tanto del suo tempo ai giovani!

Ore ed ore trascorse il sabato pomeriggio nel confessionale per confessarci tutti, prima i più piccoli e poi man mano gli altri più grandi. E ne uscivamo col volto raggiante proprio di chi in quel colloquio aveva vissuto un’esperienza di paradiso. Leo, Enzo, Salvatore, Alessandro, Maria Palma, Stefania, Titti, Sonia, Annalucia, Teresa, Dunia.,. solo per menzionarne alcuni, ma eravamo diventati circa una cinquantina. Il sabato sera e la domenica eravamo felici, sazi, contenti, desiderosi di progredire nelle vie del Signore; era raro scorgere in noi le inquietudini proprie della nostra età, perchè ben presto trovavamo risposta e pace in Dio, in contatto con il quale sempre ci spronava a stare il nostro buon Padre.

Ho già detto che non voleva fare di noi preti o suore, ma voleva che facessimo la volontà d Dio, e siccome la via più comune è quella del matrimonio egli sperava che nel nostro gruppo si formassero le basi sane, salde e sante, di tante famiglie all’insegna di quella di Nazaret.

Tante volte, però, non l’abbiamo capito e, di fronte ad alcuni dinieghi dettati da paterna premura o, se vogliamo, da santa gelosia, la stessa di Dio di cui egli spesso ci parlava, abbiamo risposto alle sue ansie facendo di testa nostra!

E quando qualcuno di noi si allontanava, grande era il suo cruccio, il suo dispiacere; faceva subito un’autocritica per assicurarsi di aver fatto di tutto per tenere quell’anima unita a Dio ed era lì sempre pronto a riaccoglierci.

Ora, a distanza di undici anni dalla sua morte, molte di quelle famiglie desiderate si sono formate e in seno ad esse si cerca di far rivivere quegli ideali che egli con tanto ardore e sacrificio ci ha trasmesso e, come una di noi, Annamaria, ha detto recentemente, avremmo desiderato che anche i nostri figli avessero beneficiato delle stesse cure.

Siamo sicuri, però, che dal Paradiso, in cui egli soleva spesso trasportarci, se saremo fedeli al suo magistero, continuerà a guidare e noi e i nostri figli.

E gli continua a vivere ancora tra noi, é impossibile dimenticare ciò che ha operato nelle nostre anime.

Mi scriveva ancora Rosanna tempo fa: “Nuccia, sapessi quanto spesso mi vengono nella mente e nel cuore, tutte quelle bellissime conversazioni che facevamo tra noi, specie dopo aver trascorso giornate di paradiso lì a Cristo Re con Don A1do o dopo esserci arricchite in seguito ad un colloquio con lo stesso”.

 

Tutti educava alla preghiera, fin dalla tenerissima età. Tutti dovevano partecipare alle novene che ritmavano lo scorrere dell’anno liturgico e dovevano infervorare i nostri animi e prepararci alle grandi feste. Si cominciava con la novena di preparazione alla festa di “ Cristo Re” e la chiesa ridondava di voci soprattutto infantili che cantavano forte la gloria di Cristo; poi si proseguiva con la dell’Immacolata Concezione, del S. Natale e di seguito le Sacre Quarantore, che vedevano tutti impegnati dai più piccoli, che componevano i “ cori benedettini” in tunichetta bianca, ai giovani cantori intorno all’organo e via di seguito uomini e donne più o meno avanti negli anni.

 

Mi vorrei soffermare ancora un attimo sulla sua devozione alla Madonna. Quanto doveva amarla e come doveva sentirla vicina e presente! Così voleva che la sentissimo anche noi, piena di premure per la nostra santificazione, pronta ad aiutarci a divenire come Lei, docile ed umile strumento nelle mani di Dio. Ed ora, mamma di tre bambini, tra qualche mese di quattro, ricordo le sue continue sollecitazioni alle mamme a ripensarsi “alla luce del dolce sorriso della Mamma di ogni mamma.

 

Concludo ricordando quel martedì sera prima che volasse in cielo.

Quando andai a salutarlo, dopo la funzione, prima di rientrare a casa, eravamo presenti un nuvolo di anime; l’ultima sua frase da me udita fu: “oh, che ondata di frescura!” Era la dolce brezza che accarezzava il suo cuore, quando ci vedeva uniti da un vero vincolo di carità.

Non finirò mai di lodare Dio per il grande dono di tale Padre Spirituale!

 

 

 

 

Sommario

 

Preghiera a Gesù Cristo Re dell'Universo

Cristo regni,

sempre nei nostri cuori!

 

 

 * La Santa Messa * Preghiera del mattino * Preghiera a San Michele Arcangelo * Padre Luigi Graziotti

by Rosanna

 

   

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