Risolviamo di tacere
se vogliamo il ciel godere:
che chi vuole assai parlare,
molto spesso suol fallare.
Queste bocche son le porte
per le quali entra la morte;
e quell’alme son beate
che le san tener serrate.
Queste lingue sono strali
che ferite fan mortali
dentro l’anima meschina
che le adopra in sua rovina.
Il silenzio custodisce
le virtudi e le abbellisce;
e chi l’alma ben di cuore,
si compone e dentro e fuore.
Come il forno ben serrato
dura assai sempre infuocato,
ma se si apre intiepidisce,
e il calor presto finisce:
così l’alma vagabonda
che di ciarle sempre abbonda
sarà fredda nell’inverno
come il ghiaccio in mezzo al verno.
Chiunque vuol l’eterna pace
mai non deve esser loquace
perché sol col tacere
puossi questa possedere.
Se l’amor di Dio cerchiamo,
non bisogna che ciarliamo;
che il ciarlar lo manda via,
né lo soffre in compagnia.
L’umiltà nemmen può stare
con il molto ciarlare;
ché superbia mostra assai
chi non tace o poco o mai.
Chi assai tien la bocca aperta
dee tener per cosa certa
di finir col mandar fuore
ogni senso di fervore.
L’orazion che tanto importa
sarà sempre o fredda o morta
se non ha per guardia e rocca
la custodia della bocca.
A dir tutto, ogni virtude
l’alma presto in sé racchiude
se la porta tien serrata
d’onde i vizi fan l’entrata.
Per la lingua mostra il cuore
bene spesso odio e rancore,
dalla lingua vien la guerra
che di mal empie la terra.
Facciam dunque, o Suore care,
a chi può meno parlare
con la lingua, ma col cuore
parliam col Signore.
Se il cuor non si rileva
dal tenor della loquela
far vi dee grande attenzione
chiunque aspira a perfezione.
Anzi tutto, pensi bene
se il parlar a lui conviene;
né mai apra la sua bocca
che per dir quel che gli tocca.
Pensi poi quel che egli sia,
e chi ha seco in compagnia;
ché parlando, è da imprudente
lo scordar chi è presente.
Terzo, deve anche pensare
s’egli è tempo di parlare;
ché, se un altro parla ancora
di parlar non è ancor l’ora.
Né si chiama ben creato
chi risponde non chiamato:
anzi sempre hai da tacere
finché è chiesto il tuo parere.
Quarto, cerca nel parlare
la tua voce di abbassare,
e ti sia il parlar forte
più penoso della morte.
Quinto, il volto sia sereno,
e il parlar d’amor sia pieno:
né mostrarti mai turbato
se a risponder sei chiamato.
Nel parlare dell’assente
tel figura ognor presente;
e se in nulla il puoi lodare,
di lui lascia di parlare.
Parla poi con gran chiarezza
senza aggiunger, né levare,
e ancor meno equivocare.
Finalmente è assai dannoso
il parlar ridicoloso;
ché la burla non conviene
a chi cerca viver bene.
Nel parlar sempre ti reggi,
con quest’otto savie leggi,
se pur vuoi che ogni tuo detto
mai non abbia alcun difetto.
(antico canto familiare per monache)
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