I Santi hanno cercato ogni giorno di crescere nelle virtù e di

 correggere i difetti, cominciando dai più grossi. Così facendo sono diventati Santi. Così dobbiamo fare anche noi.

Un giorno quelli che son diventati Santi erano uomini come tutti noi. Ma meditando profondamente che cos’è la vita, hanno deciso di lasciare tutto e addirittura qualcuno di diventare eremita, missionario, di farsi monaco, oppure anche un buon padre di famiglia che, col suo buon esempio di vita, è diventato un saggio apostolo, dando alla Chiesa anche numerosi figli. Ciascuno, nel suo campo, mediti profondamente e si convinca di migliorar la propria vita.

Pregate i Santi che vi aiutino a non cadere più in quei brutti peccati che rendono triste la vostra vita. Anche loro sono passati sulla terra e sanno quanto sono terribili le tentazioni e quanto è debole la nostra carne.

Raccogliamoci un istante e pensiamo quello che pensò Gesù nell’orto degli ulivi. Preghiamo tutti insieme con la preghiera insegnata da Lui, affinché il Padre che sta nei Cieli ci segua e ci aiuti, con Gesù e con lo Spirito Santo, a camminare sulla via della santità, a capire, a comprendere e a mettere in pratica quello che il Signore giorno per giorno ci dirà.

Chi sono i Missionari? I Missionari sono coloro che svolgono la stessa missione che Gesù fece in mezzo al mondo, e che insegnò ai Suoi Apostoli inviandoli in tutte le  parti del mondo.

Scrivo queste cose perché sento un amore grande verso le anime, sento il desiderio immenso di aiutare tutti a diventare santi. Le cose materiali non hanno nessuna importanza né davanti a Dio e neppure davanti agli uomini.

Meditiamo e riflettiamo sulle parole di Gesù:  «Venite a Me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e Io vi ristorerò» (Mt 11,28).

Chi è Colui che va a dire agli uomini: «Io vi ristorerò?». Tante volte qualcuno ha pensato: «Ma chi sei Tu che credi di essere qualcosa più di me? Chi sei Tu che mi comandi e mi dici: "O fai quel che ti dico oppure Io non avrò più cura di te e dovrò un giorno abbandonarti? ".

Chi sei Tu che pretendi da me amore, che pretendi da me riverenza, pretendi da me stima? Chi sei Tu che Ti fai sentire nel mio cuore quando faccio il male? Che tante volte mi lasci solo e mi abbandoni? Chi sei Tu che non mi aiuti nelle difficoltà, che non mi soccorri nelle infermità? Chi credi di essere Tu che non mi lasci in pace e mi perseguiti quando pecco?

Credi di essere Tu colui che osa far parte della mia vita? Che entri nella mia vita anche se io non Ti voglio avere e non Ti voglio sentire dentro di me? Ma chi sei Tu? Chi sei Tu che non mi lasci vivere finché ho voglia io, ma che un giorno o l’altro mi togli dal mondo? Chi sei Tu che mi hai tolto mio padre e mia madre,  i miei fratelli, e mi hai lasciato solo? Chi sei Tu che mi hai dettato una legge così rigorosa, che pretendi che venga sempre a riceverTi nel mio cuore quando io non so chi sei, quando io non Ti conosco? Mi han parlato di un Dio, e mi han detto che c’è un qualche cosa nell’aldilà, però io non so chi è questo Dio.

Tante volte ho giudicato ignoranti coloro che vanno a confessare i loro peccati a degli uomini come loro; ho giudicato ignoranti coloro che vanno a Messa, che vanno in Chiesa, che osservano i Comandamenti. E che cosa sono i Comandamenti? Signore, io non Ti ho visto mai, fatti vedere, perché se io Ti vedrò crederò».

 

Ma Lui disse: «Beati quelli che pur non avendo visto crederanno!»        (Gv 20,29).

«Posso credere io che questo Vangelo è vero? Chi me lo assicura che c’è un Dio?».

Il fatto stesso che senti nel tuo cuore il rimprovero quando pecchi, quando fai qualcosa di male; il fatto stesso che Dio non Lo vorresti e tante volte Lo bestemmi, questo ti dice che Dio c’è. Perché Lo bestemmi se credi che non ci sia? Perché te la prendi con Lui se non credi nella Sua esistenza? Te la prendi con Lui perché, anche se non vuoi, senti che è il Padrone della tua vita. Lui ti ha fatto, e quindi ti possiede.

Col Battesimo ti ha lavato, ti ha fatto Suo figlio, ti ha reso bianco come la neve, perché tu seguissi i Suoi insegnamenti, e invece tu lotti contro di Lui dicendoGli: «Ma perché Tu continui a stuzzicarmi nella coscienza? Perché Tu Ti fai sentire? Perché quando vengo tardi a casa alla sera brontoli dentro di me? Io non voglio sentire questo brontolamento dentro di me, specie quando mi trovo in un’occasione di peccato. E se io non credo che Tu ci sei, vattene da me».

Ma Lui non se ne va, e persiste e continua dentro di te. Perché?

Perché ti ama, perché c’è, perché esiste. È inutile pensare come pensano certe persone per scusare i loro falli: «Chissà poi se ci sarà qualche cosa nell’aldilà; andremo a vedere; intanto non è tornato indietro nessuno dopo che è morto».

Ma quel Martello ti martella sempre. Tu non puoi giocare su una cosa che credi che non esista, mentre invece esiste perché la senti dentro di te.

Ammesso per assurdo che Dio non esista, tu saresti capace di comandare su te stesso, saresti capace di dire: «Io non voglio essere ammalato, io non voglio morire, io non voglio questa strage nella mia famiglia»? Potresti vivere sempre nelle comodità della vita? Ti andrebbe tutto per il meglio?

Questo non è possibile perché sei un suddito. Al di sopra di te c’è un Padrone, c’è Colui che ti creato, il quale ti ha seminato sulla terra mettendo a prova le tue risposte d’amore, che sono anche accettazione di una vita di sacrificio e di difficoltà per ricevere da Lui il premio eterno del Paradiso.

Se tu vai a lavorare sei pagato dal tuo padrone, ma sei pagato solo se lavori bene. Così pure come servo di Dio riceverai il premio delle tue fatiche solo se lo servirai con amore. Il premio è il Paradiso, cioè il luogo di pace eterna, quando il tuo spirito avrà lasciato questa terra.

Qualcuno ragiona così: «Io sono stato fatto da mia Madre». Ma tua madre chi l’ha fatta? E la madre di tua madre? E la prima madre chi l’ha fatta?

Si crede tante volte a quello che si legge su certi libri, ma non si crede al Vangelo che è parola di Dio. Si crede a tanti personaggi della storia, e non si crede che nella storia è esistito anche Cristo Gesù.

Perché si crede a quello che ha detto il tale personaggio, e non si crede a quello che ha detto Lui? Allora c’è o non c’è questo Dio? Bisogna rispondere: «Dio c’è».

Chi è Dio? È una forza soprannaturale che mi sconvolge e mi fa fare tante volte anche quello che non vorrei fare. Perché compio atti di carità, compio opere buone se io non credo in Dio? Perché è Dio che opera il bene attraverso di me.

Perché quando sono provato, ammalato, disperato, mi viene spontaneo alzare gli occhi al cielo e dire: «Se ci sei, fatti vivo»? Perché Dio c’è. Il fatto sta che Dio Lo cerco solo quando sto male, o mi trovo nei guai. E perché? Anche questo mi dice che il mio essere riconosce istintivamente e impulsivamente che questa Forza esiste davvero, ed è quella da cui dipendo sia per la creazione che per la vita.

Ma Dio ha creato l’uomo perché aveva bisogno dell’amore dell’uomo, e perché sentiva il bisogno di amarlo. Qualcuno si domanda: «Perché Dio mi fa ammalare, mi lascia solo, mi mette in gravi situazioni, mi fa morire?». Dio non fa ammalare nessuno, non vuole il male di nessuno, ma usa dei metodi con l’uomo per essere meglio capito da lui. Se noi non ci trovassimo talvolta nei guai non Lo cercheremmo mai, e siccome Dio ci ha creato per essere amato, ecco che il Signore permette che questa vita sia a volte piena di lacrime per indurci a desiderare il Cielo.

Chi è l’uomo? L’uomo è una creatura di Dio, e se vuole essere contento deve imparar a parlare col suo Creatore. «Chi sei Tu Dio, e chi sono io? Tu sei una forza che, se anche non Ti voglio, mi conduci,  perché con la Tua grazia sei in me. Tu sei una forza che dentro di me hai scritto i Tuoi Comandamenti, anche perché coloro che non sanno chi Tu sei, sanno che  peccando fanno male.

E io chi sono? Sono un nulla; Tu mi hai costruito dal nulla, dal nulla mi hai fatto. Per lasciarmi nulla? No. Perché io nel nulla conosca il Tutto che sei Tu, Signore».

Cosa significa essere nulla?

Talvolta tu dici: «Ah, io sono pieno di soldi, ho una bella casa che ha tante belle cose, ho tanti bei vestiti; sono sano, sto bene, ho una bella famiglia, quindi sono a posto, non ho bisogno di nessuno». Arriva allora uno scappellotto da parte di Dio per farti capire chi sei. Ma perché Dio ti manda quello scappellotto? Perché ti ama, perché non vuole che tu vada all’inferno, ma vuol farti capire che su questa terra non ci starai sempre.

Quali devono essere i miei rapporti verso Dio? Se su questa terra non ci starò sempre, se devo conoscere e amare Dio, cosa devo fare? Basta credere che Dio ha pensato a te dall’eternità; sempre ha pensato a te, ancor prima che ci fosse il mondo, e un giorno pensò a crearti, si innamorò di te, permise che tu fossi battezzato, quindi fossi lavato con la Sua acqua e diventassi Suo figlio.

Dio ha pensato a te perché tu Lo amassi. Ti ha dato una famiglia, una casa, la possibilità di servirLo, ma purtroppo non Lo conosci. Come devi fare a conoscere Dio? Devi studiare la Dottrina Cristiana.

La prima dottrina però è la creazione. Basta che quando ti svegli al mattino apri gli occhi e pensi: «Sono ancora in vita, potevo morire. A chi devo questa vita? A chi mi ha creato, e a chi mi ha lasciato in vita.

Quante persone sono morte questa notte; io invece sono ancora vivo. Che cosa devo a Dio che mi ha lasciato in vita? Riconoscenza e amore. Signore, Ti ringrazio di avermi creato, di essere morto per me sulla croce, di avermi conservato sano fino a questa mattina».

Se invece sei ammalato devi ringraziarLo di averti dato la forza di vivere ancora. Forse ti concederà di poter guarire, o almeno di poter migliorare, e di vivere ancora su questa terra per guadagnare meriti per l’eternità.

Rifletti bene e pensa: «Io ci vedo ancora, mentre tante creature non vedono più. Io sento, io cammino… Quanti doni, o Signore, mi hai dato e mi hai conservato. Quale riconoscenza devo avere verso di Te! Tu mi ami, Tu sei il mio Amore. Quanto  Ti  devo amare!».

Allora l’anima deve incominciar a tessere un colloquio con Dio-Amore, con Colui che l’ha creata, con Colui che la mantiene in vita.

La persona buona quando si alza e va a lavarsi, spontaneamente pensa: «Oh, se non ci fosse l’acqua…Chi sono io? Sono come un semplice animale, puzzolente come tutti gli animali del mondo.  Che grazia Dio mi ha fatto: mi ha dato l’acqua per lavarmi. Dio pensa a me,  mi dà da mangiare, mi dà la colazione, mi dà il pranzo, mi dà la cena.  Dio mi dà la possibilità di lavorare, di avere la gioia, e la soddisfazione di guadagnarmi un pezzo di pane».

Qualcuno poi pensa: «Beati i ricchi che non sgobbano mai». Ecco  cosa ha detto il Signore: «È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che non un ricco entri nel Regno dei Cieli» (Mt 19,24).

Perché? Perché il mezzo per andare in Paradiso è il lavoro, e colui che lavora ha la gioia di vivere.

Io ho visto tante persone gioiose, specie quelle che lavorano e che hanno la soddisfazione di dire: «Questa casa, questo libro, questo vestito ... sono frutto del mio lavoro».

Ma chi ha dato le capacità per lavorare è sempre Lui, il Signore. L’intelligenza è un dono particolare di Dio per mezzo della quale l’uomo capisce ed è libero di servirLo. L’uomo non è un semplice animale, ma è composto oltre che di corpo anche di anima. 

Mi guardo in giro, vedo il sole, la luna, le stelle, vedo il mare, l’acqua, i fiori, le piante, e penso: «Chi li ha fatti, chi li ha creati?...Dio...Perché li ha creati? Per me, per rendermi contento, per darmi gioia. Che bello questo paese!».

Vado in un altro posto: «Che bello!». Quando riesco ad avere un giorno di vacanza mi sposto e mi diverto: «Che bello!».

A chi devo questo? A Dio. Se Dio ieri mi faceva restare a letto col mal di pancia io questo paese oggi non lo vedevo; se ieri mi faceva morire non sarei venuto a questo pranzo, questo vestito bello non l’avrei messo. Che gioia quando una mamma trova una casa bella, ordinata, e riesce a comperare una tovaglia nuova e a fare qualche cosa di diverso!

Però non deve pensare solo al portafoglio, ma deve pensare anche a Dio che le ha dato la possibilità di guadagnare quei soldi, di farla restare in salute, di comperare quell’oggetto, quel vestito, quella tovaglia, quelle cose.

Dio mi ama. Perché mi ama? Perché pensa a me, perché mi mantiene attraverso il mio lavoro, e anche perché mi permette di soffrire per scontare i miei peccati e per guadagnare meriti per il Paradiso. Anche i patimenti, perciò, sono un dono di Dio. Come un fabbro pialla gli angoli appuntiti: così fa il Padre che sta nei cieli. Per guarirci dalla superbia, dalle vanità, dalla lussuria, dall’ira e da tutti i vizi capitali, permette qualche dolore. Non ha forse permesso che l’Unigenito Figlio Gesù morisse sulla croce in sconto dei nostri peccati? Noi pretendiamo, forse, di entrare in Paradiso in carrozza?

Crediamo che se viviamo lontani dal peccato mortale siamo in Lui, con Lui e per Lui dei figli protetti dalla cattiveria del mondo e dalle insidie del diavolo, come pure dalle passioni della carne.

Il lavoro è un dono di Dio, ma anche l’attesa del lavoro è un periodo di prova per meritare qualche premio, che, se non si conosce subito, si conoscerà col proseguire dei giorni.

L’uomo deve conoscere Dio per vivere felicemente in Lui, e per non fare della sua vita una continua lamentela.

Chi è in Dio stia certo che non gli mancherà mai nulla, ma avrà di più di quel che gli necessita. Perciò, se non contesta, se non cerca di costruire coi suoi punti di vista, coi suoi desideri, ma si abbandona totalmente e pienamente nelle Sue mani paterne, anche le prove e le malattie sono atti del Divino Amore.

Attraverso uno sguardo limpido, puro, spontaneo, diretto alla Divina Creazione, troverai l’Onnipotente che si umilia, che si abbassa, quasi s’inchina dinanzi ad una Sua creatura sofferente, ma anche ad un fiore, ad un uccello, ad una piccola sorgente.

La Divina Provvidenza è sempre pronta a soccorrere chi invoca un aiuto con fede. Non temere, perciò, mai e poi mai, nessun inconveniente, perché se Dio è con te nulla sarà contro di te.

Dio Lo si conosce anche attraverso tutti i gesti che usa verso di noi: le compassioni, le prove, le difficoltà.

Tante volte qualcuno si lamenta e dice: «Dio mi ha abbandonato: ero malato e non mi ha curato». Io posso dire ciò che è capitato a me, dopo che sono andata a letto: la sera ci vedevo e la mattina dopo mi sono svegliata completamente cieca a causa di un glaucoma bilaterale. Cosa ho pensato? Ho pensato che gli occhi non sono indispensabili per vivere bene sulla terra. Infatti in tutti questi anni Dio mi ha prestato i Suoi. Non è forse questo un dono?

Il Signore si può servire di una malattia per realizzare meglio la Sua volontà. Così pure si può dire di un sordo, di un muto che, invece di inveire contro Dio, accetta la sua  prova come un dono per la propria  santificazione o per qualche necessità della propria famiglia.

Forse quello si è alzato paralizzato perché Gesù prevedeva che se avesse camminato avrebbe fatto un sacco di peccati, o forse chissà in quali disastri sarebbe caduto.

Come possiamo conoscere le virtù di Dio? Attraverso lo studio della Dottrina Cristiana, e la contemplazione della Sua Creazione. Dio è l’Essere Perfettissimo, Creatore e Padrone di ogni cosa. È Colui che non può sbagliare.

Il Padre si presenta come Colui che ha dato la vita al mondo; Gesù come Colui che è venuto sulla terra per redimerci attraverso la morte sulla croce; lo Spirito Santo come Colui che santifica le anime. Sappiamo che le tre Persone sono sempre lo stesso e unico Dio.

Gesù ha detto: «Siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste»     (Mt 5,48). Noi siamo chiamati alla perfezione, e non soltanto ad evitare i peccati grossi: come non ammazzare, non commettere peccati impuri, non parlar male del prossimo, non rubare, non calunniare, ecc. ma anche ad operare con perfezione nelle piccole cose. Gesù non ha detto soltanto: «I Preti devono essere perfetti, le Suore devono essere perfette» ma tutti.

Quindi Gesù ha chiamato alla perfezione, cioè alla santità, tutti e ha detto una frase tanto importante che riassume tutte le frasi: «Se non  vi convertirete  e  non  diventerete come i bambini non  entrerete  nel  Regno  dei  Cieli» (Mt 18,3).

Gesù non ha detto: «Diventate potenti, comperate case, diventate ricchi, sappiate fare opere grandi», ma ha detto: «Diventate bambini, convertitevi». L’ha detto a tutti: ai Sacerdoti, alle Suore, ai bambini, agli sposati, ai giovani.

Tutti abbiamo bisogno di convertirci in qualche cosa perché tutti abbiamo qualche mancanza che non riusciamo mai ad evitare e a non commettere. Perciò convertiamoci, o almeno mettiamoci ogni impegno per migliorare la nostra vita.

E allora quale è il libro che dobbiamo imitare per diventare perfetti? I bambini. Prendiamo un bambino, guardiamolo, vediamo quante virtù possiede, virtù innate in sé. Possiede la semplicità, la spontaneità, la dolcezza, la purezza, l’amabilità, possiede il distacco, perché anche se gli piacciono tutte le cose, tuttavia è pronto a regalarle tutte.

Noi che abbiamo avuto la possibilità di seguire Cristo, di frequentare la Chiesa anni e anni, invece di progredire nella santità siamo tornati indietro.

E allora che dobbiamo fare? Fare un proposito santo: «Signore ho bisogno di conversione, devo convertirmi, voglio convertirmi; in che cosa? Ci penserò e vedrò qual è il difetto più grosso nel quale pecco più spesso, con il quale offendo tanto il Cuore di Cristo, e che mi rende triste e disperato nella mia anima».

Cerchiamo di credere che il peccato rende tristi, soli, quasi paurosi di uscire dalla porta per guardare i fratelli in faccia. Perché? Perché si capisce che si è brutti, che si diventa brutti anche nel volto, anche esternamente.

È la santità che ci fa belli non i trucchi sul volto o i tatuaggi. Queste sono cose che fanno perdere i soldi e rovinano il corpo. Io ho incontrato nella mia vita delle persone che avevano una fisionomia non eccellente, eppure avevano degli occhi trasparenti, e si vedevano belli sia nell’anima che nel volto. La santità rende belli anche nel corpo, mentre l’impurità, la cattiveria, il peccato rende brutti, fastidiosi, e riprovevoli da Dio e dagli uomini.

Chi sono i Santi? Chi sono stati i Santi? I Santi sono forse creature nate sante, nate diverse da noi? No. I Santi sono stati uomini come noi. Può darsi benissimo che in mezzo a noi ci siano dei santi che un giorno forse andranno sugli altari. Tuttavia il Santo porta tante volte sul volto il timbro della bontà che si manifesta attraverso i suoi gesti, le sue parole, la sua vita.

I Santi sono uomini che hanno lottato come noi, che sono stati tentati al male, ma che hanno vinto.

Ha scritto l’Apostolo San Giacomo: «Beato  l’uomo  che  sopporta la tentazione, perché una volta superata la prova riceverà la corona della vita che il Signore ha promesso a quelli che Lo amano» (Gc 1,12). Ci sono Santi che, forse, hanno peccato anche più di noi, e che, ad un certo punto della loro vita, hanno detto: «Signore, ho sbagliato strada, devo riprendermi altrimenti rischio di andare all’inferno, dopo aver trascorso quaranta, cinquant’anni inutilmente. Sono stato un disgraziato, sono stato un ignorante. Io devo essere una creatura intelligente, devo pensare alla mia salvezza eterna».

Sarebbe ben brutto lavorare e sgobbare cinquanta, sessanta, ottant’anni per poi essere disperato per l’eternità, e l’eternità c’è.

Parlo per esperienza. Coloro che si sono convertiti più facilmente molte volte sono stati i peccatori più ostinati. E che bella conversione hanno fatto!

Ci sono stati dei giovani che hanno condotto una vita bruttissima, con dei legami disordinati, e sentendo la voce di Dio dentro di sé han detto: «Ma io son così sciagurato, così ignorante da andare avanti a fare i peccati per altri venti, trenta, quarant’anni, per poi diventare un’anima disperata?

No, io voglio cambiare vita, e da oggi cambierò, abbandonerò le occasioni di peccato, e voglio essere capace di diventare santo. Il mio motto sarà: ― Voglio, perché se voglio posso ―».

Anche una mamma di famiglia non può dire: «Per le mamme la santità ormai è passata. Io sono sposata, ho un marito, devo pensare alla casa e quindi non posso certamente diventare santa». Tutt’altro: non è detto che i Santi che ci sono in cielo e che ci sono ancora sulla terra, e che un giorno vedremo sugli altari, siano tutti giovani, o signorine, o Preti, o Suore. Ci sono stati, e ci sono tuttora anche delle mamme e dei papà di famiglia che sono  santi.

Anzi, oggi abbiamo molto bisogno di trovare santi nelle famiglie, perché se in una famiglia c’è una mamma santa santifica il marito e santifica anche i figli. Se c’è un papà santo, santifica la moglie e santifica i figli.

Certo, a vivere in due è più difficile diventare santi, ma non è impossibile, perché Dio, attraverso il Sacramento del Matrimonio, dona la grazia di stato, e cioè la possibilità di vivere in grazia di Dio e quindi di diventare santi.

Non ci vogliono scuse col Signore. Lui dà la forza e l’aiuto per corrispondere a quello che chiede.

Invochiamo insieme tutti i Santi del Cielo e i Santi che sono sulla terra che si uniscano con noi, con ciascuno di noi, e ci aiutino a pensare: «Chi sono io, o Signore, chi sei Tu? Tu ci sei, mio Dio, Ti fai sentire nella mia coscienza, mi rimproveri tante volte, ma qualche volta mi dici anche che sono buono. Siccome Tu sei mio Padre, io devo comunicare con Te. Imparerò a parlarTi».

Pensiamo qual è il difetto che ci rende più tristi e disperati. «L’ho trovato, o Signore, questo difetto. E allora mi sforzerò di capire come fare a superarmi, a lasciare quel peccato, quel legame; voglio lasciare quell’amicizia pericolosa; voglio cambiare strada; voglio farmi santo. Perché se voglio, posso».

Non è detto che i Santi sono solo quelli che Dio vuole. Dio chiama tutti alla santità. Ciascuno di noi, anche il più peccatore, se da un certo momento si converte, può salire sugli altari. Pensiamo a S. Agostino che, dopo la conversione, è diventato un grande santo.

Beati coloro che sono già diventati santi e coloro che lo diventeranno!

 

Madre Provvidenza

 

 

Benedetto XVI:

Guardare ai santi per risvegliare in noi il desiderio di “vivere vicini a Dio”


Omelia di Benedetto durante la Messa per la Solennità di Tutti i Santi

CITTA’ DEL VATICANO, giovedì, 2 Novembre 2006

Pubblichiamo l’omelia pronunciata da Benedetto XVI durante la Messa celebrata mercoledì nella Basilica Vaticana, in occasione della Solennità di Tutti i Santi.

* * *


Cari fratelli e sorelle,

la nostra celebrazione eucaristica si è aperta con l’esortazione "Rallegriamoci tutti nel Signore". La liturgia ci invita a condividere il gaudio celeste dei santi, ad assaporarne la gioia. I santi non sono una esigua casta di eletti, ma una folla senza numero, verso la quale la liturgia ci esorta oggi a levare lo sguardo. In tale moltitudine non vi sono soltanto i santi ufficialmente riconosciuti, ma i battezzati di ogni epoca e nazione, che hanno cercato di compiere con amore e fedeltà la volontà divina. Della gran parte di essi non conosciamo i volti e nemmeno i nomi, ma con gli occhi della fede li vediamo risplendere, come astri pieni di gloria, nel firmamento di Dio.

Quest’oggi la Chiesa festeggia la sua dignità di "madre dei santi, immagine della città superna" (A. Manzoni), e manifesta la sua bellezza di sposa immacolata di Cristo, sorgente e modello di ogni santità. Non le mancano certo figli riottosi e addirittura ribelli, ma è nei santi che essa riconosce i suoi tratti caratteristici, e proprio in loro assapora la sua gioia più profonda. Nella prima Lettura, l’autore del libro dell’Apocalisse li descrive come "una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua" (Ap 7,9). Questo popolo comprende i santi dell’Antico Testamento, a partire dal giusto Abele e dal fedele Patriarca Abramo, quelli del Nuovo Testamento, i numerosi martiri dell’inizio del cristianesimo e i beati e i santi dei secoli successivi, sino ai testimoni di Cristo di questa nostra epoca. Li accomuna tutti la volontà di incarnare nella loro esistenza il Vangelo, sotto l’impulso dell’eterno animatore del Popolo di Dio che è lo Spirito Santo.

Ma "a che serve la nostra lode ai santi, a che il nostro tributo di gloria, a che questa stessa nostra solennità?". Con questa domanda comincia una famosa omelia di san Bernardo per il giorno di Tutti i Santi. E’ domanda che ci si potrebbe porre anche oggi. E attuale è anche la risposta che il Santo ci offre: "I nostri santi – egli dice – non hanno bisogno dei nostri onori e nulla viene a loro dal nostro culto. Per parte mia, devo confessare che, quando penso ai santi, mi sento ardere da grandi desideri" (Disc. 2; Opera Omnia Cisterc. 5, 364ss ). Ecco dunque il significato dell’odierna solennità: guardando al luminoso esempio dei santi risvegliare in noi il grande desiderio di essere come i santi: felici di vivere vicini a Dio, nella sua luce, nella grande famiglia degli amici di Dio. Essere Santo significa: vivere nella vicinanza con Dio, vivere nella sua famiglia. E questa è la vocazione di noi tutti, con vigore ribadita dal Concilio Vaticano II, ed oggi riproposta in modo solenne alla nostra attenzione.

Ma come possiamo divenire santi, amici di Dio? All’interrogativo si può rispondere anzitutto in negativo: per essere santi non occorre compiere azioni e opere straordinarie, né possedere carismi eccezionali. Viene poi la risposta in positivo: è necessario innanzitutto ascoltare Gesù e poi seguirlo senza perdersi d’animo di fronte alle difficoltà. "Se uno mi vuol servire – Egli ci ammonisce – mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà" (Gv 12,26). Chi si fida di Lui e lo ama con sincerità, come il chicco di grano sepolto nella terra, accetta di morire a sé stesso. Egli infatti sa che chi cerca di avere la sua vita per se stesso la perde, e chi si dà, si perde, trova proprio così la vita (Cfr Gv 12,24–25). L’esperienza della Chiesa dimostra che ogni forma di santità, pur seguendo tracciati differenti, passa sempre per la via della croce, la via della rinuncia a se stesso. Le biografie dei santi descrivono uomini e donne che, docili ai disegni divini, hanno affrontato talvolta prove e sofferenze indescrivibili, persecuzioni e martirio. Hanno perseverato nel loro impegno, "sono passati attraverso la grande tribolazione – si legge nell’Apocalisse – e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello" (v. 14). I loro nomi sono scritti nel libro della vita (cfr Ap 20,12); loro eterna dimora è il Paradiso. L’esempio dei santi è per noi un incoraggiamento a seguire le stesse orme, a sperimentare la gioia di chi si fida di Dio, perché l’unica vera causa di tristezza e di infelicità per l’uomo è vivere lontano da Lui.

La santità esige uno sforzo costante, ma è possibile a tutti perché, più che opera dell’uomo, è anzitutto dono di Dio, tre volte Santo (cfr Is 6,3). Nella seconda Lettura, l’apostolo Giovanni osserva: "Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!" (1 Gv 3,1). E’ Dio, dunque, che per primo ci ha amati e in Gesù ci ha resi suoi figli adottivi. Nella nostra vita tutto è dono del suo amore: come restare indifferenti dinanzi a un così grande mistero? Come non rispondere all’amore del Padre celeste con una vita da figli riconoscenti? In Cristo ci ha fatto dono di tutto se stesso, e ci chiama a una relazione personale e profonda con Lui. Quanto più pertanto imitiamo Gesù e Gli restiamo uniti, tanto più entriamo nel mistero della santità divina. Scopriamo di essere amati da Lui in modo infinito, e questo ci spinge, a nostra volta, ad amare i fratelli. Amare implica sempre un atto di rinuncia a se stessi, il "perdere se stessi", e proprio così ci rende felici.

Così siamo arrivati al Vangelo di questa festa, all’annuncio delle Beatitudini che poco fa abbiamo sentito risuonare in questa Basilica. Dice Gesù: Beati i poveri in spirito, beati gli afflitti, i miti, beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, i misericordiosi, beati i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati per causa della giustizia (cfr Mt 5,3-10). In verità, il Beato per eccellenza è solo Lui, Gesù. E’ Lui, infatti, il vero povero in spirito, l’afflitto, il mite, l’affamato e l’assetato di giustizia, il misericordioso, il puro di cuore, l’operatore di pace; è Lui il perseguitato a causa della giustizia. Le Beatitudini ci mostrano la fisionomia spirituale di Gesù e così esprimono il suo mistero, il mistero di Morte e Risurrezione, di Passione e di gioia della Risurrezione. Questo mistero, che è mistero della vera beatitudine, ci invita alla sequela di Gesù e così al cammino verso di essa. Nella misura in cui accogliamo la sua proposta e ci poniamo alla sua sequela – ognuno nelle sue circostanze - anche noi possiamo partecipare della sua beatitudine.
Con Lui l’impossibile diventa possibile e persino un cammello passa per la cruna dell’ago (cfr Mc 10,25); con il suo aiuto, solo con il suo aiuto ci è dato di diventare perfetti come è perfetto il Padre celeste (cfr Mt 5,48).

Cari fratelli e sorelle, entriamo ora nel cuore della Celebrazione eucaristica, stimolo e nutrimento di santità. Tra poco si farà presente nel modo più alto Cristo, vera Vite, a cui, come tralci, sono uniti i fedeli che sono sulla terra ed i santi del cielo. Più stretta pertanto sarà la comunione della Chiesa pellegrinante nel mondo con la Chiesa trionfante nella gloria. Nel Prefazio proclameremo che i santi sono per noi amici e modelli di vita. Invochiamoli perché ci aiutino ad imitarli e impegniamoci a rispondere con generosità, come hanno fatto loro, alla divina chiamata. Invochiamo specialmente Maria, Madre del Signore e specchio di ogni santità. Lei, la Tutta Santa, ci faccia fedeli discepoli del suo figlio Gesù Cristo! Amen.

[© Copyright 2006 - Libreria Editrice Vaticana]

 

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