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Abbiamo
paura della sobrietà. Tutti. Ci siamo adagiati
nell’abbondanza e l’idea di essere meno ricchi ci
spaventa. Nella nostra fantasia si affacciano immagini
di privazioni e di sofferenze: quelle che hanno dovuto
sopportare i nostri antenati. Spaventati, facciamo
dietrofront e ci rifugiamo nell’isola “del di più”,
che pur essendo popolata da mostri come le guerre,
l’ingiustizia, il degrado ambientale, ci dà un senso
di grande sicurezza.
Le famiglie contadine da cui proveniamo ci hanno
trasmesso un po’ di questa paura: i nostri genitori
avevano conosciuto, da bambini, condizioni di vita
povere e precarie. Avevano conosciuto anche la fatica
del lavoro, fin da bambini e avevano ben presente la
quantità di lavoro necessario per produrre i beni
essenziali per la vita. L’educazione alla sobrietà
era dunque parte integrante della condizione di vita di
allora ed era un valore condiviso dalla maggior parte
della società: quasi nessuno poteva permettersi lo
spreco che oggi vediamo attorno a noi.
Oggi che siamo noi papà e mamma, alle prese con
l’educazione di tre figli in età di scuola
dell’obbligo, sentiamo tutto il peso e la difficoltà
che l’educazione comporta. Pur non vivendo la
condizione di precarietà dei nostri genitori, ci
poniamo come obiettivo quello di educare i nostri figli
alla sobrietà, alla semplicità di vita, perché
sappiamo che una vita troppo piena di cose non può
lasciare spazio alle persone e a Dio. Quando siamo
assaliti da dubbi e paure, cerchiamo di ricordarci che
è possibile vivere bene pur disponendo di meno, anzi,
forse si vive ancora meglio. Basta affrontare la vita
con un altro spirito, ridare agli oggetti il loro giusto
valore e soprattutto tornare a porre in primo piano le
persone.
Proviamo a dare più spazio al dialogo, all’amicizia,
alla partecipazione, alla riflessione, perché è
dimostrato che il consumo è una sorta di compensazione
della nostra insicurezza e della nostra insoddisfazione
affettiva, umana, sociale e spirituale. Forse tanti
nostri ragazzi hanno bisogno non di una televisione, un
walkman o un telefonino in più, ma di amici, di persone
con cui dialogare, confrontarsi, magari anche
scontrarsi: persone capaci di insegnare loro il segreto
della vita!
Fare
comunità, fare tendenza
Da soli, certo è molto difficile. Può addirittura
diventare frustrante per i ragazzi e le stesse famiglie.
Più volte ci siamo trovati davanti alla domanda
imbarazzante dei figli, che, avendo confrontato il
nostro stile di vita con quello di coetanei, ci hanno
interpellati: «Papà, mamma, noi siamo poveri?» È
stato impegnativo, ma anche appassionante spiegare loro
che non siamo poveri, perché abbiamo tutto ciò che è
essenziale alla vita e anche un po’ di superfluo, ma
cerchiamo di sprecare il meno possibile, per rispetto
verso i doni di Dio e i fratelli che stanno peggio di
noi. Appare però sempre più chiaro che discorsi di
questo genere e scelte di vita che hanno una rilevanza
pubblica e sociale necessitano di un supporto
comunitario: solo insieme, come gruppi di famiglie che
condividono un certo stile di vita, si può cambiare.
Pensiamo all’esempio di alcune maestre, che hanno
sostituito il regalo ai loro alunni in occasione della
Prima Comunione con un’adozione internazionale a
distanza di un bambino; pensiamo ad alcuni genitori che,
d’accordo, hanno deciso di porre un limite, un tetto
all’entità dei regali: poche migliaia di lire,
all’interno delle quali, spazio alla fantasia!
Chiaramente - ed è la cosa più importante - bisogna
motivare bene indicazioni del genere, facendo leva sui
valori spirituali: prima di “disamorare” dei beni
materiali, bisogna “innamorare” di qualcosa di più
grande: il senso della vita, della gratuità, del dono,
dell’incontro con l’altro, dell’amicizia; in una
parola, del senso di Dio.
Quattro
“R” per un consumo critico
Più volte abbiamo letto e utilizzato i suggerimenti del
Centro Nuovo Modello di Sviluppo, un centro di ricerca
sorto nel 1985 a Vecchiano, presso Pisa, coordinato da
Francesco Gesualdi (ex alunno di don Milani alla scuola
di Barbiana). Esso affronta i temi del disagio e
dell’ingiustizia, con particolare riferimento al
crescente divario tra Nord e Sud del mondo, per cercare
di capire quali sono le nostre responsabilità e quali
iniziative possiamo intraprendere per opporci a quello
che è lo scandalo più grave della nostra epoca. Ci è
sempre piaciuta molto la tesi secondo cui la sobrietà
poggia su quattro imperativi, che iniziano tutti per
“R”.
Il primo è “Ridurre”, ossia badare
all’essenziale, comperare solo i beni di cui abbiamo
veramente bisogno, convinti della verità del detto: «Nella
borsa della spesa tu spendi la tua fede».
Ridurre i consumi significa ad esempio chiedersi se
l’acquisto che stiamo per fare corrisponde ad un
bisogno vero o a un bisogno indotto dalla pubblicità.
Abituare i nostri figli ad essere critici nei confronti
della pubblicità non è facile. Spesso la cosa che
serve di più è l’ironia. Particolarmente impegnativo
è l’andare contro corrente nel settore del vestiario
e delle abitudini alimentari: aiutare a capire che un
bel panino vale ampiamente la merendina reclamizzata o
che la miglior firma sui capi di abbigliamento è la
nostra fantasia, la nostra simpatia.
Il secondo è “Recuperare”, ossia
riutilizzare lo stesso oggetto finchè è servibile e
riciclare tutto ciò che può essere rigenerato. In
particolare, abbiamo cercato di insegnare ai nostri
figli a separare i rifiuti, in particolare ad attuare la
raccolta differenziata di lattine, vetro, plastica,
carta e prodotti organici con cui fare il composto. Essi
ormai aiutano in questo lavoro, anzi talvolta richiamano
noi al rispetto delle regole!
Il terzo è “Riparare”, ossia non gettare gli
oggetti al primo danno: nella nostra famiglia, ad
esempio, il papà è il “mago dell’attaccatutto” e
talvolta riesce a fare miracoli con giocattoli rotti!
Abbiamo poi una zia “specialista” nel rammendare le
calze e nel mettere toppe ai pantaloni “vittime
innocenti” del calcio o della bicicletta, una zia che
sa spiegare ai nipoti il “valore” di oggetti,
fotografie, attrezzi: un valore che va al di là del
denaro e sta nella loro storia.
Ma alla base di tutto c’è un quarto imperativo: “Rispettare”.
Solo sviluppando un profondo rispetto per il lavoro
altrui, impareremo a trattare bene le cose che ci
rendono possibile la vita.
Conta
soprattutto l’esempio
La famiglia è l’ambito in cui le “prediche” non
servono a nulla e anche gli “ordini” hanno esiti
incerti. Conta però molto l’esempio. Ad esempio, come
può essere credibile, quando parla di solidarietà, una
mamma che sfoggi un vestito nuovo a stagione o una
pelliccia all’anno? Anche a tavola l’esempio di due
genitori che si adattano a mangiare di tutto è la
migliore educazione alimentare dei figli. Sempre in
questo ambito, cerchiamo di scegliere la genuinità dei
cibi, privilegiando le verdure di stagione del nostro
orto piuttosto che prodotti esotici o le marmellate di
nostra produzione, piuttosto che merendine tanto
reclamizzate dalla Tv. Lo stesso discorso vale per il
lavoro: se i figli non vedono mai i genitori lavorare e
stringere i denti, come potranno educarsi alla fatica?
Molto importante, per noi, il lavoro in casa,
nell’orto, oltre, ovviamente la fedeltà alla
professione e agli impegni presi, anche quando si è
stanchi. La casa infine è per noi uno spazio da usare,
non una bellezza da servire e custodire. I nostri tre
figli, dopo i compiti, possono tranquillamente invitare
i loro amici a giocare: in questo modo, la casa è
spesso piena di bambini e nel cortile si gioca anche a
pallavolo. Su una cosa, per scelta, non risparmiamo:
nella cultura, nell’acquisto di giornali, libri,
riviste: fanno parte del nostro lavoro di insegnanti e
ci portano il mondo in casa, aiutandoci a riflettere.
Sobrietà
non è solo rinuncia
La sobrietà è parte integrante del progetto di Dio,
secondo l’insegnamento di Gesù. é il messaggio
altissimo dell’abbandono alla Provvidenza: «Non
datevi pensiero per la vostra vita, di quello che
mangerete, né per il vostro corpo, di come lo
vestirete. La vita vale più del cibo e il corpo più
del vestito... Cercato piuttosto il Regno di Dio e tutte
queste cose vi saranno date in aggiunta» (Lc 12,
22-34). Gesù insegna cioè che la vita non dipende dai
beni che possediamo, ma che la vera ricchezza è quella
di chi arricchisce davanti a Dio. La sobrietà mette al
primo posto le persone superando la dispersione delle
cose. Per questo, essa è la condizione per essere
sensibili, aperti agli appelli delle persone e di Dio.
La sobrietà infine non va vissuta soltanto nel segno
della rinuncia, ma della ricerca della qualità della
vita e della qualità dell’amore. È un modo concreto
di mettere al primo posto le persone.
Vivere la sobrietà è sempre stato problematico. Ce lo
documenta questa pagina: «Il nemico oggi non ci assale
alle spalle, ma ci accarezza la pancia; non ci toglie la
libertà con la prigione, ma ci riduce alla schiavitù
del potere; non ci confisca i beni, ma ci arricchisce
portandoci ad avere troppi beni; non taglia la testa, ma
uccide l’anima con il denaro; non colpisce i fianchi,
ma vuole il possesso del nostro cuore» (Ilario di
Poitiers, 380 d.C.). Per questo non dobbiamo
spaventarci, ma continuare serenamente a camminare sulla
nostra strada, convinti che l’eredità più preziosa
che possiamo lasciare ai nostri figli è un senso della
vita.
Per
chi desidera approfondire
- Lettera
a un consumatore del Nord (EMI, 1990), per
denunciare lo sfruttamento che si cela dietro ai
prodotti tropicali.
- Boycott
(Macroedizioni, 1992) per indicare come trasformare
il consumo in strumento per condizionare il potere.
- Nord/Sud.
Predatori, predati e opportunisti (EMI, 1993)
per cercare di far capire i meccanismi che
impoveriscono il Sud del mondo.
- Sulla
pelle dei bambini (EMI, 1994) denuncia della
tragica realtà del lavoro minorile.
- Guida
al consumo critico (EMI, 1996), per offrire
informazioni sul comportamento delle imprese, per un
consumo consapevole. (Nuova Guida, EMI 2000).
- Ai
figli del pianeta (EMI, 1998) una sintesi
stupenda di tutti i temi di cui sopra.
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