Saint-Germain-en-Laye,
Parigi, 6 aprile 1930 – Parigi, 1° ottobre 1957
Nell’esteso
panorama della santità del Novecento, fra tante figure di grandi apostoli della
fede, fondatori e fondatrici, moderni martiri, laici impegnati, operatori di
pace o votati al sollievo della sofferenza e dei disagi sociali, ci sono state
anche figure
E certamente una delle più sconvolgenti testimonianze, di quanto Dio può
operare nella conversione di un’anima e nella sua elevazione spirituale, è la
figura di Jacques Fesch, giovane francese di 27 anni, ghigliottinato il 1°
ottobre 1957.
Egli nacque a Saint-Germain-en-Laye presso Parigi, il 6 aprile 1930, da genitori
belgi di nobili origini, trasferitasi a Parigi una decina d’anni prima.
Purtroppo i genitori non seppero tenere unita la famiglia e col tempo questa
divisione diede i suoi frutti nefasti; il padre, direttore di banca, era colto,
avventuriero, amante della musica, pianista, ma anche cinico, donnaiolo,
dichiaratamente ateo; dei figli si interessava quel tanto che bastava.
La madre, buona di carattere ma introversa, in disaccordo con il marito, non
riusciva a neutralizzare la sua nefasta influenza; il tenore di vita era alto,
con cambio di case lussuose ma prive di calore umano e il piccolo Jacques
Fortunatamente venne ducato per tutta la fanciullezza in un collegio di
religiosi cattolici, acquistando una “fede sensibile”, cioè una fede che si
amalgama con gli affetti, con la vita.
Nel difficile periodo dell’adolescenza, cresceva troppo in fretta e quanto più
avrebbe avuto bisogno di una guida, tanto più si trovava abbandonato a sé
stesso; cominciò ad andare male negli studi, diventò pigro, ostentò a sua
volta del cinismo.
Il padre cominciò a diventare un ideale per il ragazzo, anche se lui per primo
si sentiva disprezzato. In una sua lettera, ne scriverà tante dal carcere,
Jacques diceva: “A casa nostra c’era tanta religione quanta ce n’era in
una scuderia, ed eravamo tutti dei mostri di egoismo e di orgoglio”.
Alla ricerca di uno scopo nella vita, Jacques Fesch cresceva disorientato,
inquieto, molto infelice, corteggiato dalle ragazze, ma senza amore; metteva nel
letto un manichino al suo posto, per trascorrere le notti fuori casa, ma forse
non era necessario, perché i suoi genitori non volevano accorgersene.
Aveva 19 anni quando interruppe gli studi, si impiegò in banca, ma per poco
tempo, non sopportava il lavoro subordinato; continuò ad appassionarsi al suo
amato jazz, ai racconti di viaggi, alla mineralogia; di Dio non si interessava
più, anzi copiando il padre, diceva a chi gli poneva domanda a riguardo: ”Dio
è una graziosa leggenda, la consolazione di coloro che soffrono, la religione
dello schiavo e dell’oppresso”.
Da quando aveva 17 anni cominciò un’amicizia con Pierrette Polack, primogenita di una numerosa e ricca famiglia di origini ebraica; erano così diversi fra loro, ma si sentivano attratti proprio per questa diversità.
A vent’anni nel 1950 fu chiamato al servizio di leva e venne inviato tra le
truppe francesi operanti ancora in Germania.
Pierrette allora convinse il padre di poter andare a lavorare a Strasburgo, più
vicino a Jacques, che così poté passare le sue licenze nell’appartamentino
di lei. La tenerezza di quei momenti, intrisi da un’evidente povertà, sfociò
inevitabilmente nell’attesa di un bambino.
Il conseguente desiderio di sposarsi, fu necessariamente accantonato, perché il
matrimonio era osteggiato dal padre di lei ebreo e da suo padre antisemita
arrabbiato. Attesero così la maggiore età e poi si sposarono civilmente (con
la sola presenza del padre di Pierrette), un mese prima della nascita della
piccola Véronique.
La loro luna di miele fu spezzettata secondo le licenze di Jacques, con qualche
bella vacanza in Svizzera, nella villa di montagna di proprietà dei Polack.
Nell’aprile 1952 ebbe finalmente il congedo militare con l’attestato di
buona condotta; fu necessario mettersi a lavorare, con nuove divisioni della
famigliola, Pierrette con la bambina a Strasburgo e Jacques a Nancy
nell’industria di carbone del suocero, vivendo in un albergo.
La vita della giovane coppia si svolgeva senza un minimo di organizzazione, in
pratica alla giornata, dando libero sfogo ai divertimenti e i soldi non
bastavano per tutto il mese.
Scriverà Jacques alla moglie: “Mia Minou, a Strasburgo io non ti amavo, avevo
solo un vivissimo affetto per te, rafforzato dai legami di intimità; è
tutto”.
E alla fine il matrimonio infatti non durò; in parte erano fragili i due
ragazzi, in parte si misero di mezzo le famiglie, ci furono dei pasticci
economici nella fabbrica del suocero provocati da Jacques, il quale si
disaffezionò dal lavoro progressivamente.
Pierrette tornò dai genitori e Jacques licenziatasi dalla ditta del suocero,
andò a vivere con la madre (ormai anch’essa separata dal marito); la mamma
gli diede un milione di vecchi franchi per aiutarlo ad intraprendere
un’attività in proprio, egli ne spese subito la metà per comprarsi un’auto
di lusso e per l’impresa che voleva aprire, essa fallì prima di cominciare,
consumando i pochi soldi rimasti.
La madre a questo punto, infastidita, si disinteressò di lui; allora ritornò
dalla moglie Pierrette, la cui lontananza insieme alla bambina lo tormentava, ma
per l’opposizione delle famiglie si vedevano di nascosto, a volte in albergo,
con atteggiamenti più da fidanzati che da sposi, illudendosi di rivivere i bei
tempi della prima giovinezza.
Ma nel suo intimo Jacques Fesch era disorientato, inquieto, insoddisfatto e di
conseguenza molto infelice; tutto sommato una situazione personale e sociale,
comune a molti giovani, poi di solito interviene provvidenzialmente un incontro,
un’opportunità, un consiglio giusto, ecc. e la maggior parte trova prima o
poi una soluzione per uscirne.
Ma a Jacques, solo, senza lavoro, senza un vero scopo della vita, mancò questo
salutare apporto, poi in quegli anni di dopoguerra, i giovani cercavano
evasioni, desiderando intraprendere viaggi per conoscere il mondo, e la fantasia
di Jacques galoppava sui viaggi fatti dal padre nelle lontane isole del
Pacifico, da cui aveva portato ricordi, souvenir, esperienze, amori.
Per questo gli occorrevano almeno due milioni di franchi per comprare una barca
e prendere a viaggiare da solo verso quelle isole sognate.
Tutti gli chiusero la porta in faccia compreso il padre, e i soldi diventarono
la sua ossessione, alla fine decise che bisognava rubarli. E venne il giorno
fatidico, il 24 febbraio 1954 con l’appoggio di due delinquenti abituali,
armato di una pistola che doveva servire a spaventare il derubato, si recò a
sera nel negozio di un cambiavalute ebreo, conosciuto dal padre, a ritirare
dell’oro che aveva ordinato la mattina stessa.
Mentre l’uomo girato, tirava fuori dalla cassaforte l’oro, egli lo colpì
alla testa col calcio della pistola, ma partì un colpo e si ferì lui stesso
alla mano.
A questo punto, preso dal panico, scappò a piedi senza prendere nemmeno la
macchina parcheggiata lì vicino, sanguinante alla mano, perse anche gli
occhiali che portava per la forte miopia.
I complici per distogliere l’attenzione della polizia da loro, furono i primi
a descriverlo; fu inseguito e lui si infilò in un grosso caseggiato salendo le
scale fino al tetto, dove rimase finché ritenne che la caccia si fosse
interrotta, ma all’uscita dal caseggiato fu riconosciuto.
Gli fu intimato di fermarsi, ma Jacques in preda al panico, non riconoscendo per
la miopia, chi gli stava davanti, sparò attraverso l’impermeabile, uccidendo
così un agente; scappando disperatamente ormai in preda al terrore, sparò
ancora ferendo di striscio un’altra guardia e sparando all’impazzata contro
chiunque gli si parasse davanti, fortunatamente senza colpire altre persone; fu
alla fine disarmato e catturato da un anziano ispettore di polizia.
Percosso a sangue, strattonato, venne condotto piangente e in manette in una
cella de “
Cominciò così la seconda fase della disordinata vita di Jacques, con la
scoperta, la riflessione, la sofferta risalita, verso le vette della spiritualità
più alta, che solo Dio può donare all’anima che lo cerca.
Mentre la giustizia degli uomini, faceva il suo corso con i processi, gli
interrogatori, le accuse della Procura, i piani di difesa dell’avvocato,
Jacques Fesch nella solitudine della sua cella, prese a leggere libri, riviste,
classici, romanzi, che passava il carcere, altri libri gli pervenivano dalla
famiglia, dai genitori in parte rappacificati, dai suoceri e poi dal cappellano
e dall’avvocato Baudet, un convertito e Terziario carmelitano; non mancarono
opere di un certo livello spirituale, le vite di s. Francesco d’Assisi, s.
Teresa d’Avila, s. Teresa del Bambin Gesù.
Attraverso la lettura dei numerosi libri (250 il primo anno), cominciò a
conoscere la vita, i caratteri, le passioni, i desideri, le possibilità di
peccare e di raggiungere la santità, la grandezza e la miseria del genere
umano, le altezze e le volgarità del pensiero; lesse fra l’altro la “Divina
Commedia”.
Davanti al figlio carcerato, stranamente i genitori trovarono il modo di
andargli a far visita e consolarlo e quando la madre seppe con terrore, che
rischiava la ghigliottina, giunse ad offrire a Dio la propria vita, affinché il
tanto trascurato figlio potesse almeno “morire bene”.
Dopo un anno di detenzione, una sera che era a letto, avvenne il momento
cruciale della sua definitiva conversione, lo raccontò lui stesso nel suo
“Giornale intimo”, scritto per comunicare la sua fede alla figlia.
“Quella sera ero a letto con gli occhi aperti, e soffrivo realmente, per la
prima volta in vita mia con un’intensità rara, per ciò che mi era stato
rivelato riguardo a certe cose di famiglia. E fu allora che un grido mi scaturì
dal petto ‘Mio Dio!’ e istantaneamente, come un vento impetuoso che passa,
senza che si sappia donde viene, lo Spirito del Signore mi prese alla gola”.
Gli sarà di aiuto e conforto nella salita della difficile via della conversione
totale, un amico convertito anche lui, Thomas, diventato frate benedettino, a
lui verranno scritte le lettere più intime e al quale racconterà
l’itinerario spirituale per cui Dio lo conduceva.
Alle otto del mattino leggeva in un messalino
Meditava attentamente la ‘Via Crucis’ e quando ormai capì che la sua vicina
condanna era quella capitale, offrì la sua vita per placare la giustizia divina
irritata, riteneva che la pena inflittagli fosse ingiusta, nonostante questo
egli volle accettarla cooperando all’esecuzione, sembrandogli così di morire
meno indegnamente.
Pregava per la conversione del padre; scoprì l’amore perduto e sciupato per
il suo comportamento per la moglie Pierrette, il 7 giugno 1956 morì la madre
che aveva offerto la vita per la sua redenzione.
Il 6 aprile 1957, giorno del suo 27° compleanno, giunse la sentenza definitiva
del tribunale, a cui aveva concorso l’agitazione della Polizia, che richiedeva
una condanna esemplare; fu trasferito nella ‘cella
Da qui vincendo la naturale paura e l’odio che vorrebbe invadergli il cuore,
perché la pena era sproporzionata alle sue reali intenzioni nell’aver
commesso il delitto, intensificò lo scrivere delle lettere piene di fede
indirizzate all’amata figlia Véronique, a sua moglie Pierrette,
all’avvocato Baudet, all’amico Thomas, alla suocera considerata ormai come
una madre, al cappellano del carcere; sempre compilando ogni giorno il
“Giornale intimo”.
Questi scritti sono la testimonianza di una conversione e di una dirompente,
genuina, sublime fede che in una situazione drammaticissima, lo accompagnò alla
morte mediante la ghigliottina, trasfigurando l’orrore in gioia, per
l’imminente incontro con il suo Dio.
Voleva che fosse celebrato il matrimonio religioso con Pierrette, la quale però
era chiusa in un circolo vizioso senza sbocchi spirituali; scriveva Jacques alla
suocera: “In fondo, lei aspetta la fede per pregare e non vuole pregare per
avere la fede. Allora, ecco, quando sarò lassù, toccherà a me pregare a mia
volta per voi, e nell’ora della vostra morte…”.
Il Presidente della Repubblica Francese René Coty, pur respingendo la domanda
di grazia, gli mandò a dire: “Dite che gli stringo la mano per ciò che egli
è diventato”.
Il giorno prima della sentenza, ebbe la consolazione di sapere che Pierrette si
era confessata e ricevuto
La sentenza era fissata per il 1° ottobre 1957 e Jacques qualche giorno prima
disse: “Io tendo una mano alla Vergine, e l’altra alla piccola Teresa; in
tal modo non corro alcun rischio, ed esse mi attireranno a sé per consegnarmi
al piccolo Gesù per l’eternità”.
All’alba del 1° ottobre, si avviò all’orribile macchina, con dignità,
compostezza e perfino con una certa serenità, baciando il crocifisso, chiedendo
perdono a tutti; al punto che la cinquantina di persone presenti e lo stesso
boia rimasero scossi.
A conclusione, si riporta alcuni brani dalle tante lettere scritte, in quei tre
anni di tormentata attesa e di felice riscoperta di Dio e dei valori umani e
cristiani.
“Per la prima volta io piango lacrime di gioia, nella certezza che Dio mi ha
perdonato e che ora Cristo vive in me, nella mia sofferenza, nel mio amore. Poi
è venuta la lotta, silenziosamente tragica, tra ciò che sono stato e ciò che
sono divenuto… bisogna che io abbatta, adatti, ricostruisca, e non posso
essere in pace che accettando questa guerra” (A Thomas, 14.5.55).
“A due riprese Dio mi ha detto: ‘Tu ricevi le grazie della tua morte!’.
Dio si è impadronito della mia anima. Un velo si è squarciato, e se
continuassi a vivere, non potrei mai rimanere sulle vette che ho raggiunto. È
meglio che io muoia” (All’avvocato, che tenta di fargli ottenere la grazia).
“Una cosa sola conta agli occhi del Signore, salvare le anime!… La vita è
un cammino stretto che fa capo a una porta piccola che si apre sulla vita vera.
Per passare, bisogna prima lasciarsi crocifiggere sulla croce che sbarra
l’entrata. Se la sofferenza e la paura ti fanno indietreggiare, non entrerai..
Ma con la prova viene la fede e con la fede i doni, non sono distribuiti
grettamente, bensì a profusione.. E questa morte è nient’altro che dona la
vita…” (Alla suocera, 3/8/57).
“Quando Cristo dirige un’anima, è a Maria che in primo luogo la indirizza.
Ma chi potrebbe crederlo, se non gli è stato dato dall’alto?… Gesù mi
manda da sua Madre, ed è lei che ha in mano la mia salvezza. Nessuna preghiera
mi apporta maggior consolazione delle ‘Ave Maria’ e della ‘Salve Regina’,
prego ogni giorno per te, bambina mia Veronique, che ti colmi di grazie e ti
prenda sotto la sua protezione” (‘Giornale intimo’, 4, 9.8.1957).
“Mi sono unito con tutta l’anima a Pierrette, che ora è mia moglie in
Dio… Reciterò il mio rosario e delle preghiere per i moribondi, poi affiderò
la mia anima a Dio. Buon Gesù, aiutami!… Sono più tranquillo di un momento
fa, perché Gesù mi ha promesso di portarmi subito in paradiso…Non sono solo,
ma il Padre mio è con me. Solo più cinque ore da vivere! Fra cinque ore vedrò
Gesù!..
La pace è svanita per dar posto all’angoscia! È orribile! Ho il cuore che
salta nel petto. Santa Vergine, abbi pietà di me! Addio a tutti e che il
Signore vi benedica” (‘Giornale intimo’, 30/9/57).
Kelly Clarkson - Because of you
( come evitare una separazione!!! )
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