I fioretti di Madre Provvidenza per amore di Gesù!

"Avevo appena iniziato a balbettare le preghierine che la Mamma mi aveva insegnato, quando incominciarono a non piacermi già più, perché sentivo il bisogno di dire a Gesù con le mie stesse parole che Gli volevo tanto bene. Sentivo il bisogno di trattarLo come il mio più grande Amico e di confidarGli tutte le mie cose.

            Sentivo che mi amava, e il mio cuore sembrava in certi momenti quasi dilatarsi in Lui, diventare un solo cuore col Suo. Quanto Lo amavo!!! Alla sera quando andavo a letto, e mettevo le braccine in croce e dicevo a Gesù: «Gesù, vieni qui, tra le mie braccia, perché voglio dormire con Te», sentivo la Sua presenza sensibile.

            Allora Gesù Lo amavo intensamente come bambino, ma col passare degli anni cresceva anche Lui nel mio pensiero. Infatti L’ho sempre sentito come uno della mia stessa età.

            Quando ebbi cinque anni mia sorella incominciò ad insegnarmi a scrivere. Allora si era appena diplomata, e le piaceva tanto insegnarmi.

Mamma aveva fatto solo la terza elementare e Papà la quinta. Se la sbrigava però molto bene a scrivere e a leggere, anche se la sorella naturalmente era più brava. Mi ricordo che mi sedevo sul terrazzo, mi mettevo in ginocchio perché il gradino mi facesse da tavolino, e lì scrivevo le aste e i quadrettini, che coloravo con tanto amore. Quanto mi piaceva scrivere!!!

            Avevo un grande desiderio di andare a scuola, e ogni tanto correvo in chiesa verso la metà del pomeriggio per dire a Gesù che facesse trascorrere presto il tempo che mancava all’inizio dell’anno scolastico. Sognavo i bei quaderni nuovi e la cartella con la serratura dorata. Mia sorella mi aveva già comprato l’astuccio: era verde con un bel bottoncino argentato. Quanto mi piaceva! Ma una mattina, appena mi svegliai feci per aprir gli occhi: purtroppo non si aprivano più.  Erano come cuciti. Si può immaginare il mio dolore! Avevo solo cinque anni, ma capii molto bene la gravità della situazione.

     (Sorella Ines)         

 

Gridai: «Mamma, Mamma». La Mamma corse, ma quando mi vide scoppiò a piangere. Chiamò Papà, e insieme provarono a tirarmi le palpebre per cercar di aprirmele. Nulla da fare. Nel mio cuoricino sentii tanta pena, tanta.

Anche se ero così piccina, ricordo molto bene che dissi dentro di me: «Se rimanessi sempre così al buio? Non potrei più andare a scuola!». Questo fu il primo pensiero, ma non lo dissi alla Mamma, perché capii che le avrei aumentata la pena. E poi pensai: «Non potrò più andare a trovare Gesù in chiesa». E il terzo pensiero: «E se Gesù  volesse  così?! Lui mi vuole bene e forse vuole così perché io pensi solo a Lui». E questo terzo pensiero lo dissi forte a Papà e Mamma: «Se Gesù vuole così perché io pensi solo a Lui, resterò così».

 

  

 

 

(Papà, Mamma e Fratelli di Madre Provvidenza)  

            Allora mio Papà si appoggiò al tavolino che stava tra il mio letto e quello di mia sorella e scoppiò a piangere, senza rispondermi nulla. Poi la Mamma soggiunse: «Non pensare queste cose, perché non è vero. Tu devi andare a scuola. Ubbidisci a Mamma e sforzati di aprire gli occhietti». Ormai il mio cuoricino aveva accettato, e a Gesù era bastato. Rimasi al buio dall’11 al 13 Ottobre. Le lacrime di Papà e Mamma mi diedero tanto dolore, e allora dissi a Gesù: «Se vuoi far contenti Papà e Mamma fammeli riaprire». In quel mentre Papà era andato a comprarmi  una  bella bambolina di celluloide, e al ritorno mi disse: «Toccala. Sapessi quanto è bella!» ed ecco aprirsi gli occhi.  Sentii Mamma gridare: «Una grazia, una grazia! Ci vedi?!». Mi dissero però che i miei occhi erano molto rossi, brutti, e specie il sinistro pieno di pus. Mamma tornò a scoppiare in un dirotto pianto e mi chiese: «Mi vedi? Vedi la bambolina? Di che colore è?». Dal destro vedevo benino, ma dal sinistro pochissimo. Allora mi portò subito dal dottore del paese. Lui mi indirizzò a Bergamo dal Professor Paganoni, il quale appena mi vide, disse a mia Mamma di ricoverarmi nella sua clinica. Mamma non voleva lasciarmi sola: mi voleva troppo bene. E cambiò Professore. Mi portò dal Professor Seguini, il quale disse che avevo un’ulcera corneale lieve al destro e quasi totale al sinistro. Non seppe però spiegare il perché di tale accaduto. Scrisse una diagnosi a caso.

            Mi curò, ma sbagliò la cura: così dissero gli altri medici che in seguito lo sostituirono. Infatti le ulcere divennero croniche. Quanto soffrii! Stetti più di un anno sempre in casa con gli occhi completamente bendati, perché non potevo vedere la luce. Mi mettevano dei colliri più volte al giorno, i quali mi bruciavano tanto. Ricordo che mio fratello Giovanni mi sdraiava sul tavolo e mi teneva ferma perché io strillavo. Mi facevano molto male, anche perché erano pieni di pus, e la Mamma me li doveva pulire con l’acqua salata. Quando capivo che mi chiamavano per tale cura, scappavo, mi nascondevo e facevo capricci.

            Gli occhi mi dolevano tanto, e spesso piangevo. La benda che mi teneva al buio, mi pesava moltissimo. Avrei voluto giocare, avrei voluto scrivere, ma non potevo. Stavo ore e ore seduta sulla sedia. Poi mi stancavo, allora improvvisamente mi mettevo a saltare e a correre per sfogarmi, e sbattevo a destra e a sinistra. E Gesù mi amava, mi amava davvero! Voleva tenermi al buio per isolarmi dal mondo, per non distrarmi dall’unione con Lui, per mettermi nel deserto e buttarmi nella contemplazione più unitiva.

            Allora incominciai a capire, con la testolina sofferente tra le mani, che cos’era la vita, chi era l’Autore della vita, cosa valeva saper accettare la vita. Capii che la gioia più pura si provava nel distacco da tutte le cose più belle del mondo, e nell’abbandono alla Divina Volontà. Mi sentii e mi capii un vero balocco nelle mani di Dio. Ricordo molto bene quel che Gli chiedevo: «Gesù, fa di me quello che vuoi, ma non togliermi il Tuo Amore». Che poteva saperne una bambina di cinque anni dell’Amore? Era Dio, la scienza per eccellenza, che mi istruiva nel silenzio e nel dolore. In un cuore abbandonato Dio lavora speditamente e senza ostacoli. Finalmente, dopo un anno di buio incominciai a fatica la scuola.

Il mondo non mi attirava più. Quel buio aveva maturato la mia anima. Frequentai la prima elementare. Il timbro del buio intensificò in me l’amore al silenzio, al raccoglimento e la fuga dalle dissipazioni.

            C’era tanta serietà e riflessione nei miei comportamenti. Ecco perché la mia Maestra,  ogni tanto mi diceva: «Tu sei davvero una donnina». Non vorrei narrare queste cose, ma è pura verità. Non ricordo di essermi fermata una sola volta per la strada a giocare o a chiacchierare con le compagne: mi sembrava di lasciar solo Gesù. A scuola riuscivo abbastanza bene. Trovavo qualche difficoltà in aritmetica, ma mi sforzavo tanto e così andavo bene. Curavo però molto l’ordine e la pulizia.

            La Maestra mi voleva bene e ogni tanto mi chiamava vicino a sé. Io, questo, non l’avrei voluto, e soffrivo perché le mie compagne non le chiamava mai. L’unico gioco che facevo nel tempo della ricreazione era il gioco del sassolino: bisognava indovinare chi l’avesse.

            Io non ero affatto triste, anzi mi piaceva raccontare le storielle che leggeva mia sorella alla sera. Però non ero completamente soddisfatta, perché io sentivo il bisogno di trovare qualche mezz’ora per andare da sola in chiesa per dire a Gesù le mie cosette.

      Gli raccontavo le mie sofferenze: o perché avevo preso un cinque a scuola, o perché non capivo come fare il compito, o perché una compagna mi aveva risposto male, o perché la Mamma mi sgridava, ecc., e tornavo a casa tanto contenta. Tra me e Gesù s’era creata una vera amicizia umana.

            La prima classe elementare la frequentai nella stanza di un’osteria, perché le aule scolastiche erano solo due. Quando salivo le scale di quell’osteria sentivo gli uomini che bestemmiavano. Quanta pena provavo nel mio cuore, che tanto amava Gesù! Nutrii perciò in me lo spirito di riparazione, e incominciai a fare fioretti per i poveri peccatori.

            Che fioretti facevo? 

  1. Recitavo le preghiere con le mani sotto le ginocchia; 

  2. ubbidivo subito quando la Mamma mi chiamava; 

  3. non rispondevo male alle compagne che mi facevano qualche dispetto; 

  4. studiavo volentieri quando non ne avevo voglia; 

  5. rinunciavo al gioco quando sentivo il bisogno di giocare; 

  6. non dicevo che mi facevano male gli occhi;

  7.  mi alzavo subito quando suonava la campana della chiesa; 

  8. dormivo con una sola coperta d’inverno e con due d’estate ecc. 

Poi avevo fatto disegnare a mia sorella un bel fiore: era una rosa. Quando facevo un fioretto attaccavo un petalo ritagliato. Quando la rosa era piena, la bruciavo davanti a Gesù.

            Da piccola soffrivo molto a causa dei geloni ai piedi, e mi si formavano delle piaghette. Allora pensavo sempre a Gesù Bambino che era scalzo, e non avrei voluto mettermi le scarpe per assomigliare di più a Lui.

            Mi piacevano molto i dolci. Mia Mamma me ne comperava pochi. Qualche volta mi prendeva gli zuccherini. Delle volte sapevo fare il fioretto di non mangiarli, ma non sempre riuscivo perché ero golosa. Qualche volta addirittura li scartavo, li leccavo un pochino e poi, volendo fare il fioretto, li riavvolgevo nella loro carta. A quell’età incominciavo ad essere cosciente del bene e del male. Mi piaceva di più essere buona che essere cattiva. E quando non ero buona, mi veniva un tale rimorso che piangevo con tanto dolore. Allora sentivo che Gesù mi perdonava, e così si continuava ad essere amici. Mi ricordo che Gli dicevo: «Se Tu mi lasci, un altro amico buono come Te che mi perdona subito, che non fa vendette, non lo trovo più». Facevo fatica ad ubbidire, e capivo che ero ostinata nelle mie idee, e mi costava assai rinunciare. Ma con mia Mamma non c’era proprio da voler aver ragione. Ringrazio il Signore che mi ha dato dei Genitori severi e duri, specie la Mamma, perché col mio carattere forte sarei divenuta davvero indomabile, e per il Signore non avrei fatto nulla. Dove non c’è umiltà non c’è Dio. E questo lo capii nonostante l’età puerile. Sentivo sin d’allora un grande desiderio e bisogno d’amare. Avrei voluto abbracciare tutto il mondo. E mai dalla mia vita scomparve questo bisogno. Non sono mai riuscita ad avere un’amica particolare, ad amare o a simpatizzare per l’una o per l’altra. Le mie compagne di scuola le amavo tutte con un unico grande amore, così come amavo la mia Maestra, anche quando mi dava qualche voto poco bello.

            Quanto soffrivo quando mi diceva che avevo sbagliato un’operazione. Ma sono sincera, non soffrivo perché mi vergognavo di fronte alle compagne, bensì perché non ero stata attenta, e non avevo messa tutta la buona volontà per riuscire. Soffrivo pure quando la Maestra sgridava, o picchiava un compagno o una compagna. Una volta la Maestra vide  che mi asciugavo le lacrime, e mi chiese  che  cosa avessi. Le risposi che soffrivo perché soffriva la mia compagna. Sono stata sempre sensibilissima al dolore altrui.

             In disegno ero poco brava. Mi piaceva tanto disegnare, ma non ero capace, e questo per fortuna era contro la mia superbia, perché avrei desiderato farmi vedere brava. In italiano riuscivo molto bene, e così in tutte le altre materie. Ero abbastanza capace in ginnastica: infatti venni promossa con la media del Buono.

            A sette anni si avvicinava il tempo per ricevere la prima Santa Comunione. Che gioia! Che desideri ardenti nacquero in me! Già mi sentivo piena di Dio e chissà che cosa sarebbe avvenuto ricevendoLo vivo e vero con la Sua Carne e il Suo Sangue. La prima Santa Comunione: quando sarebbe arrivata l’ora?

            Durante le vacanze andavo nei campi con mio Papà. Infatti lui aveva comperato tanta terra a Cornale quando si trasferì da Gaverina.

            Era coltivata a granturco, a frumento, a vigna e a molti frutti:  prugne,  pesche, fichi, ciliegie, mele, pere. Dovevo aiutarlo io mio Papà, perché i miei fratelli erano in guerra, e lui avrebbe dovuto fare tutto da solo. Ma non mi piaceva affatto andare in campagna.

            Quanto sacrificio mi costava! Qual era il mio lavoro in campagna? Papà mi faceva solitamente strappare l’erba in mezzo alle piante e al frumento, e bagnare i filari dell’uva. Poi c’era da vendemmiare, da cogliere i frutti, togliere le foglie del granturco, portarle a casa, rastrellare il fieno, fare i mucchi, raccogliere la legna secca, raccogliere le castagne.

            Quello che mi costava di più era strappare l’erba in mezzo al frumento e tra i filari della vigna, ed anche fare i covoni di frumento e portarli a casa. Questi lavoretti li feci sino alla fine delle scuole elementari, ogni giorno dopo aver finito il compito sul tardo pomeriggio, e soprattutto durante le vacanze. Lì, a contatto con la terra, ho avuto occasione di fare tante meditazioni. Che cosa meditavo? Ogni tanto strappando l’erba arrivavano i vermi che mi mettevano tanto ribrezzo, e pensavo che un giorno anch’io sarei diventata piena di vermi. Pensavo alla nullità di questo corpo, e all’importanza di trascurarlo per curare l’anima.

            E mentre strappavo quelle erbacce che impedivano al frumento di crescere, pensavo alle gramigne della mia anima, e, inginocchiata per terra, mi sforzavo di vincere la mia volontà ribelle. Ogni tanto sentivo i compagni sulla strada che giocavano e mi veniva la voglia di piantar lì tutto, ma poi avevo paura di mio Papà che me le avrebbe suonate. Riuscivo sempre a far entrare una mezz’oretta per correre da Gesù e a dirGli: «Quanto sono stanca... vieni anche Tu ad aiutarmi lassù, così in due facciamo prima, così starò di più qui con Te».

    A volte Lo chiamavo, quando le unghie si scorticavano per terra e le mani erano veramente ruvide, sporche e verdi. Siccome mi piacevano tanto l’ordine e la pulizia, le guardavo e poi pensavo: «Ma anche a Gesù saranno venute nere  a piallare il legno e rizzare i chiodi, e allora Gli piacerò di più». Ogni tanto mi sedevo a riposare e mi trastullavo a contare i petali delle margheritine che nascono tra il frumento. E’ certo un giochetto da bambini. Contavo i petali così: monaca – zitella - maritata e l’ultimo era quello che si doveva realizzare. Io li contavo con fede e con attenzione, e avrei voluto che mi uscisse sempre monaca, ma usciva saltuariamente.

            A volte mi sentivo pizzicare dalle formiche, perché, non vedendo bene, mi capitava pure di sedermi su qualche formicaio, soprattutto sulle formiche rosse. Allora mi grattavo un po’ e poi le osservavo. Mi ricordavo quello che mi diceva mia Mamma: che nel formicaio c’era la regina delle formiche che comandava, e tutte le altre avevano diverse mansioni. Mi diceva che si costruivano le loro casette, ove depositavano le loro provviste per l’inverno. E così meditavo tanto.

            A dire il vero i formicai mi facevano pensare alle case religiose in buona armonia di obbedienza, e i vespai invece alle case religiose in disaccordo e in litigi. Quante, quante profonde meditazioni mi dava la terra. Ogni più piccola cosa diventava per me un mezzo per una grande meditazione. Il chicco di frumento coperto prima dalla neve e poi diventato spiga mi faceva pensare all’Amore provvidenziale di Dio. Come appariva chiaro questo ai miei occhi! Il frumento fatto spiga che si lasciava macinare per farsi pane, mi ricordava la necessità di dover  morire alla  mia superbia per rinascere, di lasciarmi umiliare per donarmi ai fratelli come candido pane. Così il mio lavoro diventava preghiera. Come è stato grande e buono con me il Signore! Mettendomi a contatto con la terra pensavo che anch’io un giorno sarei diventata polvere. Allora veniva in me una brama ardente di perfezionarmi, per far sì ch’io non fossi solo creata per diventare terra.

            Capivo che c’era nell’uomo qualcosa di più importante del corpo, e che solo a quella avrei dovuto pensare.  Arrampicarmi sulle piante a cogliere i frutti mi piaceva, perché non ero a contatto con la terra, ma vedevo solo il cielo. Ogni tanto i rami degli alberi mi rovinavano gli occhiali che avevo incominciato a portare a cinque anni. Poi piangendo andavo dalla Mamma, la quale naturalmente mi sgridava perché non stavo attenta.

            Mi piaceva tanto ascoltare il canto di una cicala che stava sempre su di una pianta di pere. Quella cicala mi rianimava dalla stanchezza e mi faceva compagnia. Che bello, pensavo, essere spensierati e semplici così, lodare il Signore tra le bellezze della natura, cantare con il canto della natura. Tante volte cantavo insieme alla cicala che mi faceva da musica. E così incominciai a farmi amica della natura e a conversare con essa. Pian piano il lavoro dei campi lo sentii meno pesante, anche quello più sgradevole. Ricordo i capitomboli che facevo quando portavo l’acqua azzurra, cioè il solfato di rame, dal recipiente a mio Papà per innaffiare la vigna. Scivolavo a causa delle ciabatte che portavo quando dovevo salire in mezzo all’erba bagnata. Ma tutto serviva per allenare la mia volontà all’ubbidienza e allo spirito di sacrificio, e per tenermi lontana dall’ozio.

            Una volta un uccellino mi venne sulla spalla sinistra e cinguettò.  Che bello!  Mi sentivo amica di tutti gli animaletti campagnoli, e insieme a loro parlavo a Gesù. E il grillo? Cri, cri, cri, cri. Quando alla sera sentivo il suo canto soave, era il segnale che dovevo andarmene a casa e abbandonare il podere. Allora m’inginocchiavo tra il prato verde a ringraziare il mio amico Gesù che mi aveva dato la forza di fare quei lavoretti che non mi piacevano. Quel pezzo di terra si chiamava Ronco. Delle volte trovavo qualche lumaca. La legavo nel fazzoletto e poi la portavo alla Mamma che me la faceva cuocere nella cenere.

            Una volta vidi una vipera strisciare in mezzo a una siepe: era tanto brutta. Pensai subito al diavolo, e dissi tra me: «Voglio essere davvero buona, perché se vedessi il diavolo morirei di paura». Le bisce le vedevo spesso, ma sapevo che quelle non erano velenose. Però mi facevano tanto ribrezzo. Quando venivano i temporali mi chiudevo nel capanno che Papà usava per la caccia. Certo che di paura ne provavo tanta. Vedevo dai buchi i fulmini, sentivo i tuoni e allora mi mettevo a pregare. Quanto pregavo! Chiamavo spesso il mio Angioletto perché con le Sue ali mi proteggesse, e così mi feci amica anche di Lui. Quanto mi amò il Signore! In queste esperienze della mia prima fanciullezza capii la diversità che passa tra il profumo e la puzza del peccato. M’innamorai della vita pura e semplice. Vidi il peccato sotto l’aspetto di marciume e di miseria, proprio come diverso era il cielo che guardavo dall’albero in frutto, e la terra piena di gramigna che ogni giorno strappavo.

            Capii che Dio era Amore, che era profumo misterioso, ma reale in tutta la sua creazione. E pian piano andavo volentieri in campagna, anche se amavo di più far le faccende di casa, e soprattutto leggere e scrivere. Il colore dei pastelli che mi piaceva di più era il viola, senza comprendere allora il significato di tale colore.

       Ma ecco s’avvicina la Santa Comunione. Con le mie compagne si parlava spesso del vestitino bianco, del velo, del cerchietto a fiorellini, della borsettina ecc. Ma notavo che non parlavano mai di Gesù. Per questo soffrivo tanto. Quando entravo in questo argomento subito cambiavano discorso. Parlavano della festa che avrebbero fatto le mamme, dei regali, dei dolcetti, ma mai di Gesù.

Capii allora che Gesù a me aveva dato un particolare Amore, e che perciò io avrei dovuto amarLo in modo particolare anche per le mie compagne, che pensavano solo ai giochi, ai divertimenti, ai litigi. E come avrei dovuto fare per amarLo? Pensai che la cosa più bella sarebbe stata quella di chiederGli perdono di tutti i miei capricci ed anche di quelli delle mie amichette.

            Mancava ancora un anno a fare la prima Comunione: era infatti il primo Maggio 1940. Mi recai in chiesa perché volevo confessarmi. Volevo dire a Gesù, che stava nel confessionale, che tante volte ero stata cattiva con Lui facendo capricci, battendo i piedi quando mi comandavano qualcosa che non mi piaceva fare, facendo il broncio e piangendo. Sentivo un grande desiderio di diventare tanto buona e di dire sempre di si. Ma, non solo, sentivo un bisogno grandissimo  di  donarmi  totalmente a Gesù. Il Sacerdote, che era allora il Vice-parroco della mia parrocchia, vedendomi lì con tutte le bambine che dovevano confessarsi, mi chiese che cosa volessi, ed io gli risposi che volevo sapere cosa offrire a Gesù per farLo contento e per diventare tutta Sua. Lui mi rispose di dirlo alla Madonna e mi diede una preghierina da leggere. La lessi con tanto amore, ma le preghierine scritte dagli altri non mi piacevano. Allora dissi alla Madonna con le mie semplici parole che avrei voluto essere tutta di Gesù, e che perciò Lei mi ottenesse questa grazia. Le promisi perciò in cambio di essere amica anche di Lei. Questo Le bastò perché si facesse conoscere da sola chi era, e quale potenza avesse presso Dio. Subito me la sentii amica, molto amica, e incominciai a dialogare con Lei.

            Gesù io l’avevo sentito, ma non conosciuto. Maria mi aiutò a conoscerLo per amarLo totalmente. Anzi, quando avevo qualche pena dolorosa ricorrevo alla Madonna prima che a Gesù. La sentivo donna come me, e quindi con un cuore più sensibile e più materno. La sentivo più adulta, mentre Gesù Lo sentivo della mia stessa età. Nella mia semplicità giocavo tante volte con Lui: mi lasciava sempre vincere. Era il gioco del mondo, dove si poteva giocare con la persona x.

            Alla prima Santa Comunione mi preparai con un’intensa unione con Dio. Pregavo molto, anche di notte. Ogni tanto mi alzavo dal letto per parlare con Gesù, per dirGli di far trascorrere in fretta il tempo, così avrei potuto riceverLo presto nel mio cuore. Ed ecco che questa unione con Gesù, per mezzo di Maria, mi fece sentire un desiderio ardente di donazione. Ricordo che un giorno mi inginocchiai in chiesa nell’ultimo banco a destra. Lì, dopo essermi confidata con il Viceparroco, pregai Gesù con una grande fede, e Gli chiesi di non farmi conoscere le brutture del mondo, ma di lasciarmi bambina. Glielo chiesi proprio con grande fervore. Ricordo che Gli parlai così: «Non voglio conoscere quello che conoscono i grandi, non voglio abbandonare le gioie delle Tue intimità che fai sentire ai piccoli. Ti prego, Signore, di farmi conoscere tante cose spirituali, di farmi conoscere la Tua bontà, le Tue virtù, i fioretti che facevi, di farmi conoscere le cose che conosci Tu». E su questo insistei molto: «Fammi conoscere il mondo spirituale». Ma chi, chi potrebbe credere che una bambina di quell’età potesse riuscir a ragionare così?! Di tutti i ricordi della mia vita questo è uno dei più belli e più cari.

            L’Amore di Dio infinito, e la Sua scienza è in tutte le Sue più piccole  cose.  Il 14 Settembre 1940, feci l’offerta di martirio. Che poteva capire una bambina di sette anni che cosa significasse martirio? Eppure io lo capii molto bene: «Fa di me quello che vuoi, Signore, per salvare le anime. Fammi pure soffrire: io voglio essere uno strumento nelle Tue mani».

            Gesù accettò davvero. Infatti la mia vita fu un vero martirio di dolori d’amore e di gioia. Sentivo che Gesù voleva veramente ch’io fossi lo strumento delle Sue Armonie. Il mio cuore potrei davvero chiamarlo: casa e cenacolo della gioia. Non ricordo d’aver avuto tristezze, ma dai miei occhi e dal mio cuore uscivano solo sprazzi di luce e di gioia. I miei canti erano e sono canti di gioia. Capii che la mia missione era quella di comunicare la gioia. Sorridere sempre. Avrei dovuto sorridere sempre. Sorridere anche nella gioia che veniva dalla croce di Cristo e dalla Sua gloria.

            Avvicinandosi il giorno della prima Santa Comunione dovevo confessarmi. Mi preparai perciò alla Confessione con una fede che Dio solo ha potuto conoscere. Ricordo che mia Mamma mi raccomandava sempre di studiare bene il Catechismo, che noi chiamavamo «Dottrinino», dove erano scritte tutte le formule di preparazione alla Confessione. Ma io mi meravigliavo e pensavo: «Allora mia Mamma non ha capito quanto io amo Gesù, e quanto desidero riceverLo nel mio cuore».

            Al Catechismo sono stata sempre la più brava. Le mie compagne mi scherzavano perché vi mettevo un’attenzione addirittura esagerata. Il Parroco, Don Davide Brugnetti, che mi fece la pri-ma Comunione, mi voleva tanto bene e mi chiamava angiolotto, perché ero paffutella. Quello invece che mi aveva battezzato si chiamava Don Giovanni Marinoni. Don Davide Brugnetti  voleva  tanto  bene ai miei Genitori,  e  più volte mi disse che erano onesti e sinceri, dignitosi e santi.

            Ecco finalmente il giorno in cui m’incontrai con Gesù sul confessionale. Mi confessò il Viceparroco. Mi ricordo che mia Mamma mi fece mettere il velo nero. A me il velo nero non piaceva, ma lo misi per ubbidire. Mi confessai in sagrestia, e dopo aver a lungo pianto, il Sacerdote mi fece recitare l’atto di dolore. Era veramente grande il dolore d’aver offeso Gesù. Sembrerebbe impossibile, ma è pura verità. Dio è Amore, Amore infinito.

            Anche il Viceparroco era tanto buono e mi voleva bene. Mi sgridò quando mi vide accostarmi alla Confessione con gli occhi pieni di lacrime. Mi disse tante cose belle, e soprattutto mi assicurò che Gesù mi voleva bene anche se ero stata un po’ cattiva. Questo me lo disse dopo che mi ebbe data l’assoluzione. Recitai la penitenza davanti a  Gesù  Sacramentato,  e  poi  con  molto  raccoglimento uscii dalla chiesa. Strada facendo ripensai alla Confessione per vedere se l’avevo fatta bene.

            La vigilia della Prima Comunione mia sorella comperò solo alcune immagini-ricordo, perché eravamo poveri. E lei scrisse dietro l’immagine a macchina le seguenti parole: «Accogliendo Gesù nel suo cuore, ha pregato per tutti i suoi Cari». Non mi piacevano queste parole. Avrei voluto scriverle io, e senz’altro penso avrei scritto così. «Gesù, Ti voglio bene, e muoio dal desiderio di riceverTi nel mio cuore».

            Le immagini delle mie compagne erano scritte con parole più belle. Io però avevo un’immaginetta che rappresentava Gesù Bambino che stava alla porta del tabernacolo, e mi piaceva tanto. Scrissi allora a penna sul retro la data della mia prima Comunione. Le parole precise non le ricordo, ma mi sembra d’aver scritto che volevo essere un fiore.

Quell’immaginetta la tenevo tanto cara, ma poi pian piano, volendo distaccarmi da tutte le cose più care, la regalai ad un Sacerdote.

            Che gioia provai quando feci la prima Comunione! Vorrei poter descrivere cosa vi fu nel mio cuore in quei giorni, e specie la sera precedente. La notte non dormii. Pensavo che presto quel Gesù che tutti andavano ad adorare in ginocchio, sarebbe uscito dal tabernacolo per entrare nel mio cuore. Come avrei dovuto abbellire quel cuore alla Sua venuta?

            Le strade erano parate a festa, erano piene di pianticelle verdi con i fiori bianchi di carta che la gente aveva fatto. La mia porta l’avevo addobbata con una bella coperta dorata, e con la car-ta a fiori avevo preparato una bella catena formata da tanti anelli di vari colori. Come stava bene! Le campane suonavano a distesa, ed io pensavo che ero stata lavata col Sangue di Gesù per mezzo della Santa Confessione. Cantava il mio cuore le lodi allo Sposo dei Vergini. Ma allo stesso tempo mi sentivo tanto indegna di riceverLo nel mio cuore. Cosa avrei fatto per riparare alle ingratitudini che tante volte Gli avevo arrecato con i miei capricci!

            Tutte le mie compagne avevano a fianco la loro madrina di battesimo, ma la mia non c’era perché ad invitarla sarebbe venuta una grossa spesa per prepararle un buon pranzo. Mi fece perciò da madrina mia sorella.

             Il corteo partì dalla chiesina in alto per raggiungere la parrocchiale. C’era il corpo musicale nel quale suonavano anche due dei miei fratelli: Antonio e Luigi. Antonio suonava il flicorno tenore e Luigi la cornetta. Lassù sul sagrato della chiesina vidi tutte le mie compagne: erano tante. Vestivano tutte meglio di me. Ve n’era però una  che  aveva la veste uguale alla mia: era Marghe-rita, la figlia della sarta, che m’aveva confezionato vestito e borsettina. La borsettina, che era della stessa stoffa dell’abito, mi piaceva tanto: aveva la forma di una rosa. Portavo il velo bianco con un semplice nastro azzurro. Ma nulla a me interessava: desideravo solo far presto a ricevere Gesù. Che fede! Mi sentivo consumare dalla Fede e dall’Amore. Quando il Viceparroco iniziò la preparazione alla Santa Comunione, io lo seguivo solo col cuore. Mi sembrava che quelle parole si perdessero, dovendo pronunciarle ad alta voce. Ogni tanto mia sorella mi scuoteva perché vedeva che non aprivo bocca; ma non riuscivo: ero molto commossa.

            Quante belle cosine dicevo a Gesù. Non vorrei scriverlo, ma devo dire che allora ero davvero buona. Ecco iniziare la Santa Messa. Il mio raccoglimento fu davvero profondo. Più volte chiesi a Gesù di parlarmi, e Gli dissi che  volevo essere tutta Sua, di aprirmi la strada della Sua Santa Volontà, di farmi capire cosa volesse da me. Ed ecco la Santa Comunione. Fu davvero un’unione profondamente intima con Gesù. Entrai per la prima volta in una profonda estasi unitiva. Infatti il corpo non lo sentii più in quei momenti di cielo. Vidi con gli occhi dell’anima il Sacro Cuore di Gesù sotto l’aspetto di un mendicante: mi tendeva la mano in cerca di carità (s’intende carità spirituale), e mi disse: «Amami! Da te voglio l’Amore». Gesù aveva i capelli sciolti sulle spalle che formavano dei ricciolotti: saranno stati sei o sette ricciolotti lunghi con la riga in mezzo. Gli occhi erano azzurri e sofferenti. Capivo che Gesù sentiva bisogno della mia compagnia umana: Lo sentii un Dio-uomo. Dall’aspetto sembrava avesse l’età di trent’anni. Il Suo abito, arricciato al collo, con un profilo rosso, brillava tra il rosso cupo e il bianco. Posso dire con precisione che era rosso con dei riflessi bianchi nel mantello. 

            Io mi sentivo sazia; nulla mi mancava, solo di chiudere gli occhi alla vita del mondo, perché l’Amore s’era incontrato con il mio amore, s’era consolidato in un unico Amore e fui rapita. Terminata la Santa Messa tutti si avviarono verso la sala dove ci attendeva il rinfresco fatto d’una fetta di torta, qualche confetto, vino bianco, ecc. Ma a me dispiaceva allontanarmi dalla preghiera. Dovetti però anch’io seguir le mie compagne. Poi tutta raccolta tornai a casa. «...Oggi è festa - tutte gridavano - ho ricevuto questo o quel regalo. Oggi mia Mamma mi ha preparato la torta, ecc». Io sapevo che per me di queste cose vi sarebbe stato nulla. Ma per questo non mi rattristai, anzi ringraziai Gesù che non voleva darmi altre piccole gioie, nel timore che perdessi una briciola del Suo Amore. Capii e sentii chiaro che Gesù m’aveva chiesto la mia compagnia: una cosa perciò molto facile e semplice, il cui cambio sarebbe stata la Sua.

            Che altro avrei potuto desiderare? Giunta a casa spogliai il vestitino bianco e mi sedetti al camino vicino a Papà che stava cuocendomi le castagne. Le caldarroste erano i dolcetti di Papà; gli piacevano tanto; ma pure a me piacevano assai.

            Che cuore grande aveva Papà. Non aveva nulla da donarmi in particolare per la mia festa, e allora mi donò quanto capiva avrei gradito. E lì, vicino al fuoco, dissi a Mamma: «Mamma, non potrei io oggi andare a Nembro (un paesino vicino) che alle undici c’è un’altra Messa, e fare di nuovo la Santa Comunione?». Non l’avessi mai detto! Mi sgridò e poi mi disse: «E’ tutto questo quello che hai imparato al Dottrinino? Non lo sai che non si possono fare due Comunioni in un giorno?». Come rimasi male!

            A pranzo nulla di stra-ordinario: mangiai la frittata che per di più non mi piaceva tanto. Ma fui ugualmente contenta, anzi ringraziai Gesù perché mi aveva fatto trascorrere la giornata nella povertà come Lui, per esserGli più vicina. E la mattina seguente mi comunicai di nuovo, e così per vari giorni. Ma il demonio era geloso di me. E cominciò un sodo lavoro con l’anima mia per distogliermi dalla quotidiana Comunione.

            La mia unione con Dio mi aveva formato una coscienza molto delicata, e tutte le più piccole cose mi sembravano grandi, e non avevo il coraggio di ricevere Gesù per le miserie della mia anima, se non solo dopo la Santa Confessione. Mi confessavo ogni otto giorni e alla domenica mi comunicavo. Posso dire che da una Comunione all’altra era un unico desiderio e bisogno di incontrarmi con Gesù. Come mi sembrava lunga la settimana. Quando, durante la Santa Messa quotidiana, vedevo le altre bambine accostarsi alla Santa Comunione, e io invece no, sentivo struggermi il cuore dal dolore. Ma era tanta la paura che avevo di offendere Gesù, perché avevo tanti difetti, che mi mancava la forza di riceverLo. Concludevo allora in Comunioni spirituali, che non erano che lacrime.

            Alla domenica andavo a Messa con mia sorella Ines. Era brava, ma non spirituale come me. Io le dicevo sempre di confessarsi e ogni tanto mi ubbidiva. Mi ricordo le preghiere di ringraziamento che leggeva sul libro. Incominciavano così: «O Cieli, incurvatevi, rendete omaggio all’Eterno ch’io porto in petto; o genti dell’universo prostratevi al suolo ed adorate il grande Dio che ora siede nel mio povero cuore...». Ma io alla fine dovevo pregare da sola. Le parole del libro non mi sono mai piaciute. La sofferenza intima di quei giorni era l’ansia di ricevere Gesù. Quanti fioretti facevo come preparazione alla Santa Comunione, per poterli offrire a Gesù quando veniva nel mio cuore. Quanta paura avevo di offenderLo. Quanta paura che Lui mi abbandonasse! Capivo che senza di Lui la mia vita sarebbe stata un nulla, una vera disperazione.

            Quando mi confessavo volevo sempre essere l’ultima di tutte le mie compagne, perché mi sentivo una grandissima peccatrice, e le mie confessioni erano lunghe, più lunghe di quelle delle mie compagne. Le mie compagne si spingevano per passarsi avanti l’un l’altra, io invece stavo in ginocchio a piangere. Mi ricordo che un giorno una mia compagna mi chiese perché piangessi, ed io le risposi che era perché avevo fatto piangere Gesù. Quella si mise a ridere e lo disse alle altre che mi presero in giro. Ma nulla a me importava. Era così grande il mio dolore, che non potevo trattenere le lacrime.

            Gesù Lo amavo davvero, come si ama realmente una creatura fatta di carne. Lo amavo non già perché allora capivo pienamente chi fosse Gesù, ma Lo amavo perché era vita della mia vita, la fonte della mia felicità, il pane del mio cuore e anche del mio corpo, perché capivo che con Lui si divinizzava. Capivo che senza di Lui ci sarebbe stata in me la morte più dura e più triste. Non sarei più riuscita a cantare, a vivere, ma sarei morta di solitudine.

            In nulla avrei trovato l’Amore di cui il mio piccolo cuore aveva bisogno per vivere anche materialmente. Ricordo bene che mi confessavo come una peccatrice grandissima, e con grande dolore. Il Sacerdote allora mi diceva che non era vero. Ma io avevo sempre paura di non essermi spiegata bene, di non avergli detto tutto. E così continuai la mia fanciullezza tra le lacrime d’amore e di martirio. Forse, ripensandoci ora, Gesù aveva davvero accettata la mia offerta di martirio, e aveva iniziato a tradurlo in realtà.

            Continuai la scuola elementare. Ebbi la fortuna di avere come maestra di seconda e terza una brava signorina che era una propagandista di Azione Cattolica. Si chiamava Ermenegilda Poli. Mi voleva tanto bene, anche perché ero un po’ priva di vista perché ero bendata. Vedevo in pratica con un occhio solo. Ero perciò sempre nel primo banco, anche se alta di statura. La mia compagna di banco si chiamava Giulietta. Era tanto buona.

            Quando frequentai la terza elementare la maestra mi diede il “premio della bontà”. Due erano i premi da dare: a me toccò il primo. L’altro toccò ad una mia compagna che si chiamava Agnese.  Il premio consisteva in un libretto di banca contenente trenta lire. Allora con trenta lire si comperava un grembiulino. Poi ricevetti pure il premio scritto su di una pergamena. Era grande e tanto bella: mi piaceva assai. Sul premio stava scritto: «Premio della Bontà rilasciato da Maria Valli alla bambina Anna Maria Andreani...». E sul motivo del premio c’erano scritte a penna queste parole firmate dalla mia maestra: «E’ dotata di una squisita sensibilità, che si manifesta nei tanti atti di bontà, compiuti in famiglia e nella scuola. E’ di vista debole, eppure sa essere serena e gioviale per non far soffrire i familiari. Aiuta il babbo nei lavori di campagna. Tiene attiva corrispondenza coi fratelli combattenti. Nella scuola è di esempio a tutti».

            Mi sarebbe piaciuto fare un quadretto, come avevano fatto con i diplomi di mia sorella, ma mia Mamma non aveva soldi da spendere  per una cosa così da poco. Lo conservai sempre fino a quando il mio Padre Spirituale d’allora, Don Italo Sala, mi chiese di spogliarmi di tutte le cose più care.

       Allora lo consegnai a lui, insieme ad alcuni cari ricordi. In seguito me lo restituì. Gli diedi un quaderno con molte poesie, e lui mi disse che avrebbe bruciato tutto. Così mi disse per provare la mia obbedienza e il mio distacco da ogni cosa cara. Del quaderno delle poesie però non seppi più nulla.

            La classe quarta la trascorsi sotto la guida della maestra Zambianchi, molto diversa dalla Sig.na Poli, la quale era tanto materna e mi capiva molto. Ricordo che quando ci faceva l’esame di coscienza ci obbligava a chiudere gli occhi per pensare meglio ai nostri peccati. A volte ci diceva di raccontarle i fioretti che facevamo. Nella novena dello Spirito Santo ci faceva sempre scegliere i bigliettini dei sette doni. A me toccò tutti e due gli anni il biglietto con il dono dell’Intelletto. Perciò tale dono lo chiesi spesso a Gesù.

            Quanto è sempre stato buono con me il Signore! Io rimasi tanto mortificata di fronte alle mie compagne quando ricevetti il premio della bontà, perché sapevo che ve n’erano tante che l’avrebbero meritato più di me. Vidi il volto triste delle mie compagne. Ma Gesù volle così, certamente per farmi capire quanto mi voleva bene. Erano alcuni Suoi bacetti di generosità ch’io capivo di non meritarmi.

            La maestra Zambianchi era piuttosto dura con me, e per la mia sensibilità soffrivo molto. Mi aveva dato per vicino di banco non una bambina ma un bambino, e per di più non sempre lo stesso. Quando un bambino era inquieto, o chiacchierone, o disordinato, lo metteva vicino a me, e così diventai pure amica dei maschietti.

            Certo che, dico la verità, non mi piaceva affatto. Parlavo poco con loro, e quanta vergogna provavo quando nella squadra avevo per compagno un ragazzo. Quando mi sedevo cercavo sempre di stare composta, perché capivo che erano maliziosi. Che martirio diventò per me la scuola quell'anno!

            C’erano poi i problemi di aritmetica che non capivo, e che esigevano un superiore sforzo di volontà. Gesù voleva umiliarmi perché sapeva che mi costava assai farmi vedere ignorante.

            Quando c’era il compito in classe di aritmetica mi pesava assai, però riuscivo abbastanza bene.

            In quegli anni c’era questa abitudine nelle scuole elementari: quando uno sbagliava un problema riceveva botte sulla testa. Quante volte sono stata picchiata anch’io! La maestra voleva però che fossi promossa in tutte le materie, perché ero la prima della classe in tutte le altre, ma riuscivo proprio con difficoltà a risolvere i problemi di matematica.

            Mia sorella mi aiutava poco perché era quasi sempre fuori ad insegnare. Venne però l’occasione propizia per stare con lei. Siccome insegnava in un paesino che si chiama Acquaiolo, ci andai anch’io, e stetti con lei diverso tempo. Che bei ricordi che ho di quel paesino. Era davvero pittoresco. Stava su di una collinetta. La casa della maestra era tanto carina. Aveva un grande terrazzo, dal quale si vedeva il lago d’Iseo che sembrava stesse a piombo. Alla sera era illuminato dalle luci delle barchette.

Tante volte stavo appoggiata al muro del terrazzo per contemplarlo.  Quanto mi parlava della Potenza e della Bellezza di Dio! Che bei giorni trascorsi in quel paesino! Ricordo i giochi che facevo con le bambine che mi volevano tanto bene perché ero sorella della maestra. Allora io ne approfittavo per tenere delle lezioni di carattere spirituale. Ci sedevamo in mezzo ad un prato fuori della scuola e parlavo loro molto di Gesù, dell’amore di Gesù; della necessità di avere Gesù come amico e della convenienza che si trovava anche avendoLo per amico.

            Raccontavo loro gli aiuti che Lui mi dava a scuola, nei giochi, e in altri lavori. Loro mi ascoltavano con tanto interesse. Ogni tanto mi dicevano: «Sai, ho fatto come hai detto e ho visto che Gesù m’ha aiutato». Una domenica pomeriggio raccontai loro la leggenda della Veronica.

             «Veronica era una bambina che aiutava la Mamma nelle faccende di casa. Un giorno andò a prendere l’acqua alla fontana e ruppe il secchio di terracotta.

            Veronica si mise allora a piangere. Ed ecco arrivare un Bambino: pure Lui doveva attingere acqua. Vedendo Veronica piangere si commosse e le disse: - Non piangere, perché Io ti rimetto a nuovo il secchio -.

            Veronica non credeva alle parole del Bambino, poiché era un Bambino povero e semplice come lei. Ma siccome quel Bambino era Gesù, ecco che con un semplice gesto fece ritornare il secchio come prima. Veronica Lo ringraziò e ritornò a casa tutta contenta.

            Veronica rivide poi Gesù sulla salita del Calvario, e Lo riconobbe per quel Bambino del secchio. Sentì allora il bisogno di contraccambiarGli la carità che le aveva usato, e con un fazzoletto Gli asciugò il volto grondante di sangue. Così la Veronica ci lasciò il ricordo di quella carità, con la figura del volto di Gesù». Come furono contente quelle bambine!

In un viottolo dietro casa si giocava a nascondino. Si faceva quasi sempre il gioco di Madama Dorè. Io però soffrivo tanto perché sentivo il bisogno di andar in chiesa a trovare Gesù e lì non c’era: era solo a Parzanica, paese un po’ lontano. Mia sorella mi lasciava andare solo di domenica, perché erano luoghi piuttosto deserti. Allora alla sera quando andavo a letto, sotto le coperte parlavo a Gesù, e Lo supplicavo di uscir dal tabernacolo e di venir nel letto con me perché là faceva freddo.

            A casa mia a Cornale mi piaceva di più perché potevo andar in chiesa a trovare Gesù, che era solo e prigioniero nella casina dell’altare. Quanto mi piaceva quella casina!

            I miei giochi preferiti di quell’età erano: fare il prete, distribuir la Santa Comunione, e soprattutto confessare. Mi piaceva anche predicare, ma più di tutto confessare. Questo lo facevo con tanta fede, e sono convinta che era una preghiera vera e propria, unita ad un vero apostolato. Al mattino chiedevo sempre a Gesù la grazia di farmi diventare prete confessore, così avrei, sia pur per gioco, dato consiglio alle bambine. Ma soprattutto avrei formato i ragazzi, verso i quali sentivo una grande venerazione, proprio per il fatto che loro avrebbero potuto farsi Sacerdoti: quindi erano dei prediletti da Dio.

            Ricordo di un mio compagno di scuola, Luigi Carrara, un ragazzo dai capelli rossi che veniva a scuola con me. Quante volte gli dissi di farsi Sacerdote.  Infatti, non solo si fece Sacerdote, ma divenne anche Missionario, e alcuni anni fa morì martire in Africa.

            Con quanto amore confessavo! Capivo che veramente facevo bel bene nell’anima di quei ragazzi. Certo che la libertà di giocare era relativa, perché mia Mamma mi controllava il tempo: «Dove vai? Con chi vai? Alla tal ora devi essere qui... Non litigare...». C’era da obbedire, perché altrimenti erano botte che volavano. E’ stato tanto buono con me il Signore: mi ha dato una Mamma tanto energica ed esemplare. Ogni tanto avevo un quarto d’ora per fare una giocatina a pallone con i miei compagni. Nella mia contrada c’erano più ragazzi che ragazze. Il gioco che mi riusciva più facile e che vincevo quasi sempre era il batti-ribatti con la palla sul muro senza lasciarla cadere. Ricordo che una sera, mentre giocavo a pallone da sola sul muro di casa mia, sentii dire che avevano eletto Papa Pio XII. Smisi di giocare e mi ritirai in cameretta tutta commossa, pensando al peso della croce che s’era accettato sulle spalle.

            Un giorno ansiosa di essere Sacerdote, pregai a lungo Gesù che mi facesse diventare un bambino. Ma questa sarebbe stata troppo grossa di grazia. La prima pena morale fu proprio quella di avvertire in me la vocazione al Sacerdozio, e l’impossibilità di poterla realizzare. Quanto soffrii, quanto!

            Un altro giorno, dopo aver letto un giornalino missionario, dove si parlava dei negretti, pensai di fuggire, perché la Mamma, essendo io così piccola, non mi avrebbe lasciata andare. Figurarsi a otto-nove anni, cosa avrei potuto fare! Ma io sentivo in me un cuore grande grande, un bisogno d’amare tutto il mondo. Fuggii a piedi, e giunta al paese di mia nonna, dopo ore di cammino, incontrai il Parroco del paese, il quale mi riportò a casa.  Fu una vera grazia, altrimenti mi sarei perduta, facendo morire di crepacuore i miei Genitori. Ma io sentivo un fuoco dentro di me al quale non potevo resistere.

            La vocazione al Sacerdozio era una vocazione innata in me. Dio mi aveva creata così. Era un bisogno della mia vita. Sentivo che non avrei potuto vivere se non l’avessi realizzata. Sembrerebbe davvero una cosa molto strana per una bambina! Io capivo di vivere nel mondo, ma il mio mondo lo sentivo interiore, diverso da ciò che sentivano le mie coetanee che s’interessavano di tante cose mondane. Capivo che Gesù m’aveva dato un dono singolare d’unione intima e totale con Lui. Pensavo sempre a Lui, mi preoccupavo di amarLo e di farLo amare. In tutte le cose buone o avverse Lo sentivo in me con il Suo Amore. Capivo che questo non era certamente merito mio.

            Durante la quarta elementare andai per un breve periodo a Santa Croce, un paese di montagna, dove mia sorella andò a far scuola. Lì mi piaceva moltissimo, perché proprio vicino alla scuola c’era la chiesa, il cui Parroco, per di più, era del nostro paese. Anche questo era un paesino molto bello, situato sopra le terme di San Pellegrino. Lì c’era anche la mensa scolastica per i bambini poveri. Quanto mi piaceva! Il mio cuore prendeva sempre nuovi spunti di meditazione dalle opere dell’Amore: la carità. Provai in me un desiderio di donare, e di far contento sia il povero nel corpo, sia il povero nello spirito. La mia vita era tutta un’aspettativa ansiosa.

            Dove mi vorrà Gesù?!" 

 

... continua

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