Don Puglisi  - familiarmente conosciuto come  3P

 


 

" Ho sognato un posto dove erano spariti i furti, dove non c'erano più violenze, prepotenze"  

 

 

" Se ognuno di noi fa qualcosa, insieme possiamo molto"

 

 

" Mio padre dice che la gente qua è divisa in due: quelli che camminano a testa bassa e gli uomini d'onore che camminano a testa alta" - "Allora diciamo che io sono venuto qua per aiutare la gente perbene a camminare a testa alta!"

 

 

Una società basata sulla legge e sull'amore. Un sogno stroncato con la violenza. Ma perchè la mafia è arrivata a uccidere un Sacerdote contravvenendo a una sua regola?....

 

Download : Presentazione del film "Alla Luce del sole" su Don Pino Puglisi - 843 KB

 

 

Profilo su Padre Pino Puglisi - Introduzione

Tratto da  3P Padre Pino Puglisi

"Coraggioso testimone del Vangelo" l'ha definito Giovanni Paolo II durante la visita in Sicilia, a Catania e a Siracusa, del novembre 1994.
E per la diocesi di Palermo padre Pino Puglisi - sette anni dopo il delitto (15 settembre 1993) - è oggi certamente uno dei punti di riferimento per chi voglia ricostruire un percorso di vita esemplare come carisma profetico e feconde capacità educative.
I testimoni, inoltre, in greco antico sono i "màrtyres" e l'offerta della vita, il martirio, sanciscono nella storia terrena di padre Pino l'incarnazione fino in fondo dei valori cristiani in una realtà come quella di Brancaccio, simbolo delle tante periferie siciliane dove la voce della Chiesa è spesso l'unica a confortare e promuovere il riscatto degli ultimi, con il coraggio della denuncia.
Per questo il giorno della morte di padre Puglisi in quanto momento non di sconfitta ma dell'incontro con il Cristo-vita è diventato a Palermo il giorno dell'apertura dell'anno diocesano, attimo simbolico del "kayròs", il tempo della liberazione e della salvezza.
Padre Pino si sentiva nell'intimo della propria fibra spirituale di sacerdote persona "consacrata", sacramentalmente configurata a Cristo pastore della Chiesa.
E dall'amore di Dio promanava l'ansia di verità e di giustizia sociale che lo ha reso insopportabile agli occhi dei boss mafiosi a Palermo, così come - lo leggiamo nel Vangelo - l'azione del giusto è un peso insostenibile per lo sguardo del peccatore. "3P", come amava farsi chiamare, ha saputo costruirsi questa valenza profetica attraverso pilastri senza tempo: questi sono la Fede viva e coltivata nella meditazione della Parola e nell'aggiornamento teologico, la preghiera personale e liturgica, la quotidiana celebrazione dell'Eucarestia, la frequenza del sacramento della Penitenza.
E tutto questo nella dimensione di una vita poverissima: "La benzina è il mio pane", ci diceva. Il pane poteva mancare alla sua umile mensa, ma non il carburante per l'utilitaria, in modo da essere sempre pronto ad accorrere dove una telefonata o un presentimento rendeva necessaria la sua parola.
In questo articolo cercherò di rievocare chi era padre Pino, analizzando in particolar modo il suo metodo pedagogico, che ho potuto sperimentare in prima persona.
Al liceo Vittorio Emanuele II "3P" è stato l'insegnante di religione mio e della compagna di classe che ora è mia moglie. Ci ha accompagnato nel nostro cammino di fede e ha benedetto il nostro matrimonio. Quando è diventato parroco di Brancaccio, nell'ottobre del '90, l'abbiamo raggiunto e ci siamo impegnati con lui nel quartiere. Dalle vicende biografiche passerò al metodo e infine tenterò di delineare cosa stava facendo padre Puglisi a Brancaccio e il movente dell'omicidio.

Francesco Deliziosi
fdeliziosi@gds.it

 

3P e la Chiesa

Il metodo

La pastorale vocazionale

Un nuovo modello di prete
e di parrocchia

 

I ragazzi di Puglisi

Viaggio al Brancaccio, nel centro sociale "Padre Nostro", tra i giovani che erano al suo fianco e tra quelli che hanno raccolto la sua eredità, continuandone l’opera.

Un buffetto sulla guancia, dieci anni fa, è il ricordo più forte di Ivana legato a padre Pino Puglisi: «Eravamo in un centro di riabilitazione, noi assistenti sociali stavamo in mezzo a tanti ragazzi disabili. C’era libertà e semplicità d’animo. Lui, don Pino, pronunciava frasi che mi toccavano il cuore. A un certo punto mi misi a piangere. Padre Puglisi mi notò in mezzo a tutti, si avvicinò e mi toccò la guancia: un contatto, un gesto di attenzione che non dimenticherò mai più».

In quel buffetto, in quella tenerezza, c’è tutto don Puglisi, il sacerdote assassinato dalla mafia il 15 settembre di dieci anni fa, la sera del suo 56° compleanno. Padre Pino Puglisi era così: sempre impegnato ma sempre disponibile, ovunque in grado di leggere nelle profondità degli animi.

Ivana Mannone oggi ha 30 anni e lavora a tempo pieno nel centro "Padre Nostro". Ci guida tra le stanze della palazzina, il faro di Brancaccio, tra cartelle piene di progetti addensate tra gli scaffali. Mostra orgogliosa la biblioteca: Le avventure di Tom Sawyer e L’isola del tesoro per fantasticare, fiabe per sognare, le salette del doposcuola e dei corsi per diploma, il cucinino che distribuisce cento pasti al giorno, il piccolo patio in tufo con il forno, «per insegnare ai bambini che il seme, da spiga, diventa pane», affacciato su un giardino di ulivi e limoni. In questa che è forse l’unica macchia verde di Brancaccio, la borgata di Palermo alle falde del Monte Grifone, ex regno del boss Michele Greco, tutta falansteri di cemento, Puglisi passeggiava e pregava coi ragazzi, verso sera.

Quel giardino è stato il suo Getsemani, qui pregò anche poche ore prima della sua morte, quando i killer di Cosa nostra lo ammazzarono sotto casa, in piazza Anita Garibaldi, e gli rubarono la marca da bollo della patente.

Ivana è uno di quei giovani che ha tenuta alta la bandiera del centro, che ha fatto diventare pane il seme di quel piccolo prete. Come Mimmo De Lisi, anch’egli assistente sociale: conobbe quel piccolo prete coraggioso quando aveva 16 anni. L’incontro avvenne in chiesa, o meglio nello scantinato adibito a chiesa. Don Puglisi non era tipo da scoraggiarsi: unneghié armava missa, ovunque celebrava messa, si diceva di lui. Su un masso di montagna, in un prato o sulla riva di una spiaggia. Figuriamoci se si fermava davanti a uno scantinato.


In quel garage semibuio (oggi auditorium "Giuseppe Di Matteo") don Puglisi diceva messa, aiutava a preparare gli striscioni dei cortei antimafia («Brancaccio dice sì alla vita e no alla mafia», e «Il voto di scambio uccide le coscienze»), organizzava recite per i ragazzi, promuoveva dibattiti, invitava i mafiosi a redimersi, richiamava i politici locali, che alle recite sedevano in prima fila, alle loro responsabilità, accusandoli senza pudori («ma non vi vergognate di stare qui e non fare niente per Brancaccio...»). È così che pronunciò la sua condanna a morte. «Quel prete rompeva le scatole», disse al processo uno dei picciotti incaricati dell’esecuzione.

«Mi accolse con ancora addosso i paramenti sacri e un sorriso», ricorda Matteo. Lo stesso sorriso che rivolse al suo assassino, Salvatore Grigoli, quella sera del 15 settembre 1993. Palermo e la Chiesa siciliana si preparano a celebrare la figura di questo sacerdote-martire, ormai legato a Falcone e Borsellino. Tre nomi simbolo della legalità, di una stagione di sconfitte ma anche della riscossa della società civile palermitana.

«Quando padre Pino morì ci fu un senso di smarrimento», ricorda Mimmo, «quel sacerdote aveva fatto nascere nel quartiere un’attenzione verso gli ultimi che non c’era mai stata. Molti palermitani nemmeno sapevano che Brancaccio faceva parte di Palermo. Al Brancaccio non c’era niente. Dallo scantinato prendevamo le porte del campo di calcio, le portavamo alla scuola elementare "Francesco Orestano" e al termine della partita le riportavamo nello scantinato per non farcele rubare».

«La prima cosa che ti colpiva», aggiunge Anna Federico, segretaria del centro, «era il via vai di gente: entravi, e venivi travolta da una furia di bambini che uscivano, tra uomini e donne di ogni età che andavano e venivano. Ma era una confusione voluta da padre Puglisi, che infatti non era mai confuso. Noi abbiamo cercato di conservare quest’anima, specie con i bambini».

Don Puglisi diceva che con i bambini si può lasciare un segno, puoi strapparli al loro destino di picciotti di Cosa nostra. «Dopo la sua morte», ricorda Mimmo, «molti operatori se ne andarono, ci fu un senso di smarrimento e di paura». Ma il seme continuava a germogliare. Altri arrivarono. Come Maurizio Artale, 40 anni, un magistero in scienze religiose, nominato pochi giorni dopo l’assassinio responsabile del centro dal nuovo parroco Mario Golesano.

«All’inizio fu dura, ci ritrovammo in pochi. Poi ricominciammo, anche attraverso il dialogo con le istituzioni, nello spirito di Puglisi. Partimmo con il doposcuola, poi arrivarono le colonie estive: ne abbiamo fatte 18 in dieci anni». Al Brancaccio in dieci anni qualcosa è cambiato: oggi c’è una palestra, una scuola media, una biblioteca.

«Ma resta molto da fare», conclude Artale. «Qui sono venuti tutti i politici, miliardi di promesse, ma sul quartiere non c’è ancora un progetto: un campo di calcetto, un auditorium, un centro di assistenza. Ci hanno donato un palazzo che vorremmo attrezzare a ricovero, ma i beni culturali hanno bloccato tutto. Chissà se usano lo stesso zelo con le palazzine abusive dei mafiosi»

 

Francesco Anfossi

n. 37 del 14 settembre 2003

Viaggio intorno al set

Tratto dal sito: http://www.allalucedelsole.it/index.htm 

 

 

 

 

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