Don Aldo Prato- Sacerdote di Cristo per sempre

Don Aldo Sacerdote Parroco di
Cristo Re
Nato a San Severo
il 27 aprile 1927, tra gli ultimi di una buona “nidiata” di figli, Don Aldo,
in soli 60 anni, compiva la sua storia umana.
Biondo, mite, pieno di vita, come tutti i bambini, di intelligenza
precoce e perspicace, mostrava un’indole riservata e raccolta, sobria
nell’espressione dei suoi sentimenti. Si imponeva
all’attenzione, accattivandosi l’affetto di quanti lo avvicinavano:
i ragazzini del rione, i compagni di scuola, di chiesa, i sacerdoti che lo
conoscevano, i suoi insegnanti, i vicini di casa.
Ai fratelli e alle sorelle la sua amabilità carpiva carezze e coccole, anche se
non mancava chi pretendeva, con qualche ceffone, di correggere la sua prontezza
a riferire alla mamma quello che avrebbe dovuto essere un segreto fraterno,
della cui “onestà” non doveva essere troppo convinto.
Ad 8 anni, perfettamente ferrato nella conoscenza del Catechismo, nella
Parrocchia di San Severino, riceveva
Tutto raccolto nel bel vestitino di velluto nero che mamma Adelina gli aveva
preparato, “Alduccio” apriva il cuore all’invasione divina.
Da quel giorno Don Ernesto non se lo tolse più di torno: meglio ammetterlo al
corso per aspiranti chierichetti! Fu un successo: superò la prova, imparò, in
latino, tutte le preghiere della Messa, perché un chierichetto,
all’epoca, per servire
Ma
è poco essere chierichetto, vuole essere “Don Ernesto”!
La mamma, la sorella maggiore Fiorenza e, in genere, gli adulti di casa, venivano
puntualmente invitati ad uscire a passeggio e, quando aveva la fortuna di
trovarsi solo, “don Aldo” si preparava l’altare e celebrava “la
messa”. Un tavolino, un asciugamano bianco, il quadretto di Gesù
e quello della Madonna, il Crocifisso al centro, un
libretto di preghiere (il messale), un bicchiere
coperto da un fazzoletto (il calice), una scatolina di cartone con le ostie (la
pisside), due candele: l’altare è pronto.
Aveva un segreto alleato, il sacrestano di San Severino, che gli dava le ostie e
lo aveva fornito anche di una “bellissima” stola che non serviva più. Quando
mancavano le ostie, se le faceva di carta. Poi indossava i paramenti: una
camicia bianca di giusta lunghezza era il camice, un pezzo di spago
il cingolo, la stola del sacrestano completava il paludamento.
I bambini del rione, chiamati a raccolta, “facevano” i fedeli. Iniziata
la messa, somministrava la comunione con le ostie di farina o di carta, che i
bambini ingoiavano senza tante storie e, più di tutti, ne ingoiava la sorellina
Liliana, la compagna dei suoi giochi. Alla fine impartiva la benedizione.
Ma c’era un seguito!
I ragazzini, in frotta, lo tempestavano di domande di ogni
genere: “don Aldo” li teneva galvanizzati per ore con le sue risposte. Concludevano
il gioco le immancabili processioni nella stradina di vico Fabbri, sotto lo
sguardo divertito dei vicini di casa e delle vecchiette che si commuovevano a
vedere “u’ prvtozz”
che portava, davanti a tutti,
Tra
Concludeva il primo ciclo di istruzione elementare.
Aveva due possibilità di continuare gli studi: iscriversi all’Avviamento
professionale o al Ginnasio. Optò per il primo,
perché esente da tasse scolastiche.
Cominciava il secondo corso di studi quando già
l’attrattiva divina si faceva irresistibile: attraverso le vie imperscrutabili
del suo gran cuore, il Divino Maestro non cessava di calamitarlo a Sé.
Ogni anno si svolgeva puntualmente la novena alla Madonna del Carmine, che
vedeva
Don Aldo, che frequentava assiduamente la chiesa, si fece amico dei Padri: Padre
Martiniano, Padre Alfonso... Sui mantelli bianchi dei predicatori sgranava gli
occhi; la mente e il cuore, già proiettati verso la vocazione, si nutrono alle
parole ispirate delle meditazioni sulla Vergine. Aveva solo 13 anni
quando confidava a Padre Martiniano il suo proposito di appartenere solo
a Dio e la volontà di seguire il Carmelitano a Firenze, per compiere gli studi
e arrivare al Sacerdozio.
Il16 luglio 1940, con altri due coetanei, partiva
alla volta di Firenze, per entrare alla “Castellina”.
Il conflitto mondiale era in pieno svolgimento; poco più di un mese prima
l’Italia era entrata in guerra. Alla Castellina
rimaneva fino al compimento della terza ginnasiale. Stava per iscriversi al
quarto anno quando, l’8 settembre 1943, l’Italia
chiedeva la resa agli angloamericani. Il giorno dopo
le truppe tedesche, che presidiavano l’Italia, invadevano tutta
Come Dio volle, dopo giorni
e giorni di viaggio, il giovane raggiunse i suoi
familiari: correva l’anno 1944. Le condizioni fisiche erano indescrivibili, ma
altrettanto indescrivibile era la sua statura morale
e spirituale.
L’esperienza della Castellina
fu fondamentale nella storia della vocazione di Don Aldo. Il silenzio austero e
l’intenso misticismo diventarono per lui sorgente di squisita religiosità.
Il giovinetto veniva
aiutato a scavare nel profondo del cuore per attingervi, chiara, la rivelazione
di una vocazione incipiente, ma decisa, e, nel rigore monacale della Castellina,
nella soffusa dolcezza della mariana pietà, prendeva dimestichezza col
soprannaturale.
Lotte, privazioni, malattia,
indigenza provarono, ma non scalfirono la sua vocazione né la sua
tempra morale. La necessità di cure e di riposo lo costrinse ad una forzata
interruzione degli studi. Mentre si curava, tornava nella sua Parrocchia, San
Severino; lo accoglievano l’affetto dell’antico Maestro, Don Ernesto, e le
sale parrocchiali brulicanti di bambini, adolescenti e giovani, che andavano in
Chiesa a istruirsi nelle cose di Dio.
Nell’Azione Cattolica, in
qualità di delegato aspiranti, il giovane Aldo aveva radunato una
cinquantina di adolescenti nell’aula più piccola: un miracolo farceli star
dentro e un miracolo ottenerne il silenzio per tutta la durata dell’incontro.
Col recupero della salute, riprendeva gli studi, prima privatamente, fino alla licenza ginnasiale, successivamente al Liceo classico “Matteo Tondi”, dove Docenti e Preside lo ebbero carissimo per le sue particolari doti di intelligenza e di cuore.

Nel luglio del 1950
conseguiva la licenza liceale con ottimi voti. E’ deciso a farsi sacerdote.
Altrettanto decisi sono i familiari ad impedirglielo:
lo avevano visto recuperato alla salute e temevano, per lui, i sacrifici del
Seminario.
Fu rocambolesco il suo
approdo in Seminario: nottetempo, brandina e
materasso in spalla, cerca alloggio e accoglienza. Rettore del Seminario era
all’epoca il compianto Don Peppino Stoico: a lui il giovane aspirante al
Sacerdozio affidava il suo disegno di consacrarsi al Signore; a lui, negli anni
1950-51,veniva assegnato dalla Santa Sede, con nomina
pontificia a firma del Card. Pizzardo, quale
discepolo dell’intero arco delle discipline filosofiche: Logica minore e
maggiore, Metafisica generale e speciale, Ontologia, Psicologia e Teodicea.
Così lo ricordava, nella sua commemorazione, l’antico Maestro: “.. .apparentemente schivo, fisicamente fragile, caratterialmente severo, duro, esigente e intransigente, quando c’era di mezzo la coscienza, ma intellettualmente superdotato, potenzialmente ricco di capacità di sintesi e di spirito critico, sensibilissimo al dibattito teologico e all’aggiornamento culturale, fortemente volitivo, passionalmente impegnato nella formazione di laici militanti, testimone insonne della carità pastorale per i bambini, i poveri, i malati e i moribondi che costituivano il suo amore preferenziale, che egli viveva, senza tempo, con un’aggressività dirompente contro ogni tentativo di conformismo e rassegnata assuefazione al compromesso.”

A fine corso il promettente
seminarista sosteneva brillantemente l’esame presso il Seminario Superiore di
Benevento.
Nel Seminario di Posillipo,
tra i Padri Gesuiti, per volontà del Vescovo Mons.
Francesco Orlando, completava la sua preparazione al Sacerdozio col corso
quadriennale di Teologia per giungere alla vagheggiata Ordinazione, per le mani
dello stesso Vescovo, il 10 luglio 1955.
Da quel momento, la sua evangelica operosità non conobbe soste. I primi due anni fu Vice-parroco nella Parrocchia di San Nicola. Seguirono otto anni di servizio alla Chiesa e alla Diocesi, sempre come Vice-parroco, in Cattedrale, dove ricevette anche la nomina di Canonico del Capitolo.
Nei due anni successivi fu
nominato Vice-rettore del Santuario della Vergine del
Soccorso.
Finalmente, il 7 aprile
1968, ricevette la nomina di Parroco di quella che lo avrebbe visto spendere
tutte le sue forze fisiche e spirituali, fino al supremo anelito della sua vita:
Già un sogno premonitore lo
aveva preparato a questo, un sogno che egli qualche volta amava raccontare con
rispettosa devozione:
Approdò in Parrocchia con
un programma preciso che improntò tutto il suo ventennale ministero: “Promuovere
nelle anime l’esperienza del Divino”.
Sintetizzava la via da percorrere nei tre candori: la bianca Eucarestia,
la bianca Vergine, il Bianco Padre.
Per una maggiore conoscenza
della Fede volle dotare
Il suo instancabile zelo si
espresse in fecondità di opere: le SS. Missioni
parrocchiali, i Ritiri spirituali, le Missioni quaresimali nei rioni della
Parrocchia, gli immancabili incontri annuali con tutte le famiglie attraverso la
benedizione pasquale delle case, che venivano da lui puntualmente rivisitate
quando le trovava chiuse, la consacrazione dei condomini al Sacro Cuore, le
Accademie “pro Pontifice et
Ecclesia”, le “Tornate eucaristiche”, i corsi
di Esercizi spirituali , la sua opera di Formatore di anime attraverso
l’esercizio della Direzione spirituale, che offriva a piccoli e grandi con una
dedizione che lo occupava senza limiti di tempo. Ma...
al tempo non badava mai! Ne sanno qualcosa gli uomini che si
intrattenevano con lui fino ad ora inoltrata al tepore del camino o al
fresco del giardino nelle serate estive:
altra occasione per continuare la sua opera formativa. Parroco di Cristo Re!

Bisognava in tutti i modi
rendere
In questa prospettiva le
varie opere destinate a rendere splendido il Tempio di Dio: il Fonte
Battesimale, la nuova pavimentazione,

Le sue premure paterne, la
sua Anima di Apostolo, sensibile ad ogni umana e
sociale problematica, si materializzavano nella fondazione della bella Scuola
Materna “S.Domenico Savio” e già sognava un
altro “Asilo” per gli anziani, per i poveri, per i soli. Ed “un’ala”
doveva essere riservata ai confratelli sacerdoti che, tra i soli, vedeva
i più soli.
Qui le fragili forze, in una sola settimana, finirono col cedere al potere della morte. Una febbre più irriducibile del solito lo prostrava fino a recidere il tenue filo della sua resistenza. Ma... quale la vera causa di una morte così inaspettata? Molto significative le parole del suo Vescovo, Mons. Cassati: “Se muore adesso, a 60 anni, è perché il suo fisico non ha più retto. Non è una broncopolmonite che può mandare oggi alla tomba... Tutto quello che è successo.. .è la candela che, arrivata alla fine, si è spenta, non potè più continuare e si è spenta perché per 20anni non ha voluto conoscere ferie, non ha voluto conoscere riposo, non ha voluto conoscere se non la sua Chiesa, il suo Confessionale, il suo Altare, la sua Eucaristia e la sua Immolazione...”
Sacerdote
di Cristo, per sempre
“E’ necessario che il
sacerdote sia attento, è necessario che, ogni volta che un’anima passa vicino
a lui, ogni volta che un’anima gli porta il mistero che si svolge, che si
forma in lei, è necessario che egli possa comprendere, possa leggere, possa
distinguere quello che è dell’uomo e quello che è di
Dio, ed è necessario che egli sia capace di constatare, anche per esperienza e
per una sorta di permanente controllo, in quale misura le grandi cose che egli
ha scoperto nel Cuore di Cristo, all’Altare, sul Calvario o nel Vangelo, in
quale misura tutte queste cose operano in quell’anima,
si realizzano in quell’anima... E’ a questo
livello che Dio lo ha collocato ed è questo, e non meno, che Dio vuole da lui.
Dovete comprendere che uscendo dal raccoglimento e dall’intensità di questa
comunione con Dio, egli può, quando vi passa accanto, dirvi delle parole che
non avete mai inteso, predirvi ciò che dovete fare per trovare il Padre vostro
che è nei cieli, lacerare, in qualche modo, tutti i veli che vi celano
l’orizzonte...” (P.
Vallée, da “Questa presenza di Dio in te”).
Chi è vissuto all’ombra
delle premure sacerdotali di Don Aldo queste realtà
le ha sperimentate e di queste realtà non vuole perdere la memoria. Se si
considera, poi, che egli è stato Parroco, si dirà
che tutta una Parrocchia è stata oggetto delle sue sacerdotali premure.
Ricordare significa risvegliare gli affetti più profondi, significa
esaminarsi e abbandonarsi alla mestizia del cuore se, chi è stato depositario
delle sue attenzioni, ha fatto cadere nel vuoto il sacerdotale desiderio di
consegnare a Dio, nel tempo e per l’eternità, le anime destinate alle sue
cure.
Ancora oggi il suo
insegnamento è più vivo che mai. Quanto soleva dire, nelle omelie funebri, ai
familiari affranti è vero anche per lui: “Non
sono morto, vi seguo, vi vedo, vi amo, so tutto di voi, intercedo per voi!”
Sì, don Aldo è una persona
di cui non si può parlare come se non fosse più. E’ l’undicesimo anno
della sua morte e, sempre, nell’arco di questo tempo, è stato dato di
cogliere calde testimonianze di affetto alla sua
memoria.
Segno che le anime gli sono
sempre care, segno che, per vie segrete, egli continua ad evangelizzare: “L’Amore
divino è vero, vero è il Paradiso, come vero è il
peccato e l’inferno destinato ai peccatori “.
Sprona ancora a quello che i
figli di Dio devono fare per piacerGli: “Rinnega
te stesso, prendi la tua croce e seguiLo!”.
Con Dio non ci sono “se” e non ci sono “ma”.
Con la ricchezza divina si può
barattare la nostra povertà, se si prende la via giusta, anche se austera. Lo
stile di vita di Don Aldo era austero e non si può dire
che non fosse austera la sua parola. Ma... non deve
essere così se esemplare è la dignità a cui deve pervenire il Sacerdote,
particolare la sua bontà, pura la dottrina, senza misura il coraggio, senza
tempo l’immolazione, fine, caritatevole, umile il tratto? Così il Sacerdote
è credibile, perché così è specchio di Cristo e cuore della Chiesa.
Il Sacerdote, già per dono
di vocazione, è un alter Christus: al suo cospetto
l’io umano si disarma e si apre al fascino della bontà e della santità. E’
la dimensione nuova che
Don Aldo era un uomo
radicalmente annientato nella realtà del “suo” Sacerdozio e nulla,
pertanto, gli apparteneva che non fosse di Dio. Ecco
perché poteva parlare di Dio donandoLo!
“Promuovere
l’esperienza del Divino nelle anime, prendendo dimestichezza con se stessi e
col soprannaturale”: il
programma del suo ministero di
Parroco, al fine di immergere la creatura nella
“nuvola di Dio “.
“Dio è intimo a te
più di quanto tu non lo sia a te stesso”.
Cominciava da qui la sua
opera di Formatore di anime. E quanti non si sono
visti trasformati nella loro originaria struttura, quanti non ha
aiutato a sollevarsi dalla valle del pianto, di quanti non ha temperato o vinto
la ribellione!
Portare nel
regno della libertà, dell’armonia, della verità: il suo scopo.
Scavava nel profondo,
accompagnava con decisa, ma dolcissima autorità, il
cammino di formazione fino a vincere le tante resistenze alla Grazia.
Chi gli si affidava provava
sgomento e sicurezza. Sgomento perché si trattava di attraversare, tutte, le
“regioni” della propria natura decaduta. Sicurezza perché la sua era
la mano di esperto che quegli itinerari aveva familiari, avendoli
percorsi e sperimentati in sé. E, nella sicurezza
della via, il coraggio di guardare in faccia la propria realtà, di chiamare col
suo nome, senza indulgenze, tutto ciò che si oppone a Dio: nel rinnegamento del
proprio io si può assaporare la gioia della libertà dei Figli di Dio.
“Prendere contatto con te
stesso, discendere, attingere la rivelazione di quel che sei,
non è che la via introduttiva che mena al Cuore dell’invisibile. Le due
stazioni radio sono queste: là, nel mondo dell’Invisibile, il Cuore Eterno,
il Cuore-Fonte, qui,
“
Sentiti confuso
pensando che il Figlio di Dio ha voluto adeguarsi a te... il tuo corpo
è strumento di gloria, perché assunto dal Figlio di Dio”.
E
le sue rivelazioni nell’ordine soprannaturale?
“La tua anima,
la «tua» anima, è l’Alito Santo di Dio, immediatamente soffiato
nell’essere tuo. Dunque, tu hai qualche cosa che ti viene
dato immediatamente da Dio, di stirpe e di origine divina, di fattura divina
“.
Con caldi accenti tratteneva
i suoi all’interno del recinto della Chiesa.
Partendo dall’accorato
lamento divino: “Avete lasciato Me che sono
“Tu hai diffidato della
Confessione, non hai creduto più a quella Confessione dalla quale, quando tu ti
levavi un tempo, ti sentivi alleggerito, ripreso, contento”.
E
non mancava il confronto col Vangelo.
“Quando
presentano a Gesù il paralitico, Gesù
comincia a guarire, a purificare dall’inquinamento del peccato «confida, o
figlio, ti sono rimessi i tuoi peccati!» “.
Al termine del percorso,
l’invito ad aprirsi al ministro di Dio:
“Cara anima, dove vuoi
rivolgerti? Tu sei di origine divina e, allora, senti
la parola del Divino Maestro che, solo, può educart4 può curarti, può
allevarti e alleviarti...”
E la spinta
al Divino Abbandono:
“Fate questa preghiera
semplice: « Signore, io sono tua proprietà! Io non sono
mio, io sono tuo. Sì, è cara la mia vita a me, ma
io sono più caro a Te; è cara a me la vita di mio marito, ma so che è più
cara a Te; la vita dei miei figli mi è cara, certo, ma a Te è più cara.
Se muoio, muoio a Te, se vivo, vivo a Te, se perdo, la perdita è tua; se vinco,
la vittoria è tua.» “.
Tutto si eleva,
gli orizzonti si dilatano!
E,
per rendere più facile il cammino, sulla scia di Teresa di Lisieux, l’invito
a farsi piccoli:
“Torna ad essere bambino,
ritrova in te il fanciullo evangelico, il fanciullo
uscito dal Battesimo e ti sentirai riposare, cadere riposato in Dio. Ti accorgi
di un mare senza argini e senza fondo, ma è bello, dolce naufragare in questo
mare... Finiscono le depressioni tenebrose, le ansie
finiscono. Abbandonato nelle braccia della Provvidenza, di quel Dio che tutto
vede e provvede in numero, peso e misura, tu avrai la gioia di sentirti il
neonato che viene dondolato soavemente nella culla.
Culla sono le braccia del Padre nostro che è nei
cieli, culla sono per te le braccia distese del Divino Crocifisso, culla è al
tuo cuore lo Spirito Santo, il quale ci avvolge, ci penetra, ci lambisce e ci
ristora, ci ripristina e ci dà vita”.
Né
mancava, nel cammino di formazione, la presenza della Mamma, per la quale i suoi
accenti diventavano infuocati.
“
A Lei rivolgiamoci
con una fiducia sconfinata; è Lei che deve prepararci le disposizioni di mente
e di cuore, di sentimenti, di affetti, di anima e, vi dirò, di corpo pure.
Noi fidiamo in
quest’opera segreta, che Lei svolge, di liberarci dai tossici che si annidano
in noi con lo stesso respiro dell’anima, di liberarci dagli umori, più o meno
acidi che si accumulano in noi.
E’ l’avvio,
anime benedette, di tutta un’opera di disinfezione e, pertanto, di
rigenerazione. Chiara vedrai la tua anima, tersa, come un brillante, e ti
accorgerai che proprio in quel brillante filtra il Divino Raggio, così che tu
debba sentire la tua unità intimissima con quel Dio che inabita in te: Tu-io,
Signore, io-Tu.
Che sicurezza è
per noi sapere di avere
Qui si trascende
ogni possibilità di presa mentale. Per poter dire qualcosa, occorre che si
passi ad occhi bendati nella luce della Fede “.
“Aldo
fa parte dei profeti del nostro tempo” ha affermato di lui il confratello e
amico Don Mario Lozupone “un profeta che ricorda.., che senza Dio, senza
Cristo non si va avanti...”
“OPORTET ILLUM REGNARE” è scritto sul mosaico absidale di Cristo
Re.
Bisogna
che Egli regni perché, fuori della civiltà di Cristo, non rimane che la civiltà
della morte.
Il
mosaico è l’espressione più eloquente della pedagogia di Don Aldo.
L’Empireo
col Creatore al vertice della rappresentazione iconografica indica la meta a cui
pervenire.
In
basso, gli angeli ribelli, i mali e le debolezze dell’umanità attestano il
regno creato dalla disobbedienza.
Si
snodano, tutti, i miti dell’odierna civiltà: il demonio del potere e
dell’avidità che agguanta denaro e ricchezze, i simboli e i trofei dei vari
poteri delle ideologie materialistiche, che attestano i frutti del potere del
male.
Ad
essi si accompagnano la dissoluzione della società e della famiglia, la strage
degli innocenti a cui la follia edonistica ha voluto negare il diritto alla
vita: è il regno del Male in lotta impari col Bene. Perciò...
“E’
NECESSARIO CHE EGLI REGNI”.
In
alto si erge la civiltà del Cristo: il Redentore benedicente con accanto
Sarebbe
lungo illustrare tutti i dettagli del Mosaico, che, nelle intenzioni di don
Aldo, doveva significare per i fedeli
Quanto
si muove nel mosaico diventa, per don Aldo, trampolino di lancio per la sua
azione apostolica e pastorale.

Se non
è possibile convertire il mondo, si può partire dall’uomo che vive nel
mondo, dal singolo uomo, anzi dall’uomo appena in boccio: la piantina sana darà
albero, fiori e frutti sani!
Da qui
il suo amore per i piccoli, amore di predilezione che crea opere e prima fra
tutte
Brulicavano
di fanciulli e di fanciulle gli Oratori. La gaiezza infantile faceva risuonare
le sale parrocchiali, i “cori benedettini” delle voci bianche toccavano i
cuori dei grandi, nelle grandi occasioni delle feste eucaristiche e mariane di
Cristo Re, ma, soprattutto, intenerivano il Cuore di Dio. Erano i primi
protagonisti della vita parrocchiale i bambini, i “padroncini di casa “, i
primi apostoli che annunciano alla folla di fuori che è bello e piacevole stare
nella Casa del Signore, e vi si vuole abitare tutti i giorni della vita.
Era
un’impresa per le catechiste rimandare i bambini a casa e convincerli al
rispetto dell’orario.
E Don
Aldo guardava divertito, come divertito veniva ad imboccare i bambini nel
refettorio dell’Asilo, come divertito vedeva i bambini, e anche chi non era più
bambino, consumare gustosamente il panino dopo
“Nonna
Tittina” ne preparava a centinaia, il fornaio doveva portarli morbidi e caldi.
La colazione “in loco” serviva a trattenere i bimbi anche dopo
Ogni
stagione aveva le sue sorprese: le caldarroste in autunno, le “scorpelle”
d’inverno, le ciliegie, le fragole a primavera, l’anguria al fresco del
pozzo nelle torride giornate di luglio.
“Don
Aldo amava i bambini a prima vista”, proclamava un piccolino di appena sei
anni nella felice intuizione che l’Amore era il primo agente di tanta
“fantasia”.



Agli
adolescenti e alle adolescenti indicava il fulgido esempio di S. Maria Goretti,
la cui festa, preparata dal triduo, dai canti, dalle toccanti emozioni, era uno
splendore soffuso di fragrante innocenza, che faceva capire il martirio dei puri
e faceva anche sognare!...
“Dovete passare attraverso il fuoco
senza bruciarvi, dovete passare attraverso il fango senza sporcarvi
diceva, senza timore di chiedere troppo! E... gli si credeva!
Per
tutti aveva una guida da indicare: alla Comunità parrocchiale la vittoria del
Cristo sull’Anticristo, alle mamme il fulgido modello della Mamma di ogni
mamma, la sorgente stessa della Maternità.
Per
Lei bisognava passare per rendere casto l’amore materno, a Lei ispirarsi nella
difficile arte di educare l’umanità in boccio o di introdurre alla vita in
una società frastornata, confusa e, spesso, prigioniera dei suoi stessi
equivoci.
Ai papà
insegnava ad essere “tutti d’un pezzo”. Ad essi toccava rivelare i veri
valori, quelli che vanno individuati nelle realtà che non mortificano l’uomo,
ma lo salvano, lo realizzano, lo promuovono.
A loro
affidava la difesa dei figli da un progresso talora disumano e disumanizzante,
la difesa dall’aridità della nuova era tecnologica. Per essi era il pressante
richiamo all’irrevocabile comando divino di amare.
Sull’esempio
di San Giuseppe, geloso custode di Gesù e della Vergine, essi dovevano
significare, nella casa, la sicurezza,
Per le
mamme e i papà ci si mobilitava nei giorni a loro dedicati dalla economia
consumistica e li si onorava con preghiere, accademie e canti, restituendo al
sacro tutte le attenzioni alla maternità e alla paternità.
Per
l’ultima età e per i poveri egli trepidava.
Trepidava
avvistando le forze sinistre ammantate di falsa pietà, che valutano l’uomo in
chiave di produzione. Dopo l’attentato alla vita appena concepita, un altro
crimine orrendo si prepara contro l’uomo e contro Dio.
Ecco
perché è necessario richiamarsi alla Legge divina, al divino Legislatore che,
per salvare all’uomo la “vita”, ha sacrificato Se stesso.
Ha
rotto tutti gli argini della prudenza, Don Aldo, quella sera d’inverno, quando
si chiudeva la porta della sacrestia lasciando dentro, al caldo, un ospite:
Nicolino Polignone. Il giorno dopo Nicolino è dei nostri: lui, piuttosto, deve
adattarsi alla vita umana! ... Ora ha vestiti nuovi che gli stanno “stretti”
perché i “cenci” gli erano più comodi, un piatto caldo e cibi consueti, ma
si deve cambiare menu perché deve arrangiarsi senza denti, ha un letto comodo
ma... non vi sa dormire: ha sempre dormito sulle panchine della stazione o del
viale!
Ad una
cosa Nicolino non ha avuto bisogno di adattarsi: al sorriso dei bimbi che gli
facevano festa, all’attenzione dei giovani che gli rivolgevano la parola,
all’affetto dei grandi che l’hanno subito “preso” fratello.
Ha
trovato l’Amore che ha sempre cercato!
E,
davanti a tutti, Don Aldo, che gli faceva il bagno, lo vestiva, lo imboccava
come un bambino.
E come
un bambino Nicolino piangeva a dirotto il giorno della morte del suo
benefattore!
E
quanti “Nicola” non avrebbe accolto Don Aldo negli spazi vuoti della Chiesa
senza l’umana prudenza che si scandalizza di fronte alle follie del Vangelo
integrale.
Ci
avverte il Vangelo: “A chi fu dato molto, molto sarà chiesto.” (Le 12, 48).
Molto
è stato dato alla Parrocchia di Cristo Re e moltissimo alle anime che a Don
Aldo sono state vicine.
Sono
le misteriose attenzioni divine con le quali Dio si fa presente nella storia del
mondo e dell’uomo.
“Preziosa
agli occhi del Signore è la morte dei giusti” canta la salmodia di Davide. Si
aprono i cieli a chi ha sempre sognato e vagheggiato, per eternarlo, il canto
dell’Amore.
Se è
vero che non c’è Resurrezione senza Croce, è vero anche che non c’è Croce
senza Resurrezione.
Tremendo
è il mistero di dolore e di gloria per le anime che il Signore ha fatto sue.
Don Aldo era una di queste e in lui abbiamo potuto contemplare l’uno e
l’altro mistero.
Conosciamo
il dolore della sua vita. Non possiamo pronunciarci sul dopo.
Ogni
uomo di Dio ha, nella sua storia, delle pagine che non si leggeranno se non in
cielo!
Ma...
quale il significato del sorriso impresso nel suo sembiante di morte?
L’esultanza dell’anima che in un impeto più ardente d’Amore, consumata
ogni resistenza mortale, si vede sciolta dai vincoli che la trattengono
dall’Abbraccio Eterno? O una conferma, per noi, che “è tutto, tutto, tutto
sacrosantemente vero”, come ha sempre detto? L’una e l’altra cosa insieme!
Quelle
Verità immensamente e amorosamente scrutate nei velami della Fede,
improvvisamente svelate al suo cuore pronto alla Visione, le consegnava nella
dolcezza di un sorriso a noi che siamo al di qua del “dulce sapere”.
Maestro
anche nella morte!
Ma
“l’Amore è più forte della morte!” In questo Amore, sfida e vittoria
della morte, don Aldo continua a profondere i doni di quella Divina Paternità a
lui partecipata in misura “pigiata, scossa e ricolma”, ma ora donata in
misura infinita, perché infinite sono diventate le sue capacità di ricevere.
Del resto in questa prospettiva di eternità Don Aldo ha vissuto tutta la sua
realtà sacerdotale.
“SACERDOTE
DI CRISTO PER SEMPRE”, si legge sui ricordini della sua Ordinazione
Sacerdotale.
E, nel
25° anniversario del suo Sacerdozio, “SACERDOTE DI CRISTO, PER SEMPRE”,
ribadisce.
Per
sempre!
Per
tutta la durata della sua vita? No!
“IN
AETERNUM”.
“San
Domenico Savio
“Miracolo”
di fede e di amore
“Se
avrete Fede quanto un granello di senapa, direte a questa pianta di sicomoro: «Sradicati
e trapiantati in mare» ed essa vi obbedirà”.
(Lc
17, 6)
Rievocando
Don Aldo, è d’obbligo incontrarsi con la sua Fede, speciale sorgente del suo
zelo sacerdotale ed apostolico.
Quello
che ci rende veramente capaci di un’azione apostolica è l’essere una sola
cosa con Cristo ed anche in questo Don Aldo ci è di esempio.
Molte
sono le sue opere, visibili o note a Dio solo, ma, fra tutte,
I
piccoli! Per i piccoli Don Aldo sentiva le stesse attrattive divine. Chi non lo
ha sentito cantare le glorie dell’infanzia? I piccoli, per lui, erano i più
autentici portatori del profumo di Dio, il “candido stuolo grondante di
Battesimale Rugiada”.
Da qui
il suo orrore per il dilagare delle nuove “culture”, intese a mettere in
discussione lo stesso diritto alla vita per l’umanità appena in boccio.
Ecco
la ragione dell”Asilo bello ed ospitale”: la risposta umana e cristiana a
tante sociali sollecitudini.
Cun
gioia partecipava alla Parrocchia la posa della Prima Pietra, “sicuro che non
poteva non goderne ogni spirito gentile”.
Siamo
nel 1974.

Su
questa pergamena, che accompagna la posa della Prima Pietra, è impressa, a
sigillo perpetuo, l’Anima di Chi questa Opera ha voluto al solo scopo di
glorificare
Dio e
di beneficare le anime.
Magnifico
stile di chi l’Amore ha strappato alle sue radici, tutto ordinandolo al bene!
Abbiamo
parlato del fine dell’Opera e... i mezzi?
“Il
compito è della Divina Provvidenza aiutata dalla nostra preghiera affettuosa e
fattiva in generosità di opere. Questo il “Capitale” di Don Aldo:
la
moneta spirituale, senza la quale i sacrifici e i beni materiali non sono
fecondi!
Ritorna
in argomento
La
logica umana si scandalizza: la povertà, la mancanza di ogni umana certezza,
che di solito fanno paura, diventano per lui ulteriore motivo di abbandono.
Stando agli umani criteri, si comincia con una “follia”: le finanze non sono
“a zero”, sono “a sottozero”.
Ma...
Uomo
di Fede, Egli impone alle montagne di spostarsi ed esse si sono dileguate, se
noi possiamo contemplare nella Parrocchia di Cristo Re uno splendido frutto di
Sacerdotale Fecondità lasciato dagli imperscrutabili disegni di Dio, alla
custodia di coloro che seguono nel gravoso compito di non lasciare illanguidire
il Fuoco acceso.

N.B.
Tutte le citazioni riportate in corsivo sono tratte dalle
predicazioni di don Aldo.
Dalla
Commemorazione dell’11 Anniversario del transito di Don Aldo Prato, 26 – 27
gennaio 1999
RELAZIONE DEL PROF. DELlO IRMICI
Chi,
come me, del caro Don Aldo è stato più che un fratello e del suo magistero
sacerdotale ha avuto il privilegio di essere un testimone diretto, avverte con
particolare risonanza quanto sia impegnativo parlarne. La pienezza di quella
missione è stata talmente ricca e coinvolgente da ridurre lo spazio per uno
schema interpretativo frettoloso e parziale.
A
distanza di undici anni dalla scomparsa di Don A1do resta ancora vivo il suo
ricordo, illuminante l’espressione della sua fede, solenne e categorica la sua
parola, profonda ed intrinsecamente magistrale la direzione spirituale di tante
persone a lui vicine.
Dio ha
veramente operato prodigi nella disponibilità totale del suo servo. Da parte
mia si possono dunque tentare delle oggettive puntualizzazioni, semmai ce ne
fosse ancora bisogno.
Alcune
definizioni del prete che mi è recentemente occorso di leggere sono rivelatrici
della personalità e della statura sacerdotale di Don Aldo. Ogni sacerdote è un
costruttore di ponti, un paziente ed audace elaboratore di agganci, un mediatore
solerte tra la grandezza di Dio e l’insufficienza umana.
Fedele
e rigorosamente coerente con la realtà evangelica della vite e dei tralci, Don
Aldo si è adoperato in tutti i modi perché la linfa della grazia, come
sorgente di acqua viva, penetrasse nell’intimo delle coscienze per liberarle
dai compromessi, dagli inganni e dagli egoismi di cui siamo ostinati portatori.
Ogni settore dell’attività parrocchiale era per lui un campo privilegiato di
azione e li si profondeva un’energia senza limiti,
Nella
difficile esplorazione della sua metodologia pastorale può soccorrerci la
rilettura del ventottesimo capitolo della Lumen
Gentium, oltre che nei principi generali che enuncia, anche e
soprattutto nelle sapienziali didascalie che li sorreggono ed esemplificano. I
comportamenti di un prete ne escono evidenziati e, direi quasi, sublimati. Il
divino modello cui si ispirano, si oggettivizzano nella realtà di interventi
globali e totalizzanti. I sacerdoti compiono la loro opera, credendo nella legge
del Signore, insegnando ciò che credono e vivendo ciò che insegnano. Don Aldo
non disertò mai le sue responsabilità, ma fu un costruttore tenace di
certezze. La sua sistematica presenza la si poteva avvertire ed inquadrare in un
orizzonte incredibilmente ampio, dal respiro profondo, dalla donazione totale,
dal pieno coinvolgimento nella vita comunitaria.
Sulla
centralità dell’amore Don Aldo, amico di tutti, ha costruito quotidianamente
il suo magistero. Pareva aver fatto proprio il convincimento di Abram Herschel:
“Non c’è nascita e speranza in cui l’uomo e Dio non siano insieme
coinvolti. Per realizzare il suo sogno Dio deve entrare nei sogni dell’uomo e
l’uomo deve poter sognare i sogni di Dio”.
Ho
detto poc’anzi “amico di tutti”: potrebbe sembrare una generalizzazione
retorica di circostanza, ma non lo è. Per Don Aldo l’amicizia fu molto più
che una forma di semplice cameratismo. Fu, invece, un processo continuo di
condivisione, alimentato da quello spirito di carità che Cristo volle
codificare in un impegno di vita: “Ama il tuo prossimo”. Un condividere
continuamente problemi, ansie, sforzi, sofferenze con un unico imperativo
categorico: Fa’ che il tuo cuore diventi un tabernacolo vivente di umanità,
dove ogni attimo di storia sia partecipazione convinta, in fondo, spendersi per
il bene degli altri per il solo fatto d esistere, è ragione del vivere insieme,
e rinnovare il mondo, ricreandolo insieme, è un’esigenza primaria di
universalità.
A
tal proposito si pensi per un istante alla definizione di amicizia data da un
eminente scrittore latino: “Nihil aliud est nisi omnium divinarum humanarumque
rerum cum benevolentia et caritate consensio”: niente altro è l’amicizia se
non un perfetto accordo nelle cose divine ed umane, unito con un sentimento di
benevolenza ed affetto. Consensio o perfetto accordo fu per Don Aldo il suo modo
di coesistere con gli altri. Quanti hanno ricevuto da lui un sorriso nella
sofferenza, una carezza nell’ora suprema, una parola forte nel dubbio, uno
sprone energico nel momento della debolezza!
Era,
specie per i giovani, un suscitatore di interessi, un abile disegnatore di
prospettive, un alimentatore di entusiasmi, un modellatore ineguagliabile di
coscienze, Bisognava rendere tutti parti interconnesse di un sistema nuovo ed
ampio di vita con il respiro dell’universalità. Nessun campo gli rimaneva
precluso: dalla teologia alla filosofia ed all’antropologia.
L’amicizia
per tutti si configurava come l’iter luminoso su cui camminare ed operare col
conforto di Dio e della Vergine Santa, di cui fu cantore ed apostolo
ininterrottamente.
Ci
fa un campo, però, che egli privilegiò, l’infanzia, Dell’infanzia
preavvertì il dramma e di essa si fece rigoroso tutelatore. Sentì l’ampia
valenza del termine greco “diabolos” come equivalente di prevaricatore,
calunniatore, seminatore di inganni e di separazioni e volle che a lettere
cubitali fosse scritto in questo tempio: “Signore, dalle insidie del diavolo libera i nostri bambini”.
Ogni
prete, poi, secondo una fascinosa espressione di Caterina da Siena, è
“amministratore del sole”. E’ arduo, ma non difficile, tentare di tale
definizione un’esegesi puntuale. Cos’altro essa può significare se non
essere erogatore instancabile del divino conforto, dispensatore di luce,
rinnovatore delle coscienze, maestro, guida, samaritano di un’umanità
corrotta, come la donna vicina al pozzo di Sichar, a cui Gesù chiese da bere
per donarle poi l’acqua che avrebbe spento per sempre ogni sete? Tale fu Don
Aldo, dispensatore accorto della grazia d Dio in tutte le articolazioni della
vita sociale, nei settori più nevralgici dell’ambito parrocchiale,
realizzatore di coesione nelle diverse aggregazioni comunitarie.
Si
sente spesso ripetere, non so con quanta ragione, che il prete è una figura di
penombra. Eppure in certe ore egli sbalza da suo nascondiglio, nel vortice
stesso della vita, per ripetere dinanzi agli uomini la sua più che esaltante
verità:
“Senza
le vostre tecniche, ed oltre le vostre allucinazioni, io posso spezzare il
cerchio chiuso ed opprimente che vi impedisce di respirare, di vivere in
pienezza, di divinizzarvi”.
Il prete è il massimo segno di contraddizione nel mondo contemporaneo. Nessun
uomo è più amato ed odiato di lui. Nessuno più di lui viene sopravestito di
privilegi e spogliato di ogni primordiale diritto. Nessuno come lui viene
trascinato e condannato davanti a tanti sinedri in nome della cultura, in nome
della civiltà, in nome dello stato. Don Aldo non fa forse anche lui segno di
contraddizione? Non sentì, forse, passare anche lui sulla intemerata purezza
della sua tonaca l’infamia della calunnia, il veleno della maldicenza, la
sporca congerie dei pregiudizi? Quando i suoi grandi occhi si sollevavano verso
l’alto, chi ha mai contate le lacrime che li riempivano di fronte ad
incomprensioni e mistificazioni? Chi nell’inqualificabile degrado dei propri
vizi non ha avuto cento occhi per guardarlo, per vivisezionarlo nei pensieri,
nelle azioni e nelle intenzioni? Ma il prete, a dispetto di tutto, resta
l’uomo della redenzione nei suoi tempi essenziali: la passione e l’apoteosi.
In lui si incarna una realtà trascendente nel tempo e nella storia che si fa
faticosamente strada, Per questo iter amaro e pur gratificante è transitato
anche il nostro Don A1do. Anche lui ha sperimentato la scabra realtà del
Golgota e la luce indefettibile del Tabor.
E’
stato vicino a tutti, ha prestato il suo soccorso a tutti, ha sorretto tutti, ha
confortato tutti, ha dischiuso a tutti le vie luminose della salvezza, ha
condiviso con tutti le asprezze della vicenda esistenziale, ne ha compreso la
problematica, ne ha semplificato le contraddizioni.
E’
stato un impavido irradiatore del divino. Si è segnalato sempre per lo zelo
posto nell’adempimento del suo ministero. Lo zelo della casa del Signore lo ha
divorato ed in tutto egli ha manifestato la disponibilità premurosa del padre,
dell’amico, del fratello. E’ stato sempre convinto che la statura del prete
non si misura tanto dalle sue realizzazioni immediate, quanto dalla sua
particolare e motivata pazienza. La vita del prete si rivela in un ritmico
alternarsi di rapide rovine e di miracolose ricostruzioni, di cattedrali che per
lui si protendono verso il cielo e di catacombe che si insinuano nella terra ove
il grano muore, ma per rivivere.
Quale
eccezionale molo è stato assegnato al prete! Gli chiede purezza persino chi ha
deformato l’uomo sino a renderlo un groviglio di passioni. Gli chiede amore
persino chi
afferma
l’impossibilità per l’uomo di uscire da sé per comunicare con gli altri.
Gli chiede eroismo persino chi trascorre la vita a documentare la propria e
l’altrui bestialità. Lo si vuole, a proprio capriccio, presente ed assente,
magari umano sino a condividere con questo mondo gli impacci ed inumano fino a
condividere la pesante insensibilità del granito. Ma una vita sacerdotale, che
quotidianamente si disseta alla sorgente del Vangelo e si sublima nel sacrificio
della Messa, non ha paura di sentirsi vivisezionato, Don Aldo questa paura non
l’ebbe mai. Camminò per la sua strada con la pazienza del filosofo, con il
coraggio del lottatore, con l’umiltà del servo di Dio, con la serena
consapevolezza del maestro, con la disponibilità affettuosa del buon
Samaritano, col tatto, la delicatezza e l’acume del direttore di coscienze.
Conviene a questo punto chiedersi, semmai ce ne fosse bisogno, quale sia stato
il centro motore del suo sacerdozio. La risposta è semplice, fluido come
l’acqua che distingue il corso di un ruscello e che a tratti può assumere
anche la potenza maestosa di una cascata alpina: la divina Eucaristia.
Il
mistero eucaristico sconvolgeva il nostro Don Aldo. Indossava ancora gli abiti
borghesi, s’avvolgeva ancora in un cappotto striminzito e già sognava d
fondare un’Associazione intitolata al grande martire dell’Eucarestia. Era
convinto che essa significasse l’immensa ricchezza e l’immensa povertà di
Dio, il nascondimento ravvicinato di Dio, la venuta di Dio nella nostra povera
casa. Sapeva come pochi che la inventività di Dio ha trovato attraverso il
Tabernacolo il modo più idoneo per concretizzare ed attualizzare la sua
presenza in noi. L’Eucarestia è la storia del più grande amore che sia stato
vissuto su questa terra da un uomo chiamato Gesù. Questo Pane è il memoriale
della sua morte, la proclamazione della sua risurrezione, il riassunto vivente e
palpitante di un amore senza confronti. E pensare che ognuno di noi può tenerlo
in una mano questo Dio grande e piccolo piccolo come un pezzo di pane! L’Eucarestia
è la ricapitolazione di Dio, il punto a partire dal quale tutte le linee
divergono e verso il quale tutte convergono. E’ l’unità di Dio e
dell’uomo nel Cristo, del passato, del presente e del futuro, della natura e
della storia, dell’accoglienza e del dono, della morte e della vita, il
lievito di ogni autentico rinnovamento, la spinta dell’umanità verso altezze
di stratosfera spirituale. Dio ha condiviso la nostra umanità perché noi
potessimo condividere la sua divinità, perché credere è nascere di nuovo
nell’acqua e nel sangue, è esprimere una direzione assolutamente originale
della vita, è un capovolgere non le strutture esteriori, ma i fondamenti della
vita stessa, un inserire nel centro di un’esistenza finita pretensioni
infinite.
Caro
Don Aldo, questi erano i tuoi pensieri e le tue convinzioni. Io ti rivedo ancora
in ginocchio, con l’Ostia tra le mani in adorazione profonda ed
immedesimazione totale.
Amici,
consentitemi un’ultima brevissima notazione, forse un po’ estemporanea. In
un antichissimo testo greco si narra che il cigno, animale di grande bellezza,
pur emettendo nel corso della sua esistenza suoni dolci, specie in punto di
morte canta in modo toccante e melodioso. E’ noto che il cigno è simbolo di
poesia. Anche Don Aldo ebbe un animo squisitamente poetico e al cospetto della
morte emise più struggente dal suo cuore vulcanico l’elegia del
“Consummatum est.
Non
ci può dunque stupire, anche per questo aspetto, che via Cigno sia diventata
“via Don Aldo Prato”.
Sono
le consonanze stupende che Dio può e sa creare.
RELAZIONE
DEL VICE-PARROCO SAC. LUCA DE ROSA - STUDI
Ho
accolto con grande gioia la proposta di parlare questa sera di Don Aldo come
uomo di cultura, perché è uno degli aspetti tra i più particolari e tra i più
apprezzati della sua ricca personalità.
Nell’accingermi
a svolgere questo compito mi sono trovato davanti ad un uomo e ad un sacerdote
di alta statura morale, spirituale ed intellettuale, una grande personalità dal
carattere forte e dalla fede robusta.
Di
conseguenza, per preparare quest’intervento ho voluto con impegno agire in
quattro direzioni:
1.
recatmi presso il Ginnasio Liceo Classico “ M. Tondi
d
San Severo per fare una ricerca in biblioteca sulla presenza di don Aldo in
questa scuola; ringrazio il preside prof. Raffaele Cera, il segretario e la
signora Nardino per la gentile collaborazione prestata;
2.
incontrare i suoi compagni di classe del corso A del Ginnasio-Liceo e della
classe 3a B nella quale Don Aldo si diplomò nel 1950. A tal proposito ringrazio
la signora Cornelia Laviglia Cicerale, la signora Assunta Russi, il dottor
Oreste Tafanelli per avermi confidato i loro ricordi sull’esperienza di vita
scolastica, vissuta nei banchi del Ginnasio-Liceo con Don Aldo;
3.
ho incontrato la sorella signorina Fiorenza Prato e il fratello signor Italo
Prato che ringrazio per l’affetto e per la cortese disponibilità a
presentarmi aspetti nuovi e meno nuovi della vita d don Aldo e soprattutto per
avermi consentito l’accesso alla sua vasta biblioteca, nella quale ho avuto la
possibilità di consultare molti suoi libri, letti, studiati e custoditi
gelosamente da Don Aldo durante la sua intensa vita sacerdotale;
4.
quarta direzione: i miei ricordi personali, in quanto dal 1978 al 1988, per
dieci anni ho seguito Don A1do, mio insegnante di religione (per tre anni al
Ginnasio-Liceo di
Fatte
queste premesse, passo ora ai contenuti.
Da
tutte le testimonianze raccolte risalta unanime la stessa convinzione: Don Aldo
possedeva un’intelligenza vivace, agile ed unica, un grande amore per lo
studio e una compostezza di comportamento, un rigore metodologico e critico
nella sua ricerca. I suoi compagni di classe riconoscono in lui un attaccamento
allo studio notevole, nel contesto scolastico come alunno era un testimone e un
esempio per tutti per la formazione ricevuta nell’Azione Cattolica della
Parrocchia d San Severino che assiduamente frequentava.
Ricordiamo
a tutti che il 1937 e il 1938 furono due anni felicissimi per la Chiesa di San
Severo; nel 1937 si svolse l’Incoronazione della Madonna del Soccorso in
piazza Incoronazione alla presenza di numerose autorità ecclesiastiche e civili
e nel 1938 il Congresso Eucaristico:
due
eventi forti d fede che certamente lo segnarono nel profondo dell’anima,
tenendo conto che il 1936 fu l’anno della sua Prima Comunione quando egli
aveva otto anni.
Ma
fra tutte le materie, Don Aldo brillava soprattutto in Filosofia.
Quando
la 3 B del Liceo Classico “ M. Tondi svolse l’esame di maturità nel 1950,
Don Aldo confermò le aspettative dei docenti e degli amici; questi i voti da
lui riportati all’esame dinnanzi alla Commissione: Italiano 7, Latino 7, Greco
7, Storia 8, Filosofia 8, Matematica 7, Fisica 8, Scienze 8, Storia dell’Arte
8, Ed. Fisica 8: una media molto alta, se si tiene conto che a quel tempo gli
alunni erano esaminati in tutte le materie coi programmi dell’intero anno
scolastico e con professori molto esigenti.
Don
Aldo si maturava così brillantemente, ma, mentre i suoi compagni e compagne di
classe facevano progetti sul loro futuro, sperando nella laurea e nella
professione, egli con molta semplicità e discrezione, pur avendo ricevuto una
cultura umanistica solida e profonda, coltivava, in sè il desiderio d ricercare
la verità e, trovatala in Cristo, di consacrare al Signore la sua vita.
“A
scuola era uguale a tutti gli altri, ma aveva qualcosa dentro che lo rendeva
particolarmente generoso verso gli altri e lo portava a sottovalutare le cose
terrene, per rivolgere il suo sguardo verso il Signore; credeva veramente in
Dio”; dichiarava così una sua compagna di classe, presente nell’Azione
Cattolica del tempo; e così un’altra dice: “ Don Aldo aveva un carattere
speciale, dolce, soprattutto umile in classe, possedeva una concezione cristiana
della vita che lo portava ad aiutare gli altri, era rispettato da tutti a scuola
per la sua modestia e il suo decoro.
Entrato
in seminario, Don Aldo potè dedicarsi con amore ed entusiasmo allo studio della
Filosofia e della Teologia, immergendosi in profondità nell’indagare il
Mistero rivelato.
Sono
gli anni nella sua formazione che lo segnano profondamente al contatto con
illustri professori d Teologia: i Gesuiti del seminario di Posillipo, dove
completava la sua preparazione filosofico-teologica per volontà del Vescovo
Mons. Francesco Orlando. Ordinato sacerdote nel 1955 il suo ministero
sacerdotale apparve subito segnato da profondo amore per la cultura, per
l’indagine e l’investigazione critica del sapere umano e divino.
Come
testimoniano i suoi alunni del Liceo Classico d San Severo, dove egli insegnò
Religione Cattolica dall’anno scolastico 1959-60 fino all’anno 1980-81 e gli
insegnanti che lo conobbero, Don Aldo dimostrò una preparazione eccellente nel
campo filosofico e teologico. Soprattutto in Filosofia egli presentava una
conoscenza vasta ed approfondita dei temi filosofici fondamentali soprattutto in
Metafisica, che costituiva la sua autentica passione.
Anch’io
posso testimoniare che negli anni della mia frequentazione d Don A1do, ho notato
la sua vivace intelligenza, la sua vasta cultura e soprattutto l’anima del
ricercatore instancabile della verità. Egli dimostrava di avere un amore grande
per i libri che custodiva con cura e che costituivano per lui una grande
sorgente di crescita umana e cristiana della persona.
Credeva
nella cultura nel senso etimologico della parola, del verbo latino “coelere”
cioè coltivare; era perciò convinto che la cultura consiste nella coltivazione
spirituale ed intellettuale dell’uomo e citava spesso l’esempio del seme che
deve diventare una pianta forte e robusta: così ogni uomo è chiamato da Dio a
mettere a frutto tutti i suoi talenti soprannaturali e naturali.
Negli
anni dei miei studi di Filosofia, spesso trascorrevo con lui intere mattinate a
leggere insieme libri di Filosofia e di Storia della Filosofia. Spesso ho
acquistato per Don Aldo presso librerie universitarie di Bari, scritti da Sofia
Vami Ravigli, filosofa dell’università Cattolica d Milano, dell’illustre
filosofo francese Jacques Maritain e del gesuita prof. Giovanni Blondino,
filosofo docente presso la Pontificia Università Lateranense di Roma.
Tra
gli autori prediligeva particolarmente Kant e San Tommaso, Del filosofo tedesco
I. Kant nella sua biblioteca ho trovato ben ventisette libri, oltre ad appunti e
manoscritti custoditi nei suoi quaderni. La scelta di Kant non era casuale: Don
A1do lo considerava il punto di sintesi di tutta la filosofia moderna e il punto
di svolta per il successivo sviluppo del pensiero filosofico. Ricordo di aver
spesso incontrato Don Aldo con in mano il volume della “Critica della ragione
pura” (ed. UTET, Torino, 1977), il capolavoro della filosofia Kantiana: questo
libro era per noi un’occasione di conversazione e di dialogo, soprattutto per
la posizione di Kant sul problema della conoscenza, che giustamente Don Aldo
accusava d “umanentismo” e
“razionalismo”,
perché sbarrava la strada alla possibilità di una conoscenza naturale di Dio.
Ma
naturalmente il suo autore preferito e suo maestro era San Tommaso d’Aquino,
che egli dimostrava di conoscere profondamente. Nella sua biblioteca ho potuto
trovare due edizioni della “ Summa Theologica “ capolavoro della ricerca
tommasiana: una edizione in cinque volumi ed un’altra di ben trentuno volumi,
entrambi della traduzione e commento dei Domenicani italiani, edizione Leonina,
Salani editore 1949.
Significativa
poi la lettura di altri grandi autori contemporanei, studiosi dell’Aquino come
Padre Tito Centi, domenicano di Firenze (tra i traduttori della “Summa”);
Paolo Dezza, gesuita; Pietro Parente prof. P.U.L. e Cardinale; Giovanni Blondino,
gesuita prof. P.U,L., Cornelio Fabro, prof. d Filosofia Teoretica
all’università d Perugia; Carmelo Ottaviano, autore della “Storia della
Filosofia” in quattro volumi (Napoli 1982); E. Gilson, filosofo francese, e
molti altri tutti presenti nella sua ricca biblioteca, dove, secondo la
testimonianza della sorella signorina Fiorenza, trascorreva le notti insonni
nello studio e nell’approfondimento proprio negli anni in cui era Parroco di
questa Parrocchia.
Ebbe
il grande desiderio di ricercare sempre l’armonia che intercorre tra la
ragione e la fede, sostenendo ripetutamente che la luce della ragione e la luce
della fede provengono entrambe da Dio, per cui non possono essere in
contraddizione tra loro: tale pensiero è espresso proprio da San Tommaso ( in
Summa contra gentiles, 1°, 7°). Per Don A1do restava vero quanto dimostrato
dal Dottore Angelico che le due forme complementari di sapienza, quella
filosofica che si fonda sulla capacità che l’intelletto ha di conoscere la
realtà e quella teologica che si fonda sulla divina Rivelazione, tendono a
raggiungere lo stesso mistero d Dio.
Il
riconoscimento dell’istanza metafisica lo conduceva ad affermare, contro lo
scetticismo e il relativismo, che l’uomo può giungere alla conoscenza della
verità, mediante quella “adaeguatio rei et intellectus”, di cui San Tommaso
parla in Summa Th. 1°, 16, 1.
Come
molti filosofi cattolici italiani, anche Don Aldo era convinto che senza una
metafisica, la comunicazione della fede cristiana sarebbe impossibile e
l’intero cristianesimo azzerato. La metafisica risulta necessaria, perché la
parola della Rivelazione non resti in sospeso la metafisica dà garanzia alla
possibilità di discorso della fede in Dio. Il filosofo
Pietro Primi scrive in “Cristianesimo e Filosofia” che gioca al
Cristianesimo quel credente che finge che la propria fede sia irrilevante per la
ricerca filosofica. Il cristiano che filosofa come se la Rivelazione non ci
fosse stata, non prende sul serio la sua fede, non crede né alla verità
cristiana, né alla ricerca filosofica, Per Primi la filosofia cristiana è come
un filosofare dentro la fede e anche Gianfranco Morra nel suo libro “Dio senza
Dio” scrive: “Tutta la filosofia cristiana è un filosofare dentro la
fede”.
Tuttavia,
la parola di Dio rivela, per Don Aldo, il fine ultimo dell’uomo, é il senso
vero nel suo agire nel mondo.
Per
questa ragione una filosofia che volesse negare all’uomo la conoscenza del suo
fine ultimo, sarebbe “non inadeguata, ma erronea”; così scrive Papa
Giovanni Paolo II nella sua recente Enciclica “Fides et ratio” proprio sul
tema del rapporto fede-ragione.
Don
Aldo non guardava certo con simpatia a Cartesio e ad Hegel che considerava padri
di un moderno disorientamento del pensiero. Certamente riteneva l’idealismo e
lo storicismo, insieme allo scientismo e al pragmatismo, incapaci di soddisfare
il desiderio umano di verità
e certamente inconciliabili con la fede. Dello stesso parere si mostra il Papa
nell’Enciclica già citata nei numeri 86-90. E sinceramente Don Aldo avversava
il materialismo ateo e marxista che gli sembrava la negazione dei valori
fondamentali dell’uomo e dell’intelligenza umana.
Tutti
questi autori, egli dimostra di conoscere profondamente, per poterne fare un
sapiente discernimento critico, appassionato com’era della ricerca
disinteressata della verità. Altro tema, oltre a quello filosofico, era quello
scientifico, sul rapporto scienza-fede, come testimoniano tre libri del gesuita
biologo Marcozzi, prof. universitario, e da un libro del biologo Giuseppe
Sernonti. Don Aldo appariva affascinato
dall’interrogativo sull’origine dell’uomo e sul problema dell’evoluzione
naturale, che egli avrebbe ammesso solo se
fossero state salvaguardate due verità fondamentali, cioè: Dio trascendente e
creatore e la libertà e finalità dell’uomo.
Grande era la sua ricchezza intellettuale nello studiare e nell’indagare; però a me confidava che nonostante l’intelligenza umana fosse un dono di Dio, tuttavia l’uomo non potrà mai penetrare la grandezza e l’immensità di Dio uno e trino e mi citava spesso l’apologo dell’angelo nelle Confessioni di S.Agostino. Come può l’intelligenza umana pretendere d conoscere completamente il Mistero d Dio? Solo l’umana superbia ha questa pretesa!
All’uomo,
ricercatore del vero, non resta che inginocchiarsi nell’adorazione della SS.
Eucarestia, nel riconoscere presente nel Sacramento il Cristo vero Dio e vero
uomo, incarnato e morto sulla Croce per amore dell’uomo.
La sua posizione restava quella della tradizione cristiana, espressa anche da autori come S.Agostino e S.Anselmo d’Aosta, con le parole: “Credo ut intelligam” (Proslogiom 1 PL 58.223), cioè: credo per comprendere. Prima d tutto c’è la fede rivelata, all’interno di essa opera la ragione, per rendere la teologia scienza della fede.
Oltre
al rapporto fede-ragione, l’altro grande aspetto del suo pensiero consiste nel
rapporto che il teologo è chiamato ad avere con il Magistero della Chiesa come
principio per l’interpretazione corretta e coerente del contenuto della fede.
Nella
riflessione teologica il teologo, che opera “l’intellectus fidei”, cioè
l’intelligenza della fede, non può assolutamente agire ignorando il Magistero
o assumendo posizioni personali e discutibili o negando anche solo parzialmente
la verità di fede, perché il teologo ha una vocazione ecclesiale, collabora
col Magistero nel rendere più comprensibile la fede, così che possa essere
meglio annunciata dalla Chiesa la Parola di verità del Vangelo. E Don Aldo
faceva sue le parole di Dante Alighieri:
“Avete
il Vecchio e il Nuovo Testamento, e il Pastor della Chiesa, che vi guida;
questo vi basti a vostro salvamento”. (Paradiso, 5°, 76-81).
RELAZIONE DELLA PR0F.SSA FIL0MENA PIRULLI
Mi
è stato chiesto di parlare d Don Aldo, educatore dei giovani, a nome di tutto
il gruppo giovanile che egli per tanti anni ha seguito con amore e sacrificio, e
mi accingo a farlo semplicemente, rievocando i ricordi più cari e per me più
incisivi.
Avevo
undici anni quando la mia famiglia si trasferì a
San Severo e venimmo ad abitare proprio nella parrocchia di
“Cristo Re”. Educata a principi cristiani, cominciai subito
a
frequentare la chiesa parrocchiale e ben presto rimasi attratta
dalla figura del Parroco, il caro Don Aldo.
Ero
all’ inizio dell’ adolescenza e cominciavo a pormi gli inquietanti quesiti
legati al senso della vita ed ero alla ricerca di risposte convincenti,
rassicuranti.
Fu
così che presi a frequentare costantemente la parrocchia: il modo in cui Don
Aldo conduceva i cuori di noi ragazzi verso l’ideale di una giovinezza ricca
di divine certezze, soffusa di purezza era avvincente. E poi era così
premuroso!
Ricordo
che in quegli anni soffrivo un po’ di anemia, ero sempre pallida e,
preoccupato non della mia salute spirituale ma anche di quella fisica, egli si
prodigava di dare consigli sull’alimentazione alla mia cara mamma, anch’ella
preoccupata per la mia salute, e perfino mi donava le uova freschissime fatte
dalle galline allevate nel nostro giardino parrocchiale, perchè le mangiassi a
zabaione la mattina!
Sono
ancora vive nella mia memoria le impressioni lasciatemi dalle prime
“Quarantore” di adorazione al SS. Sacramento da me vissute in questa
parrocchia.
Don
Aldo aveva parlato di Fede, Speranza e Carità ed il mio cuore era “pieno”.
Sì, questa era la sensazione finale, di “pienezza’ di tutto quanto di più
bello, più alto un animo giovanile potesse desiderare.
Con
quanto ardore Don Aldo incitava noi ragazzi e giovani a prepararci per le Sacre
Quarantore e con quanta premura ci faceva intendere e poi gustare l’utilità
dei fiori, delle luci, della musica, di tutto quanto potesse promuovere in noi,
e non soltanto in noi, l’esperienza del bello, di quel bello che potesse
ricondurci a Lui, al Bello sussistente!
Non
perdeva occasione, e non soltanto durante le adunanze domenicali che ci teneva
dopo la S. Messa delle 9.00, per ricordarci che ogni sua premura era volta a
farci sperimentare quanto è bello essere alla sequela di Cristo, che ogni cosa,
ma proprio ogni esperienza doveva essere mezzo per giungere a Lui, e che, come
spesso ci ricordava citando S. Agostino, avremmo trovato la nostra pace in Lui,
perché siamo stati fatti per Lui. E quale giovinezza migliore potevamo vivere
se non quella consumata per Lui?
E
allora ecco che ci incitava alla lettura: la
cultura, se orientata alla ricerca del vero, doveva portarci al Vero
sussistente; organizzò, soprattutto per noi giovani, nel settembre del
1985, un pellegrinaggio che ci condusse in alcuni luoghi forti della fede e
doveva farci sentire vicini a uomini di Dio: Cortona, Camaldoli, Firenze,
Orvieto, Nettuno; tutti questi posti dovevano farci fare esperienza del sacro e
ricordo con quanto ardore ci parlò del miracolo eucaristico ad Orvieto e con
quanto amore ci incitò alla castità verginale, difesa con tanta forza dalla
piccola S. Maria Goretti, quando ci condusse davanti al suo corpo!
I
suoi occhi diventavano rossi di commozione quando pensava al candore verginale
dei bambini e di noi ragazzi e giovani vicini al Signore e strappati alle
grinfie di una moda insensibile al valore di tale virtù.
Non
bigotti ci desiderava, né frati o suore o sacerdoti, ma anime di Dio forti
della forza ricevuta dallo Spirito Santo nel giorno del nostro Battesimo e della
nostra Cresima, pronti a fare ciò che il Signore ci chiedeva.
Ricordo
con quanta ansia paterna ci preparava a ricevere il Sacramento della Cresima che
doveva renderci soldati di Gesù Cristo!
E
come rimaneva male nel vedere che spesso eravamo freddi o insensibili di fronte
a tanto fuoco (quello che il Signore voleva donarci e voleva che bruciasse ).
Ma
non si scoraggiava mai e continuava ad incitarci, sicuro che qualcosa sarebbe
entrato nelle nostre anime e nelle nostre menti.
“Soldati
di Gesù Cristo” saremmo diventati nel giorno della nostra Pentecoste e a tale
proposito era solito richiamarci
alla intransigenza divina: niente
compromessi, per seguire Gesù bisogna cambiare, bisogna saper andare
contro-corrente. Poteva sembrare difficile seguire Don Aldo, ma lui ci
ricordava che questo era quanto non Don Aldo, ma Nostro Signore voleva.
Tante
belle esperienze portarono molti di noi a coltivare dentro un’ansia grande di
uscire fuori dal nostro ambiente, per portare Gesù a tutto il mondo. Qualcuno
di noi, tra i quali mia sorella Rosanna ora consacrata sposa di Cristo in un
ordine missionario, ( lei eDon Luca sono i giovani del gruppo che hanno risposto
al Signore seguendo la via dei consigli evangelici ), qualcuno di noi, dicevo,
avrebbe voluto subito partire per il mondo intero e mettere in pratica quanto
credeva d aver appreso sufficientemente per evangelizzare i popoli, convinto che
fosse già abbastanza preparato per affrontare i rischi e i pericoli che il
mondo fuori gli avrebbe riservato.
A tale proposito vorrei leggervi quanto la mia cara sorella Rosanna, già citata, mi ha recentemente scritto:” Un giorno ebbi modo d assistere ad un evento straordinario, per me toccante in una maniera molto particolare che attesta questa sua straordinaria capacità d favorire il rispetto verso la sua persona, non in quanto uomo, ma anche e soprattutto in quanto sacerdote, alter Cristus.
Era
nostra consuetudine infatti salutano baciandogli la mano e pronunciare la
bellissima frase: “Cristo regni, sempre
nei nostri cuori!” Incontrai un giorno per strada, una mia compagna d
liceo che sapevo essere dichiaratamente allergica a chiese, preti, suore, ecc, e
con alcuni problemi di tossicodipendenza. Fui contenta di incontrarla e di
scambiare alcune parole con lei circa la scelta della facoltà universitaria e
altro. Ma giunti a mezzogiorno, ed essendo nelle vicinanze della chiesa di
Cristo Re, volli sospendere cortesemente la conversazione per portarmi in chiesa
e salutare Gesù. Mi congedai da lei dicendole che sarei andata in chiesa a
pregare per alcuni minuti e con molta naturalezza la invitai ad accompagnarmi.
Con
grande gioia da parte mia, acconsentì ed insieme entrammo in chiesa.
Sarà
stato il profumo dell’incenso ancora nell’aria, il silenzio, l’atmosfera
un po’ magica del sentirsi dopo tanti anni in una casa a lei non completamente
estranea, anche se lontana nel tempo, il balbettare alcune preghiere non
completamente dimenticate; tutto questo fece sì che in lei si riaccendesse
un’emozione intensa, bella, che non provava cda tanto tempo.
Ma
la cosa più sorprendente fu quando, alla vista di Don Aldo che, vedendoci, ci
venne incontro per salutarci e complimentarsi con noi per la bella idea di
essere entrati in chiesa per salutare Gesù, la ragazza dietro il mio esempio si
portò anch’essa a baciargli la mano in segno di saluto.
Io
fui molto sorpresa di questo atto sapendola appunto “mangia-preti”, ma lungi
dal renderla manifesta, mi tenni ben bene la mia sorpresa e con molta
naturalezza,
aver
salutato Don A1do e Gesù, uscimmo dalla chiesa, E’ inutile dire quanta
sorpresa e stupore manifestò la stessa ragazza all’uscita. Non finiva più d
dire che non credeva ai suoi occhi per tutto quello che le era capitato quella
mattina; una cosa tanto insolita per lei: essere entrata in chiesa, aver
recitato delle preghiere dopo tanti anni ma soprattutto aver baciato la mano ad
un PRETE!...
Probabilmente
fu la santità d quel PRETE ad attirare quell’anima a Dio, che tanto ama e
tutti ama, anche i “mangia-preti”!
Ritorno
ora ai miei ricordi. Fu quando dovetti preparare il certificato di Battesimo per
ricevere il Sacramento della Cresima che scoprii, con mia somma meraviglia e ad
un tempo gioia e gratitudine al Signore, che chi mi aveva reso “figlia d
Dio” e “membro della Chiesa” era stato proprio Don Aldo.
Che
misteriose disposizioni della Provvidenza!
Da
quel momento ancor più mi legai spiritualmente al mio Padre e cercai di essere
più docile alla sua guida paterna.
“Tutto per
la gloria d Dio e per la salvezza delle anime”
Questo
voleva che fosse il nostro programma di vita.
Ricordo
che quando, frequentante il 2° anno d corso d Matematica, dovevo decidere quale
indirizzo scegliere per l’anno successivo e, temendo che tale scelta fosse
dettata da orgoglio, gli chiesi consiglio per una eventuale scelta
dell’indirizzo generale per restare all’università come ricercatrice, egli
mi disse che quello che contava era fare la volontà di Dio, che non era
orgoglio seguire quanto il Signore ci chiede di fare, anche se poteva sembrare
grande ai nostri occhi; basta farlo per la sua gloria!
E
un’altra volta, qualche mese prima di tornare alla casa del Padre, a me e ad
Enza D’Errico, che gli confidavamo il nostro desiderio di prendere la patente
per guidare l’automobile, disse di farlo subito per aiutare chi riaccompagnava
i bambini ed i ragazzi a casa, la sera dopo le funzioni religiose; ricordo che
disse: “Va vita fa’ rattìgn pu
I
bambini! Quanto li amava e quanto desiderava che anche noi giovani li amassimo e
cercassimo di stare spesso con loro all’oratorio, che venissimo a trovare i più
piccoli all’asilo ogni volta che ci era possibile. Desiderava che anche noi
partecipassimo di quella gioia semplice dei bimbi quando ricevevano leccornie. E
desiderava anche che in noi nascesse il desiderio di fare apostolato tra i più
piccini. E così iniziai a fare catechismo fin da quando frequentavo il liceo.
Ma
non solo nei bambini dovevamo vedere Gesù, ci educava ad amare tutti, anche gli
anziani e le persone più povere e bisognose di aiuto e di affetto.
Le
feste erano feste di tutti; quando qualcuno di noi festeggiava il compleanno,
non eravamo presenti noi ragazzi, ma uomini, donne, anziani, bambini, tutti come
in una grande famiglia, riuniti attorno al festeggiato e al nostro Padre Don
Aldo e si chiacchierava con Giuseppina, e si gustavano le saporitissime pizze
che a volte “nonna Tittina”, come la chiamano i bambini dell’asilo, ci
preparava.
Ricordo
che la notte del Santo Natale, dopo la beatificante veglia notturna, animata dai
canti che preparavamo con l’aiuto della signora Monno e della cara signorina
Lella che é stata per tanti anni la nostra guida, con l’animo colmo di
commozione per aver rivissuto la nascita d Nostro Signore tra tanta semplicità
e povertà, ci si scambiava tutti gli auguri con tanta gioia ed affetto sincero
e qualche anno ci siamo trasferiti nel salone “S. Giuseppe” per stare ancora
insieme e gustare le scorpelle fritte sul fuoco scoppiettante che bruciava nel
camino.
Come
era bello stare insieme!
Proprio
nell’approssimarsi del S. Natale dei suoi ultimi anni di vita, molti d noi
scoprirono o toccarono con mano l’amore d Don Aldo per i più poveri e quanto
voleva che anche in noi ardesse tale amore. Ricordo una mattina, quando io, mia
sorella, Enza e Luisa ci attardammo in sacrestia dopo la Santa Messa e giunsero
due signori per chiedere qualcosa in elemosina. Don Aldo aveva preparato dei
panettoni di ottima qualità per ciascuno d noi, ci chiamò e ce ne diede alcuni
e volle che fossimo noi a porgerli loro e poi egli completò in altro modo il
gesto di carità! La cosa mi impressionò, insieme alla cortesia, direi quasi
riverenza, con cui trattava Nicola Polignone, il senza-tetto che egli aveva
accolto nella casa canonica e che voleva
“Fatti
santa!” Questo é ciò che soleva ripetere a ciascuno di noi ogni volta che ne
aveva l’occasione.
Quanto
tempo ci dedicava! Oggi penso che manchi proprio chi decida di regalare tanto
del suo tempo ai giovani!
Ore
ed ore trascorse il sabato pomeriggio nel confessionale per confessarci tutti,
prima i più piccoli e poi man mano gli altri più grandi. E ne uscivamo col
volto raggiante proprio di chi in quel colloquio aveva vissuto un’esperienza
di paradiso. Leo, Enzo, Salvatore, Alessandro, Maria Palma, Stefania, Titti,
Sonia, Annalucia, Teresa, Dunia.,. solo per menzionarne alcuni, ma eravamo
diventati circa una cinquantina. Il sabato sera e la domenica eravamo felici,
sazi, contenti, desiderosi di progredire nelle vie del Signore; era raro
scorgere in noi le inquietudini proprie della nostra età, perchè ben presto
trovavamo risposta e pace in Dio, in contatto con il quale sempre ci spronava a
stare il nostro buon Padre.
Ho
già detto che non voleva fare di noi preti o suore, ma voleva che facessimo la
volontà d Dio, e siccome la via più comune è quella del matrimonio egli
sperava che nel nostro gruppo si formassero le basi sane, salde e sante, di
tante famiglie all’insegna di quella di Nazaret.
Tante
volte, però, non l’abbiamo capito e, di fronte ad alcuni dinieghi dettati da
paterna premura o, se vogliamo, da santa gelosia, la stessa di Dio di cui egli
spesso ci parlava, abbiamo risposto alle sue ansie facendo di testa nostra!
E
quando qualcuno di noi si allontanava, grande era il suo cruccio, il suo
dispiacere; faceva subito un’autocritica per assicurarsi di aver fatto di
tutto per tenere quell’anima unita a Dio ed era lì sempre pronto a
riaccoglierci.
Ora,
a distanza di undici anni dalla sua morte, molte di quelle famiglie desiderate
si sono formate e in seno ad esse si cerca di far rivivere quegli ideali che
egli con tanto ardore e sacrificio ci ha trasmesso e, come una di noi,
Annamaria, ha detto recentemente, avremmo desiderato che anche i nostri figli
avessero beneficiato delle stesse cure.
Siamo
sicuri, però, che dal Paradiso, in cui egli soleva spesso trasportarci, se
saremo fedeli al suo magistero, continuerà a guidare e noi e i nostri figli.
E
gli continua a vivere ancora tra noi, é impossibile dimenticare ciò che ha
operato nelle nostre anime.
Mi
scriveva ancora Rosanna tempo fa: “Nuccia, sapessi quanto spesso mi vengono
nella mente e nel cuore, tutte quelle bellissime conversazioni che facevamo tra
noi, specie dopo aver trascorso giornate di paradiso lì a Cristo Re con Don
A1do o dopo esserci arricchite in seguito ad un colloquio con lo stesso”.
Tutti
educava alla preghiera, fin dalla tenerissima età. Tutti dovevano partecipare
alle novene che ritmavano lo scorrere dell’anno liturgico e dovevano
infervorare i nostri animi e prepararci alle grandi feste. Si cominciava con la
novena di preparazione alla festa di “ Cristo Re” e la chiesa ridondava di
voci soprattutto infantili che cantavano forte la gloria di Cristo; poi si
proseguiva con la dell’Immacolata
Concezione, del S. Natale e di seguito le Sacre Quarantore, che vedevano tutti
impegnati dai più piccoli, che componevano i “ cori benedettini” in
tunichetta bianca, ai giovani cantori intorno all’organo e via di seguito
uomini e donne più o meno avanti negli anni.
Mi
vorrei soffermare ancora un attimo sulla sua devozione alla Madonna. Quanto
doveva amarla e come doveva sentirla vicina e presente! Così voleva che la
sentissimo anche noi, piena di premure per la nostra santificazione, pronta ad
aiutarci a divenire come Lei, docile ed umile strumento nelle mani di Dio. Ed
ora, mamma di tre bambini, tra qualche mese di quattro, ricordo le sue continue
sollecitazioni alle mamme a ripensarsi “alla luce del dolce sorriso della
Mamma di ogni mamma.
Concludo
ricordando quel martedì sera prima che volasse in cielo.
Quando
andai a salutarlo, dopo la funzione, prima di rientrare a casa, eravamo presenti
un nuvolo di anime; l’ultima sua frase da me udita fu: “oh, che ondata di
frescura!” Era la dolce brezza che accarezzava il suo cuore, quando ci vedeva
uniti da un vero vincolo di carità.
Non
finirò mai di lodare Dio per il grande dono di tale Padre Spirituale!
Cristo regni,
sempre nei nostri cuori!
* La Santa Messa * Preghiera del mattino * Preghiera a San Michele Arcangelo * Padre Luigi Graziotti *
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