VITA DI MADRE PROVVIDENZA

(dettata da Lei - 5ª puntata)

 

A forza di insistere presso il mio Padre Spirituale, riuscii a convincerLo di lasciarmi andare nel Carmelo di clausura.

            La «Storia di un’anima» di S. Teresina del Bambin Gesù mi faceva pensare che anche lei voleva essere Sacerdote, ma non potendo esserlo perché non era uomo e quindi non poteva svolgere il ministero come Sacerdote, l’avrebbe svolto come ostia d’amore.

            Morivo dal desiderio d’essere un’ostia anch’io nella clausura di una cella. Intanto il mio Padre Spirituale mi faceva esercitare duramente il voto di obbedienza emesso nelle sue mani, provandomi e riprovandomi con molta severità, facendo morire la mia superbia. Questo mi faceva innamorare sempre di più del nulla, della morte interiore e della rinuncia a tutte le cose anche più belle che mi davano soddisfazione. Amavo davvero il mio Gesù e mi sforzavo di imitarlo vivendo con perfezione i miei voti e amando la croce anche la più dolorosa.

            Una sera mi chiamò in sacrestia e mi disse: «Lo sai almeno che, se ti fai Monaca, ti taglieranno i capelli, ti vestiranno di sacco, non ti lasceranno più scrivere dove vuoi e quanto vuoi?». Io risposi: «Che gioia! Mi lascia proprio andare allora? E poi mi flagelleranno anche a sangue?». Allora un po’ seccato mi disse: «Non desiderare queste cose! Tu hai bisogno di flagellare la tua volontà non il tuo corpo». Quando parlava così mi faceva tremare. Le mie compagne mi dicevano sempre che ero sciocca ad andare da un Prete dallo sguardo così duro.

            Una volta portai a confessarsi da Lui una mia compagna: feci fiasco, perché dovetti portarla subito da un altro, avendola lui presa con molta durezza. Era giovane il mio Padre Spirituale, ma chiaro nelle sue decisioni. Diceva sempre: «E’ così. Dio vuole così». Quindi bisognava tacere e obbedire, altrimenti erano guai. Mi trattava tanto male, e  spesse volte mi faceva piangere. Ma sentivo che l’anima mia si purificava e brillava d’amore. La mia obbedienza verso di lui era cieca e pronta. Posso dire che lavorò la mia anima usando il piccone.

            Ecco che vado a bussare al Carmelo di Savona. Quella gradinata lunga fu un colloquio con il mio amato Gesù. Mi sembrava di salire i gradini del Paradiso, tanto grande era la mia sete di volare nel silenzio. Giunta in quel pezzo di cielo, bussai alla porta, ed ecco che una Monaca mi rispose dall’altra parte della grata. Mi sembrava davvero che quella voce uscisse da una tomba. Quanto avrei voluto fare un salto per entrare lì dentro!

            Trovandomi a colloquio con quella Monaca Carmelitana, che si vedeva appena appena dietro la grata con il volto coperto da un velo: «Voglio venire con voi», fu il mio spontaneo grido. La Carmelitana mi fece diverse domande, e quando mi chiese se avevo salute, fui costretta a rispondere che ero molto sofferente. Siccome vide che portavo gli occhiali, mi chiese quanto vedevo. Le risposi che vedevo solo da un occhio, e che non potevo nemmeno forzarlo perché era un po’  miope. Mi chiese pure che tipo di dolori avessi. Siccome il mio Padre Spirituale mi raccomandò di dire sempre tutta la verità, fui costretta a raccontare che sentivo dolori in varie parti del corpo, e che i medici non sapevano come curarmi, perché non riuscivano a mettersi d’accordo nelle diagnosi.

            Mi chiese se avevo avuto febbri. Risposi che nella mia vita non ebbi mai febbre. Allora la Monaca mi disse che le mie malattie erano davvero misteriose, come quelle  di una che si trovava lì dentro: «E’ una santa Monaca che ci è di grande esempio, ma non può guadagnarsi il pane con il lavoro, perché è molto sofferente, e noi siamo povere. Cara signorina, non è questa la sua vocazione: si farà santa nel mondo».

            Assai addolorata ritornai dal mio Padre Spirituale, il quale mi suggerì di ritornarvi con un suo biglietto, e di chiedere di essere accettata non come corista, perché non avrei potuto leggere il libro delle preghiere, ma almeno come conversa per i lavori della casa e dei campi. E così feci, ma non ci fu nulla da fare, poiché la Monaca tornò a dirmi che necessitava la salute. Me ne tornai da quella gradinata passo passo, guardando il verde della natura che si mescolava con l’azzurro del cielo.

            «Dio mio dove sarà la Tua volontà?». Non riuscii ad arrivare neanche sino in fondo, perché vicino ad un muro scoppiai in un dirotto pianto: «Mio Dio mi chiami, ma perché mi chiami e non mi dai ciò che sento necessario per me?».

            Ritornai  dal mio Padre Spirituale, il quale, sentendo l’ulteriore risposta mi disse: «Io non ti vedo vestita da Monaca. Questo è un segno di Dio. Hai capito? Zuccona!». Ma io non ne potevo più. Il mondo mi stancava. Sentivo il bisogno di contemplazione e di silenzio. Il mondo mi distraeva dal gustare la pace del silenzio, anche se non mi distoglieva dall’unione con Dio. Infatti tutto per me era mezzo di profonde meditazioni, come fu fin dalla mia prima infanzia.

            Nelle bellezze del creato trovavo l’Amore. Tutto mi parlava d’Amore. Anche l’uomo con le sue profonde ingratitudini mi parlava dell’Amore del Creatore, il quale con tanta pazienza l’attendeva, lo sopportava, lo guardava con senso di paterno amore. L’uomo è frutto dell’Amore. Tutto il creato, soggetto all’uomo, è venuto dall’Amore, e nell’Amore tutto si rinnovella, si trasforma, si riproduce, si procrea.

           Quando incontravo una Suora mi sentivo scuotere interiormente, e allora le chiedevo: «Di che Ordine è lei? Che attività svolge? Anch’io vorrei farmi Suora...». Ma ahimè, non trovavo mai un Convento che rispondesse alla mia vocazione: vocazione grande, vocazione sacerdotale, per comunicare Cristo alle anime con l’oblazione, la gioia, la grazia, il sorriso, per dirigere le anime. Anche se il mio Padre Spirituale non voleva che io mi facessi Suora, tuttavia un giorno, stanca di sentire questa voce che mi chiamava a vita di maggior perfezione, vedendo le Suore della Misericordia decisi di andare con loro. Infatti una di quelle Suore mi chiese se volevo farmi Suora. Io risposi di sì, ma le dissi che il mio Padre Spirituale era duro con me, ed io avendo verso di lui il voto di obbedienza, dovevo fare la sua volontà, e non la mia. Allora la Suora mi disse che non era necessaria l’obbedienza al mio Padre Spirituale, se io sentivo la vocazione. Io, accecata da quella voce che mi chiamava a vita superiore, accettai la proposta della Suora e mi accordai con lei per un incontro con la  sua Madre Generale. Doveva avvenire il giorno dopo alle ore 8,30 di mattina. Presentai le dimissioni all’Istituto e feci la valigia per poter finalmente entrare in un luogo di riposo spirituale. Ma giunta che fui alla casa del mio Padre Spirituale, non potei continuare il cammino. Mi colpì un forte rimorso di coscienza che mi diceva: «Tu disobbedisci, perciò sei fuori strada». Chiesi alla Suora, che era venuta a prendermi, di entrar a salutarLo. Lei non voleva concedermelo, ma io entrai ugualmente. Per fortuna che Lo trovai, così Gli dissi: «Padre, me ne vado in convento dalle Suore della Misericordia, perché non ne posso più». Lui mi diede uno sguardo duro e penetrante, e mi rispose: «Fai pure quello che vuoi, ma non ritornare più da me. Io non ti vedo vestita da Suora. Dio non lo vuole». Mi ricordo che depositai sull’istante la valigia e gli dissi: «Mi perdoni, Padre, ho sbagliato. Tornerò alla mia colonia».

            Quel colpo di testa mi costò caro, perché per parecchio tempo mi chiamò zuccona e disobbediente. Che ricordi dolorosi, che tracce di sangue lasciai in quella terra ligure! Comunque in seguito il mio Padre Spirituale mi disse: «Conosco un Istituto secolare: le Piccole Apostole della Carità. Sono Suore vestite in borghese e si occupano degli handicappati, dei disabili: penso che potrebbe andare bene per te». Io, invece, sentivo dentro di me una ribellione, e già prima di iniziare capii che non avrebbe affatto risposto alla mia vocazione. Infatti io volevo chiudermi dentro quattro mura, e non dedicarmi all’assistenza o all’insegnamento. Ma per obbedienza accettai, e mi recai presso quell’Istituto accompagnata da lui stesso. Ricordo le mie prime impressioni: un cancello, un grande giardino fatto a collinetta, una salita composta di gradini seminterrati, una villa con un soggiorno bellissimo a veranda e un caminetto. Mi sembrava d’esser entrata in un castello delle fiabe. «Vuoi restare con noi?», mi chiesero subito le quattro Suore. «Vedremo quale sarà la volontà di Dio», risposi. «Qual è la tua vocazione?». «Farmi santa, come e dove Dio vuole».

            A piano terra c’era la cappella. Io sognavo sempre di entrare lì a parlare con Gesù per raccontarGli i bisogni degli uomini cattivi che Lo facevano tanto soffrire, e naturalmente anche di me. Ogni imperfezione capivo che feriva l’Amore del mio Gesù, il quale diventava sempre di più vita della mia vita. Dio mi attraeva nella solitudine, e capivo che desiderava tanto la mia compagnia e il mio amore. Quella cappella, dallo stile moderno, era tanto accogliente. Le Suore incominciarono a farmi partecipe della loro vita. Al mattino ascoltavo la S. Messa con loro, e recitavo l’Ufficio in latino. Mi piaceva assai. Di giorno le aiutavo a fare i mestieri nelle stanze, le pulizie, aiutavo i bambini nell’educazione scolastica, morale, civile e religiosa, e andavo a passeggio con loro. Tutto cercavo di fare con vero amore.

            Certo, soffrivo assai. Prima di tutto perché il Signore non mi chiamava per la vita solo attiva. Ogni tanto infatti io sentivo forte il bisogno di ritirarmi a pregare, a contemplare, e soffrivo molto perché l’attività mi teneva occupatissima. Ma ahimè, mi davano sempre il compito di pulire delle vetrate che erano altissime. Io che vedevo poco facevo tanta fatica anche perché ero molto sofferente. Penso che il motivo si dovesse attribuire a certe offerte e voti che avevo fatto, ma soprattutto alla Divina Volontà, che mi tenne sempre sottoposta all’umiltà, e alla sofferenza anche fisica ed incompresa. Mi sforzavo però molto, e amavo di fare tutto con la maggior perfezione possibile.

            Ricordo che una volta la Superiora mi mandò a tagliare i biancospini, e scherzando mi disse: «Attenta a non perdere le forbici». Andai in mezzo ai cespugli tutta felice. Era un giorno pieno di sole. E da quell’altura si vedeva l’azzurro del mare. Che gioie di cielo provavo in quel boschetto solitario! La solitudine mi parlava di Dio. Ma che cosa successe? In mezzo a quei cespugli, alla prima forbiciata che diedi mi si ruppero le forbici, e la vite che le univa si perse. Quanta pazienza dovetti usare nel cercar tra i rovi quella vite.

            In ogni prova piccola o grande mi era sempre presente la figura di S. Teresina, e la invocavo come una cara sorellina. Cercai per ben due ore, e anche se avevo le mani tutte sanguinanti la trovai, ed ebbi la gioia di raccogliere un bel mazzo di biancospino. Quando tornai dalla Superiora con le mani così conciate, le forbici rotte ed il biancospino, mi disse: «L’obbedienza fa miracoli»

            Mi innamoravo sempre di più dell’obbedienza, anche se ogni giorno capivo sempre meglio che la mia vocazione era di vivere in clausura. Le notti le trascorrevo a pregare e a scrivere. Lì ero stata mandata dal mio Padre Spirituale solo a titolo di prova, per studiare meglio la mia vocazione. Così mi assicurò un giorno quando mi disse: «Sappi che, se non ti piace, io sono pronto a dirti che questa non è la volontà di Dio». Mi sembra d’aver resistito un paio di mesi, ma poi dovetti cedere.

            Il bisogno d’affetto che avevano quelle creature che mi chiamavano mamma, mi inteneriva l’anima, ma Dio mi voleva per chi era lontano spiritualmente da lui, affinché io l’avvicinassi alla Sua Grazia. Ricevere da Dio la Sua vita per comunicarla ai fratelli era una cosa che avevo sempre desiderato. Un giorno venne nella mia cameretta una di quelle Suore e vide che scrivevo. Allora mi disse: «Ma io non capisco come mai tu non te la senta di restare qui, con le cose belle che scrivi». «Sorella, Dio mi chiama per un’altra strada». Ed infatti lasciai quell’Istituto contenta d’aver fatto un’esperienza. Quanti ricordi di quella terra!

            Intanto al mio paese  era già corsa la voce che io mi facevo religiosa, e le mie amiche mi chiedevano in che Ordine sarei entrata. Io invece non sapevo nulla. Tenevo dentro di me il grido del mio Gesù che accorato mi diceva: «Vieni e seguimi: ti voglio tutta per Me».

            «Ma dove mi voleva Dio?». Questo era il mio tormento quotidiano: «Dio mio, dov’è la Tua volontà?».

            Ecco arrivare le nozze d’oro dei miei Genitori.

Ricordo quel mattino del 3 maggio 1953. I miei Genitori non sapevano nulla, allorché venne il Corpo Musicale del paese a suonare fuori dalla porta di casa. Papà s’affacciò e scoppiò a piangere. Ci fu una meravigliosa cerimonia in chiesa: era di domenica. Quanta commozione in tutte le persone quella mattina! Le case erano parate a festa. Grande ammirazione suscitò il corteo dei fratelli, dei nipoti e pronipoti, il pranzo, i confetti colorati d’oro, ecc.

            Ma nel mio cuore c’era sempre quella voce che mi chiamava a lasciar tutto e tutti per il Tutto. Trascorsi alcuni mesi a casa, facendo un po’  di doposcuola ai ragazzi.

            Il 22 febbraio 1954 feci i miei voti privati di povertà, castità, obbedienza e vittima con il permesso del mio Padre Spirituale, che poi rinnovai perpetui nelle sue mani sul confessionale l’8 settembre 1956.

            Ogni tanto ritornavo a  Varazze per qualche giorno, soprattutto per incontrarmi con il mio Padre Spirituale, attraverso il quale conoscevo la volontà di Dio. Ero ospite sempre di qualche Colonia. Ormai a Varazze ero molto conosciuta. Le passeggiate con i miei ragazzi sul lungomare erano interrotte sovente dal saluto di quegli abitanti, o da qualche Sacerdote o Suora del luogo.

 

Poi, quando la colonia «Villa Aurora», venne riaperta da un Direttore secolare, un Professore tanto pio e religioso, io chiesi di essere accettata in qualità di Assistente. Ciò avvenne con mia grande soddisfazione. Dopo pochi giorni il Professore mi scelse come Responsabile della Colonia. Le Assistenti mi volevano tanto bene.

            Comandare non mi piaceva affatto, ma al pensiero di poter occupare un posto in cui avrei potuto riformare il  regolamento dell’Istituto, trovai la forza di accettare. Lì avevo anch’io la mia squadra di ragazzi, oltre alla direzione. Accettai tutto in spirito di sacrificio e di amore. Quel lavoro era veramente difficile, e la responsabilità pesava tutta su di me. Ma la gioia di poter impostare l’andamento della Colonia a modo mio, mi dava animo e coraggio.

            La prima cosa che feci fu di scrivere un nuovo regolamento generale ed individuale. Scrissi le qualità che avrebbe dovuto possedere un’Assistente per essere idonea a tale compito. Stabilii una buona disciplina per   l’educazione morale, civile e religiosa; ma anche per i giochi, per lo sport, e per gli esercizi ginnici. Esigevo che  l’Assistente curasse non solo se stessa, ma procurasse di seguire con cura la propria squadra. Le Assistenti mi facevano le loro più intime confidenze, e così, mediante la simpatia d’ognuna di esse, potevo far tanto del bene nel mio lavoro missionario.

            Quanto era bello quando alla sera salivo su di un tavolone in cortile, e col fischietto radunavo le squadre per le ultime preghiere e l’esame di coscienza.

            Siccome la Colonia era dedicata a Maria Ausiliatrice, cantavo con loro una bella canzoncina alla Madonna, proprio come chiusura della giornata, poi iniziava il silenzio. Passando per tutti i dormitori suggerivo ad ogni Assistente un particolare pensiero di meditazione, e così pure ad ogni bambino. Presentavo quindi il Crocifisso per il bacio della notte.

            E la ginnastica? I bagni? Che bello saltare e nuotare; anche quello era servire il Signore. Posso dire che nella mia vita nulla mi ha mai  allontanato dall’unione con Dio. Dio è Amore, e tutto quanto si fa per amore sta nell’Amore, e fa parte dell’intima unione con Dio.

            Ancora porto al collo il ricordo di quei ragazzi: una catenella d’oro con una medaglia pure d’oro, raffigurante il volto di Maria SS.ma Addolorata.

            In me c’è sempre stato  molto umorismo, e di questo mi servivo per attirare la simpatia delle anime, e poi condurle a Dio come meglio potevo. Questo però mi era più facile quando ero semplice Assistente, perché non avevo un’autorità che mi impegnava, non già ad essere dura, ma dolcemente severa. Quante belle risate ho fatto con le mie amiche! I catini di acqua messi nel letto delle compagne, i lumini, i tranelli sulla sabbia, gli appuntamenti con i giovani sciocchi che mi invitavano a ballare, e che non mantenevo. Tutto però aveva un punto di riferimento per giungere ad una conclusione spirituale educativa. Infatti dicevo: «Ma tu, che sei un giovane così bello, così intelligente, puoi esser capace di tali cose?». E così si giungeva ad ottenere un miglioramento, o un cambiamento totale dell’anima.

            Ricordo un pomeriggio d’agosto, quando uscii per  una passeggiata, e mi trovai su di un autobus. Avevo di fronte a me un giovane sulla trentina. Capii che gli piacevo dal modo con cui mi guardava. Ed eccolo ad intavolare con me un discorso: «E’ sola? Lei è una signorina di Villa Aurora? Se non mi sbaglio è la Direttrice. Vorrebbe far quattro passi con me? Posso offrirle qualcosa? Venga stasera a ballare con me...». «Sì, che ci vengo, però col patto che lei viene prima con me». Lui accettò. Lo accompagnai in una chiesa e lo invitai a recitare il S. Rosario. Non sapeva l’Ave Maria, ma ripetendola con me la imparò. Poi, terminato il Rosario lui mi disse: «E allora?». «Caro fratello, una persona intelligente e colta come lei vorrebbe perdersi in cose sì frivole?». E lui, toccato dalla Grazia di Dio, mi rispose: «Grazie, signorina! Se tutte le donne fossero come lei, io non sarei quel povero uomo che sono. Ma ora le prometto che cambierò vita». Casi di tal genere potrei descriverne molti, ma tutti più o meno si assomigliano.

            Eccone un altro simile. Mentre andavo alla nostra spiaggia con tutte le squadre,  scorgo a distanza un gruppo di giovanotti vicini ad una donna  in costume che aveva atteggiamenti poco buoni. Quella figura mi costrinse a fermare le squadre e a correrle vicino per intimarle di allontanarsi. Ma ahimè, quella si scaraventò come un fulmine contro di me dicendomi: «Crede lei che io debba stare alla spiaggia vestita?». «Signora, la prego di andarsene, perché altrimenti chiamo i Carabinieri. Questa è una spiaggia privata». Batti e ribatti, la signora s’inquietò. Io allora le dissi: «Non posso sopportare tale scandalo».  E quella soggiunse: «Se sono mezza nuda è perché sono bella». «Ah sì! Invece mi sembra un rospo». A questa mia espressione, forse un po’ troppo materiale, uscita quasi impulsivamente, quei giovanotti, che le facevano la corte, scoppiarono in una forte risata e mi dissero: «Brava signorina, brava! Fa bene a dirle così». La signora, sentitasi presa in giro dai quei corteggiatori, si vestì, e tutta furibonda se ne andò in fretta.

            Nonostante la mia ardente vocazione di salvare le anime, di essere madre di anime, capivo che la volontà di Dio era che io tornassi ad assistere i miei cari Genitori, che ogni tanto stavano poco bene, data l’età avanzata.

Mi piangeva il cuore, abbandonare quel campo di missione, perché anche se non rispondeva alla pienezza della mia vocazione, la realizzavo almeno in parte: avevo  infatti la possibilità di lavorare in un  vero campo missionario. Provavo gran dispiacere anche nell’abbandonare quel panorama incantevole ligure, che per me era un mezzo per trarne profonde meditazioni. Che meraviglioso spettacolo il mare che si alternava all’azzurro del cielo!  Tante gioie provai, seduta sulla spiaggia, in contemplazione, quando scrivevo le mie poesie.

 

 

Ed eccomi nuovamente al mio paese, con tanti ricordi nel cuore. A casa mia mi ritemprai dello spirito di preghiera, cercando di vivere i miei voti, con l’amore e la perfezione più possibili. Continuavo ad avere relazione per lettera con il mio Padre Spirituale di Varazze, Don Rinaldo Podestà, ma lui purtroppo non sempre mi rispondeva, e anche quando mi scriveva, erano già passati dei mesi dalla mia ultima lettera. La sua durezza era così in tutto.

            Ricordo quei suoi forti rimproveri in tutte le piccole cose: cose piccole agli occhi degli uomini, ma grandi a   quelli di Dio. Io sentivo grande il desiderio di un aiuto. Tuttavia non desideravo un Sacerdote per sfogarmi, per trovare conforto nelle mie pene, bensì per soffrire, soffrire sempre di più, per essere provata nelle mie testardaggini di amor proprio, per rinunciare, per morire in tutto tramite l’obbedienza. E’ bello amare Dio così come si presenta nella Sua volontà espressa dal Padre Spirituale.

            Purtroppo la lontananza da lui, mi metteva tante volte nelle condizioni di agir di testa mia, e questo non mi lasciava tranquilla, perché era troppo facile per me. Così Dio volle che un giorno m’incontrassi con un Sacerdote per strada. Sentii subito dentro di me come una voce che mi diceva: «Questo sarà il  tuo nuovo Padre Spirituale. Con lui lavorerai per la salvezza delle anime».

            Caro Gesù, quanto è grande il Tuo Amore! Quanto è imperscrutabile la Tua grandezza! Hai creato l’uomo per Amore, e per Amore lo nutri, lo istruisci come una mamma, lo pialli come il legno in costruzione, lo scalpelli, lo pitturi per farne Tua completa immagine. Perché? Perché vuoi in lui continuare la Tua vita sulla terra: la Tua vita di esempio tessuta nella rinuncia, nell’obbedienza, nei patimenti, nella povertà, nella morte dopo una fecondità di apostolato.

            Nulla si ha se non si dà. Bisogna dare tutto per innestare Dio in tutti, specie in quelli che Lo danno a morte per riaverne la vita. «O Gesù Crocifisso, mio bene, quanto Ti amo! Tu solo hai parole di vita eterna». Esser amati da Dio e aver la possibilità di amarLo, di tessere con Lui una tela di intimità, non è forse cosa assai meravigliosa, per una povera e piccola creatura, immersa in un mondo pieno di creature? Come si fa a non rimanere estasiati di fronte a Dio che si abbassa a cercarsi una creatura per farsela sposa?

            Tra un’infinità di esseri animati, cerca anche me, ansioso, quasi spasimante, e quando la mia superbia mi allontana da Lui, Egli mi rincorre, lascia tutto e tutti per ritrovarmi. Dio mio, che altro di più grande può desiderare l’anima mia se non di possederTi sempre?

            Oh stolta che io sono, perché non oso pensare che il Tuo Cuore, o Dio, batte per me, e dopo la Tua morte ha continuato e continua a battere per me nel tabernacolo del mio cuore? O Dio, Dio mio, muoio di amore per Te! Fammi ricordare le mie colpe, affinché possa riamarTi come desideri, e Ti stringa più fortemente al mio cuore.

            Il mio secondo Padre Spirituale che incontrai a Nembro, un paese vicino al mio, si chiamava Don Italo Sala. Quel Prete dimostrò subito di essere un’anima proprio adatta a guidarmi nei sentieri della Divina Volontà.

            Ho sempre sentito nella mia vita un desiderio immenso di morire alla mia volontà, di fare mai quello che piaceva a me. Andai quindi a confessarmi da lui, e durante la prima confessione mi disse: «Tu sei una ragazza di fede, e perciò sono convinto che vuoi tanto bene a Gesù». Era tanto che non sentivo dirmi cose così belle! Mi si aprì il cuore ad una grande confidenza. L’altro mio Padre Spirituale era duro, forte, e tante volte questa durezza mi faceva paura, e non riuscivo ad esprimermi, e soffrivo assai. Lo obbedivo ciecamente, perché lui non mi permetteva affatto che io esponessi la mia veduta. Mi dava sempre del «lei». Mi trattava con molta distanza, e ad aprirgli il mio cuore mi era quindi difficile. Questo invece mi dava del «tu», e me lo sentii subito come un Padre. Che gioia provai quel mattino! Però non mi sentivo di lasciare subito l’altro Padre Spirituale. Volevo prima rendermi conto se questo nuovo era veramente un bravo Sacerdote, e se aveva il dono per dirigere la mia anima.

            Per tre confessioni fu molto buono con me. Mi parlò tanto dell’Amore di Gesù, del privilegio che Gesù  mi aveva fatto per chiamarmi tutta per Sé. Mi parlò di S. Teresa d’Avila, e della sua anima forte; mi parlò di S. Margherita Maria Alacoque e delle rivelazioni da parte del Cuor di Gesù, poi di S. Gemma Galgani e delle tentazioni avute da parte del demonio, ed infine della mia sorellina carmelitana S. Teresina del Bambin Gesù. Io gli dissi che quest’ultima santa mi piaceva tanto, e che anch’io volevo farmi carmelitana di clausura come lei. Questo gli bastò per cambiare tono con me. Mi disse che lui non mi avrebbe dissuasa, ma che avrebbe dovuto provarmi prima di darmi il suo consenso.

            Intanto io continuavo a tenere ancora la corrispondenza  con il mio primo Padre Spirituale, anche se erano rarissime le sue risposte per lettera. Non avendo la possibilità di entrare nel Carmelo, mi convinsi che Gesù mi voleva nel mondo proprio come visse Lui. Sii benedetta, o Volontà santa del mio Signore, che mi hai messo alla prova per dimostrarmi ed istillare in me il Tuo Amore. La cosa più importante è di compiere fino in fondo la Divina Volontà, nel luogo ove Dio vuole.

            Pregai molto, e capii che veramente il Cuor di Gesù mi voleva figlia di quel mio secondo Padre Spirituale, perché il primo ormai era troppo lontano, e a Savona forse non sarei tornata più, avendo trovato lavoro vicino a casa mia. Infatti fui dapprima chiamata come maestra d’asilo e per il doposcuola delle elementari a Gavarno.

Ero alle dipendenze di un bravo Sacerdote. L’asilo fu per me una nuova esperienza. Seduta in un grande cortile, vicino ad una valle, guardavo una folta pineta e sognavo il mio Carmelo. I cari angioletti si arrampicavano sulle mie ginocchia e persino sulle spalle. Lì cantavo loro le nenie di Gesù Bambino, giocavo a girotondo, li portavo in chiesa a salutare Gesù, insegnavo loro a parlare a Gesù e a sceglierseLo come l’Amico più caro.

            Cantavo con loro guardando la bellezza delle loro anime, che erano profumate e linde come quella di Gesù. Mi piaceva tanto, anche se erano pesanti quelle giornate con quaranta piccoli da educare, e da aiutare in tanti modi. C’era una donna che avrebbe dovuto aiutarmi nelle cose materiali, ma aveva un carattere poco socievole, e soprattutto avevo notato che non era sincera. Soffrii assai.

            Quei bambini li presi che erano abituati con una educatrice che non conosceva affatto la psicologia, e li comandava con il bastone. Poverina! Non era molto intelligente, per cui educava quei piccoli più con la forza e facendo loro paura, piuttosto che con l’amore. Certo che di fatica ne ho fatta tanta, e quando sono riuscita ad industriarmi con del materiale costruito da me, e a formare un vero gruppo di bambini veramente educati, ecco insorgere una gelosia tremenda da parte di una persona a me vicina, che buttò infamia su di me, e fui così costretta innocentemente a lasciare il lavoro. Si vede che il Signore voleva così.

            Quando dovevo abbandonare un lavoro io mi chiedevo sempre: «Dove mi vorrà ora il Signore?». Mi confortava  comunque il pensiero che ero diretta dall’obbedienza, e che perciò non avrei mai sbagliato. Una delle mie  gioie più grandi fu anche di essere stata di valido aiuto nella mia Parrocchia.

            Nel frattempo fui richiesta come Assistente in una Colonia Elioterapica a Nembro. Lavorare in quella Colonia mi piaceva assai. Era un lavoro che si svolgeva solo durante il giorno, perché i bambini alla sera tornavano alle loro case e così pure io. Mi fu data una squadra di ragazzi, e alla sera li portavo in Chiesa. Al sabato poi li preparavo alla Santa Confessione.   

            Il lavoro in quella  Colonia durò purtroppo solo qualche mese. La permanenza tra i ragazzi mi diede la possibilità di suscitare in alcuni di loro la vocazione al Sacerdozio. Infatti più tardi dei giovanotti mi dissero: «Io ho imparato a pregare con lei. La vocazione m’è venuta nel vedere come pregava lei». Quello che si semina nei piccoli non va mai perduto, e presto o tardi quel seme si fa pianta, e a volte grande pianta.

            Mentre nel pomeriggio i miei maschietti dormivano, io approfittavo per studiare. Infatti mi preparai ad un corso di insegnante per minorati psichici, al fine di trovare una sistemazione permanente nella zona di Bergamo, e di aiutare finanziariamente i miei cari Genitori che ne avevano bisogno.

            Avendo studiato privatamente a casa mia, avevo un po’ di timore nel presentarmi agli esami, ma confidando nell’aiuto di Dio mi presentai all’Istituto Bernareggi di Bergamo. L’esame andò bene. Ma ahimè! Una mala lingua mi tradì. Uno del mio Comune disse che non avevo bisogno di lavoro, perché i miei parenti stavano bene. Così a Bergamo non fui assunta come Assistente dei minorati psichici, anche se negli esami ero risultata la prima di tutti.

            Ricordo che quando quella sera  lo seppi, versai tante lacrime. Accettai comunque la mia croce, e mi domandai nuovamente: «Dio mio, dove mi vorrà la Tua Volontà?». Girai da uno stabilimento all’altro per la provincia di Bergamo in cerca di un posto. Mi chiedevo anche: «Dio mi vorrà forse impiegata in un ufficio?». Cercar la carità per un’assunzione non mi costava, ma quando chiedevo mi sentivo rispondere spesse volte: «Se veniva ieri il posto c’era, ma ora ne ho già assunte in numero sufficiente», oppure: «Che peccato, una come lei mi avrebbe fatto piacere, ma ora siamo già al completo».

            In attesa di lavoro alternavo intanto le mie giornate a qualche doposcuola privato. Ma anche con questo suscitavo la gelosia di qualche maestro, perché anche i più ritardati nello studio li portavo al livello degli altri.

            Nei giorni liberi andavo nei campi ad aiutare Papà. Oltre ai vari lavori di campagna, davo il solfato di rame alla vigna, anche se tale lavoro non era proprio di mio gradimento. In mezzo all’erba bagnata, quelle mattine fredde d’autunno mi parlavano tanto dei missionari, e mentre raccoglievo le castagne pensavo: «Potessi anch’io essere missionaria!». Ma poi mi dicevo: «Essere missionaria davvero, sarebbe stato per me un conforto sensibile; esserlo invece senza andare in missione è più bello, perché non c’è la soddisfazione ma più sacrificio». Seduta sotto il fico, guardavo l’azzurro del cielo che si confondeva col verde dei prati, coronati dalle montagne. Ogni tanto questo meditativo silenzio era rotto da un grido che usciva dal mio cuore ardente di sete: «Gesù». Lo sentivo forte il mio Gesù, e me Lo stringevo al cuore. E Lui sembrava dirmi: «Grazie».

            Ma ecco un nuovo lavoro. Sono richiesta a Sovere in un preventorio antitubercolare. Accetto come Assistente dei piccoli. Erano bambini di 3-4 anni, molto, ma molto gracili. Avevano bisogno ancora della mamma. Tale Istituto però era molto lontano da casa mia. Per fortuna lì ero interna, e solo una volta alla settimana tornavo a casa mia per una giornata di libertà, come facevo al preventorio di Selvino.

            La Direttrice mi voleva tanto bene. Il mio lavoro era più da infermiera che da Assistente. Bisognava provare in continuazione la temperatura, curarli, seguirli nell’alimentazione. Io poi non stavo proprio bene di salute. Avevo dolori molto forti in tutto il corpo. Nessuno capiva cosa avessi. Questo era logico per me, perché sapevo di essermi votata vittima. Quando i dolori sono conosciuti dagli uomini, non piacciono più a Gesù. Gesù si sazia del frutto più sconosciuto, proprio come fanno due sposi.

            La Sposa di Cristo deve riservare al suo Gesù tutto il suo corpo, senza che sia stato sporcato o sciupato da nessuno; così pure tutte le sue azioni. Invece il Padre Spirituale deve conoscere tutto quanto avviene in un’anima, per aiutarla meglio a seguire Gesù. Si devono perciò dire al proprio Padre Spirituale tutte le tentazioni, le prove, le difficoltà ed anche i dolori, specie quando costa dirlo, perché così c’è più merito. E poi ogni Padre Spirituale rappresenta Gesù: bisogna amarlo e rispettarlo come se fosse Gesù stesso. Le mie forze fisiche non riuscivano a sostenere tale lavoro, e perciò dovetti presto rinunciarvi a malincuore, perché allontanarmi dai piccoli per me è sempre stato un dolore vivo. A me piace tanto stare con i bambini, pregare  e giocare con loro.

            In ogni nuovo ambiente dove passavo facevo nuove conoscenze, e ricevevo molte confidenze. Potevo perciò fare tanto del bene.

            Intanto ogni settimana incontravo il mio secondo Padre Spirituale. Da quando gli accennai il desiderio di farmi santa, incominciò a mettermi alla prova, e la sua dolcezza e le sue parole di conforto si mutarono in parole dure, e in umiliazioni d’ogni genere. Il mio cuore soffriva come sotto un torchio, ma la mia gioia era grande perché capii che veramente si era preso cura di me. Io sapevo di esser piena di difetti e volevo estirparli: «Se in clausura non ti prenderanno, ti farò sfruttare il voto di obbedienza, e ti farò vivere la clausura nel mondo». Mi comandava cose veramente dure: tutto il contrario di ciò che sentivo il bisogno di fare, anche nelle cose spirituali.

            Dopo un po’ di mesi mi tolse tutti i voti, perché diceva che ero capace a niente. Però, dopo dure prove, mi concesse finalmente di emetterli di nuovo. Mi sentivo consumare come la neve al sole, e mi offrivo ogni giorno a Gesù cercando di osservare l’obbedienza nel miglior modo possibile, e impegnandomi a pregare con sempre maggior attenzione.

            I miei colloqui con Gesù diventavano sempre più intensi, e trascorrevo lunghi periodi in unioni profonde con Lui. Quando entravo in quelle profonde intimità, parlavo a Gesù con l’Amore, e Lui mi rispondeva con l’Amore. Che cosa provavo quando ero a contatto intimo con Lui? Mi sentivo morire al mondo, perché scompariva completamente ai miei occhi dentro e fuori. Non mi sentivo più fatta di carne, ma diventavo una cosa sola con Dio.

            L’anima mia si stringeva con la Sua anima e sentivo tutto ciò che Lui sentiva. Sentivo infatti con Lui le anime che si perdevano, quelle che stavano peccando, e provavo un dolore tale da farmi piangere.

            Gesù e l’anima in tale stato diventano una cosa sola, perché Lui si serve dei sensi umani per provare gioie e dolori.

            In quei momenti di pace celeste amavo non con il mio solo cuore, ma col Cuore di Cristo nel Suo Corpo Mistico. Gesù aveva scelto il mio secondo Padre Spirituale, per farmi morire di più alla mia superbia, che non avrebbe mai voluto parlare di queste cose.

            Gesù, Amore mio, grazie di avermi fatta partecipe tante volte delle Tue pene e delle Tue gioie.

            Mi capitarono più volte fatti un po’ straordinari, come quello di trovarmi improvvisamente di notte in una casa di poveri Sacerdoti spretati, forse dove il Cuore di Gesù soffriva particolarmente. Sì, in quei momenti Gesù incominciò a trasportarmi dove andava il Suo Cuore: questo mi faceva capire  che mi amava e che desiderava ch’io morissi sempre di più a me stessa per essere una cosa sola con Lui, al fine di raggiungere, sia pure a distanza, tutte le anime, attraverso la preghiera. Gesù  mi faceva anche capire che non è necessario correre, ma è più necessario lasciarsi condurre e guidare da Lui, seguendoLo nel silenzioso «Sì» dell’abbandono. Dio mio e mio tutto, quale vergogna prova l’anima mia in seno al Tuo Amore! Capisco ogni giorno di più che sono  un nulla e solo miseria.  

 

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