Vita di Padre Luigi Graziotti

   

Fondatore con Madre Provvidenza

8ª puntata

 

Continuo il racconto della mia vita in Seminario, trascorsa in cinque località diverse, prima di diventare Sacerdote: cinque anni li ho vissuti a Trento (dal 1952 al 1957), frequentando le tre Medie e le due Ginnasio; un anno sono stato ad Albisola Superiore (SV), dove ho fatto il Noviziato presso il Santuario della Madonna della Pace (Luglio1957-Settembre1958).

Quattro anni a Monza (1958-1962), dove ho frequentato il Liceo Classico compresa la filosofia; poi sono stato destinato per due anni (Ottobre 1962-Ottobre 1964), come Assistente dei Seminaristi (Seminario Minore) nella Scuola Apostolica di Albino (BG). Infine, eccomi all’ultimo periodo della mia formazione sacerdotale: quattro anni di studi teologici a Bologna, in via Sante Vincenti, 45.

Madonna della Pace

 

Mentre frequentavo le Scuole Medie e le due Ginnasio nella casa del Sacro Cuore a Trento, vivevo come in un Paradiso, nonostante le difficoltà negli studi, che non sono mai mancate. Soprattutto lo studio del latino era molto arduo. Infatti un giorno, ero allora in terza media, il Professore mi umiliò davanti a tutti i compagni della mia classe, strappandomi il quaderno dei compiti perché era pieno di errori. Mi disse: «È una vergogna che tu continui a fare così tanti errori dopo tre anni di scuola. Pensa quante ore ho fatto per insegnarti. Tu non riuscirai mai ad essere un buon Prete, se non impari il latino, perché è indispensabile. Ricordati che in teologia dovrai studiare sui libri scritti in latino, e allora come farai se non capisci niente adesso?». A queste parole, immaginando che non sarei diventato un bravo Sacerdote, e che mi aspettavano libri di scuola scritti completamente in latino, scoppiai in pianto. Però non mi scoraggiai. Dopo quell’ora di vergognosa umiliazione, passai la ricreazione in chiesa, piangendo ancora di più, e dicendo al Signore: «Se sono ignorante come un asino, prendi la mia ignoranza, e fammi diventare un po’ più intelligente». Sette anni dopo, nel 1962, finito il Corso di Liceo Classico, allorché dovetti fare l’Assistente dei Seminaristi delle Medie nella Scuola Apostolica del Sacro Cuore di Albino (BG), mi fu affidato, oltre alla sorveglianza, anche l’insegnamento. E quali materie scelsero per me? Ironia della sorte: proprio il Latino e anche la Storia. Quando lo seppe il mio ex Professore si mise a ridere, e mi disse: «Hai visto che le mie sgridate sono servite?».

Un’altra materia, alquanto difficile, iniziata nel Ginnasio,  era il Greco. Oltre ad avere le lettere dell’alfabeto scritte in modo diverso dal Latino, era pure più complicato, sia nella grammatica, come nella sintassi. Non parliamo poi delle coniugazioni dei verbi. Infatti, oltre ai soliti modi delle coniugazioni, c’era anche quel benedetto aoristo, che tanto difficilmente entra nella testa degli alunni. A me piacque molto come erano scritte le lettere dell’alfabeto: mi erano proprio simpatiche. Ma per il resto ero davvero una frana. Eppure la lingua Greca è assai importante, perché moltissime parole italiane prendono da tale lingua il loro significato. Prendiamo l’esempio della parola Geografia, la quale significa: descrizione della terra. Scomponendo tale parola ne deriva che “Geo” significa terra, dal greco “Ghe”, e “Grafìa” che significa descrivo, dal verbo greco “Grafo”. Bene o male, comunque, riuscii a superare sia la prima Ginnasio, come pure la seconda, anche in Greco.

Un fatto singolare voglio descrivere che mi è successo proprio nell’ultimo esame di Greco, sostenuto nel Giugno 1957. Un giorno il nostro Professore di Francese, che si chiamava Padre BUSANA, ci passò dei fogli già scritti da una parte, affinché su di essi svolgessimo una traduzione in Francese. Allora non c’era l’abbondanza di carta come oggi, e quindi bisognava consumare i fogli fino al minimo spazio. Accadde dunque che ci diede dei fogli sui quali c’era il racconto di una favola, naturalmente in italiano. Io pensai subito che forse era una favola greca. La trascrissi allora su un pezzo di carta, e ogni tanto la rileggevo. Il motivo per cui la imprimevo nella mente, mi venne da questo pensiero: «Se questa favola mi venisse data come compito all’esame di greco?». Non mi aspettavo di essere così fortunato, ma la provvidenza quella volta mi venne proprio incontro. Infatti il Professore ci diede da tradurre dal greco proprio quella favola. Quando la vidi sotto i miei occhi, confesso che mi venne un po’ di tremarella, ma provai pure una grande gioia. Io feci presto a tradurla, perché la sapevo ormai a memoria. Ma pensai anche: «Se io la traduco con perfezione, il Professore sicuramente si accorgerà che non è stata farina del mio sacco, ma che già ne conoscevo la trama». Allora escogitai una cosa, che potrebbe sembrare poco lodevole, ma che in quel momento mi sembrò opportuna, e anche utile per i miei compagni, che con tanta fatica stavano chini su quel foglio. Scrissi, grosso modo, la trama su di un fogliettino, e poi attesi che il Sacerdote che assisteva agli esami si distraesse. Allora passai la traduzione al mio compagno più vicino, il quale naturalmente fece altrettanto. Così, di banco in banco, quasi tutti la copiarono. Pensai che, in tal modo, il Professore non si sarebbe accorto. Ma feci i conti senza l’oste. Così fu.

 

Padre Emilio Bontempelli nato 03-11-1930 + 07-01-2001

Il Professore, che si chiamava Padre Emilio BONTEMPELLI, conosceva molto bene i suoi alunni, e le capacità di ciascuno di noi. Quindi, quando corresse i compiti, si accorse subito che qualcuno dei più bravi aveva passato ad altri la traduzione. Infatti, appena ci vide durante la ricreazione, disse: «Tra di voi c'è stato qualcuno che ha fatto copiare la favola. Se vengo a sapere chi è stato, lo boccio, e gli faccio ripetere l’anno, anche se fra qualche giorno dovrebbe andare al Noviziato». Io, che ero il colpevole, stavo zitto, ma pure i miei compagni non fiatarono. Non tutti però sapevano che ero stato io.

Quel Professore, per una settimana, ogni volta che ci incontrava ci ripeteva sempre le stesse minacce. Però non interrogò mai nessuno personalmente, e così la faccenda finì tranquillamente. Fummo promossi tutti, e, dopo dieci giorni, precisamente il 3 Luglio, partimmo per Albisola Superiore (SV), dove iniziammo i tre mesi di Postulandato, prima di iniziare l'anno di Noviziato.

Santuario "Madonna della Pace" - Albisola Superiore (SV)

Ci raggiunsero laggiù altri 25 Seminaristi, nostri Confratelli, provenienti dalla Scuola Apostolica di Albino (BG). Quel buon Padre Bontempelli, ogni volta che mi incontrava, anche negli anni successivi, mi ricordava quell’episodio, e avrebbe voluto sapere, a tutti i costi, chi era stato. Ma, per non dargli un dispiacere, dicendo che ero stato io, dato che aveva tanta stima di me, gli rispondevo che non sapevo nulla. Ora quel Sacerdote è in Paradiso, e da lassù si metterà a ridere. Ma se potesse parlarmi mi direbbe sicuramente: «Birichino, me l’hai combinata proprio tu. Faremo i conti quando verrai quassù». Anche se qualche volta nella vita si combinano dei guai, o ci si comporta in modo tale che, umanamente parlando, potrebbe essere riprovevole, tuttavia il Signore è pronto a perdonare, purché ci si penta e si facciano buoni propositi di migliorare la propria vita. Nel mio caso però, non potevo purtroppo né pentirmi, né di certo riparare il male fatto. Durante quell’esame di Greco ho voluto apprezzare la fortuna che mi era venuta incontro, e quindi ho creduto opportuno comportarmi così. Del resto, non potevo mica chiedere consiglio a qualcuno, e tanto meno al mio Padre Spirituale.

Facciamo a questo punto una riflessione: quali sono i mezzi per diventare migliori? Eccoli: la Confessione umile e sincera, la Preghiera frequente, la Meditazione , e la lettura di buoni libri, come la Bibbia e la vita dei Santi.

In Seminario era obbligatoria la Confessione settimanale, e anche se a volte non ne sentivo il bisogno, o addirittura non avevo voglia, mi confessavo ugualmente, perché pensavo che quel mio atteggiamento interiore era frutto di una tentazione del diavolo. Infatti, il nemico di Dio ci mette in testa, tante volte, di confessarci solo quando abbiamo voglia, e così intanto lui fa la sua parte di allontanarci poco a poco da Dio. Quando non me la sentivo di confessarmi, e, mi accostavo alla Confessione per forza, proprio allora uscivo più contento che mai, perché ero andato contro mia volontà, facendo così un atto di umiltà e di violenza alla mia superbia. Gesù nel Vangelo ha detto: «Il Regno dei Cieli soffre violenza, e i violenti se ne impadroniscono» (Mt 11,12). La mia gioia dopo la Confessione era la prova che non dovevo assolutamente tralasciarla mai, soprattutto quando non ne avevo voglia, perché era un vero tranello del demonio. Lui insinua con molta furbizia, nella nostra mente, che certe pratiche di pietà bisogna farle solo quando si ha voglia, o allorché si è ben disposti. Nulla di più deleterio e di più dannoso per la propria vita spirituale. A poco a poco, il nemico del nostro bene spirituale ci porterà lontani da Dio, e ci farà precipitare nella disperazione e nell’Inferno.

Molti cristiani purtroppo hanno questa brutta idea: «Se io non me l’ha sento di confessarmi, è meglio che non ci vada, anche se sono mesi o anni che non mi confesso». Alcuni dicono addirittura: «Che ci vado a fare, tanto di peccati grossi non ne ho». C’è poi chi dice: «Io, piuttosto di confessarmi da un peccatore come me, o più di me, e raccontare le mie cose, tralascio la Confessione. E poi, anche se non mi confesso, le cose non cambiano». Sembra quasi che la Confessione sia stata istituita solo per cancellare i peccati, e che i Sacerdoti, essendo uomini come noi, non hanno il potere di farlo. Tali idee sono molto false e dannosissime per l’anima, anche perché, più si aspetta, e più diventa difficile avere una buona disposizione per accostarsi alla Confessione.

La Confessione è indispensabile, per noi Cattolici, se vogliamo andare in Paradiso. Non crediamo a coloro, fossero anche Sacerdoti, cha vanno dicendo che la Confessione non è necessaria, e che basta chiedere perdono al Signore dei propri peccati: è una grossa e orribile eresia che sa di Protestantesimo. Gesù ha dato il potere solo ai Sacerdoti di perdonare i peccati. Ricordiamo quel passo del Vangelo dove Gesù prima di salire al Cielo disse agli Apostoli: «Ricevete lo Spirito Santo. A chi rimetterete i peccati saranno rimessi, e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi» (Gv 20,23).

I Santi apprezzavano molto la Confessione , sia per il progresso spirituale, sia soprattutto per poter accostarsi a ricevere la Santa Comunione. E poi ricordiamoci che è indispensabile fare la comunione, altrimenti si rischia la dannazione eterna. Infatti Gesù ha detto: «Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il Suo Sangue, non avrete in voi la vita. Perché la Mia carne è vero cibo, e il Mio Sangue vera bevanda» (Gv 6,53-55).

In Seminario, oltre alla preghiera comune, ci raccomandavano anche la preghiera personale e la recita di giaculatorie. Così m’impegnavo a recitare ogni giorno, durante la ricreazione, il piccolo Ufficio della Madonna, che avevo trovato su di un libretto, che mi sembra fosse intitolato: MASSIME ETERNE. Mi dava tanta gioia la recita di quell’Ufficio. Mi ero poi messo d’accordo, con un mio compagno di classe, di recitare ogni giorno più volte questa giaculatoria: «Gesù, Maria, Vi amo, salvate anime». Alla fine della giornata ci incontravamo prima delle preghiere della sera, e ci comunicavamo il numero delle volte che l’avevamo recitata. Lui era sempre il più bravo. Mentre io arrivavo si e no a duecento, lui invece riusciva a recitarla addirittura mille volte. Sembra una cosa da nulla, o un gioco da bambini, ma intanto quando uno prega costruisce, in un modo o in un altro costruisce la sua spiritualità, e soprattutto impara ad amare Gesù, e attira su di sè molte grazie e benedizioni celesti. Anche adesso recito spesso, e non lo dico per orgoglio, o perché mi si facciano degli elogi, quando la mia mente è libera, delle giaculatorie, tra le quali ce n’è una che preferisco: «Gesù, Ti voglio tanto bene, vieni presto nel mio cuore, fammi diventare buono come Te». Poi quest’altra: «Padre Buono, Padre Santo, Padre Misericordioso, converti i peccatori, salva i moribondi, libera le Anime Sante del Purgatorio, soccorri coloro che soffrono, ascolta ed esaudisci coloro che si raccomandano alle mie preghiere». Di simili piccole preghiere ne potremmo recitare a migliaia durante la giornata mentre lavoriamo, o siamo in viaggio. Invece, purtroppo, impieghiamo tanto tempo in pensieri inutili, in chiacchiere, in letture, e nel vedere spettacoli che ci lasciano vuoti. Occupiamo il nostro tempo, più che possiamo, recitando giaculatorie. Un giorno le ritroveremo, e saranno quelle che ci difenderanno davanti a Dio, e che forse ci faranno evitare il Purgatorio, o addirittura l’Inferno. La nostra preghiera continuata sarà un mezzo per tenerci sempre pronti, qualora il Signore ci chiamasse improvvisamente alla resa dei conti.             

In quel Seminario Minore di Trento, posso dire, con tutta verità, d’aver trascorso cinque anni di pace, e di serenità. Grande era la premura da parte dei Sacerdoti, che erano una quindicina, messi tutti a nostra disposizione.

Una cosa che mi piaceva molto era la ricorrenza e la celebrazione di feste solenni, e la loro preparazione. Tra esse primeggiavano la festa del compleanno del Superiore, e quella dei Genitori dei Seminaristi. Le feste avvenivano sempre di domenica, in modo da non perdere un giorno di scuola. Comunque già la loro preparazione assumeva un’atmosfera particolare, in quanto c’era un fervore speciale da parte di tutti nel preparare i canti per la Messa solenne, gli addobbi e i divertimenti che si sarebbero svolti. Le voci della Schola Cantorum echeggiavano per tutta la casa. Le prove per la Messa solenne erano molto suggestive e frequenti. L’unica cosa che rimaneva segreta erano le prove dell’Operetta teatrale che avvenivano nell’apposita sala.

Non ci si preparava però soltanto esteriormente, ma anche con la preghiera e il raccoglimento, che culminavano con una bella Confessione al sabato pomeriggio della vigilia. Noi ragazzetti, naturalmente, pensavamo anche al pranzo succulento che ci sarebbe stato, compreso il mezzo bicchier di vino e il bel pezzo di dolce che sarebbe arrivato in tavola. A quel tempo, anche solo la distribuzione di un biscotto creava un’aria di festa. Chi è vissuto allora, nel dopo guerra, conosce quanta povertà esisteva, per cui bastava un piccolo dolce per farci contenti.

 

Alla vigilia si iniziava la festa anche con l’Adorazione, la recita del Santo Rosario e i Vespri solenni cantati. Era tutta una preparazione che ci aiutava ad amar di più il Signore, e a diventare più buoni.

Pure la festa dei Genitori aveva una preparazione particolare, la quale si svolgeva sempre a Maggio, in corrispondenza con la festa delle Mamme. Voglio ricordare qui anche le nostre care Suore Orsoline di Gandino, che erano a nostro servizio.

Proprio quest'anno ho avuto la gioia di incontrare, dopo cinquantacinque anni, una delle Suore che erano al nostro servizio in quel periodo. Si chiama Suor Santina LUISELLI.

 

 

Nata il 10 Agosto 1926, ed entrata nella Congregazione delle Suore Orsoline di Gandino (BG), venne destinata a servizio di noi Seminaristi nella Casa del Sacro Cuore a Trento nell’anno 1951, e vi rimase fino al Febbraio 1971. Eccola nella foto con il fratello Romualdo e il sottoscritto.

Quanto amore ci mettevano quelle buone Suore nel preparare il grande pranzo. Già alla prima colazione ci facevano gustare una buona cioccolata calda. Poi, la grande festa continuava con la Santa Messa solenne celebrata dal Superiore, e accompagnata dalla Schola Cantorum che faceva echeggiare le sue note per tutta la chiesa. Naturalmente non era concelebrata con altri Sacerdoti, perché a quell’epoca non c'era ancora l'abitudine di concelebrare.

Al pomeriggio, verso le ore 16, ecco la rappresentazione teatrale che ci faceva divertire moltissimo. In genere, era un’operetta cantata, ma anche molto comica. La sala del teatro era davvero accogliente e comoda. Ricordo che, sul frontespizio del palcoscenico, c’erano scritte due parole in latino: “Ludendo docet”. Naturalmente non compresi subito il significato, ma soltanto più tardi. Significava dunque: “Giocando si impara”; oppure si potrebbe tradurlo cosi: “Il divertimento insegna, istruisce”. Assistendo a tali rappresentazioni, mi ricordavo di quelle che avvenivano nel mio paese, alle quali anch’io spesso avevo partecipato come attore. Sinceramente sentivo in me un grande desiderio di salire quel palcoscenico, e dare il mio piccolo contributo, ma non mi è mai stato possibile. Il motivo era semplice: ero molto arretrato negli studi, e poi davo l’impressione di saper parlare solo il dialetto. Effettivamente era vero. Facevo già fatica a seguire le materie scolastiche, perciò, immaginarsi se avessi dovuto imparar a memoria le parti di una commedia, non avrei avuto di certo il tempo per studiare. Io non dissi mai a nessuno che avevo fatto l’attore in diverse commedie, anche perché non mi avrebbero creduto. Mi accontentavo quindi di godere lo spettacolo, e di condividere la gioia degli spettatori.

Ritornando al racconto delle passeggiate che facevamo ogni giovedì, ricordo che il nostro Assistente ci raccontava delle bellissime favole, che non finivano mai. In modo particolare ricordo una favola nella quale ci parlava di un uomo che, rompendo una noce, aveva trovato dentro un soldatino, il quale, appena uscito, gli disse: «Comandami quello che vuoi, e io ti farò tutto». Nel sentire quel racconto eravamo tutti a bocca aperta come tanti uccellini che aspettano il cibo dalla mamma, e sognavamo le meravigliose azioni di quel minuscolo essere. Ogni tanto dalla nostra bocca uscivano queste espressioni: «Davvero! Che bravo quel soldatino! E poi, che cosa ha fatto ancora?». Sinceramente, sentendo quel racconto, veniva anche la voglia di essere più buoni e generosi, perché l’Assistente lo colorava con azioni di coraggio e di bontà.

Durante le passeggiate invernali facevamo anche una cosa abbastanza curiosa. Ci recavamo vicino al fiume Adige, dove c’erano delle rientranze, e siccome la temperatura era quindici gradi sotto zero, si formava un ghiaccio profondo mezzo metro e anche di più. 

Noi facevamo delle buche in mezzo al ghiaccio, e con un bastone abbastanza resistente, facendolo girare su se stesso, tiravamo su delle alghe, nelle quali c’erano anche dei pesciolini. Tutti contenti li raccoglievamo in un sacchetto, senz’acqua naturalmente, e li portavamo a casa. Poi li consegnavamo alle Suore per farli cuocere.

Durante le passeggiate, i nostri Assistenti, anche se raramente, ci facevano delle foto ricordo. Eccomi qui ripreso quando avevo quindici anni, presso una chiesetta in collina, sopra la città di Trento.

 

Trento 1955

Frequentavo allora la terza media.

Un «dolce» ricordo, è il caso di dirlo, di quegli anni, è il fatto che il Superiore ogni tanto, alla domenica, appariva alla finestra del suo studio durante la ricreazione, e poi gettava, da buon papà, delle caramelle in mezzo al cortile. Si può immaginare quali corse facevamo noi per raccoglierne più che potevamo. Allora le spinte e le zuccate erano frequenti. Ma tutto si sopportava, pur di raccoglierne il più possibile. Quelle caramelle erano per noi come tanta manna che veniva dal Cielo. È vero che non succedeva di frequente, ma era un avvenimento assai gradito a tutti. Ricordo che, all’inizio della seconda media, feci il proposito, per amore a Gesù e alla Madonna, di non mangiare caramelle durante quell’anno scolastico. Alla fine persi anche la voglia e non ne mangiai più.

Un altro fatto è questo: il nostro Superiore, oltre alle caramelle, ci distribuiva anche le biglie di terracotta per giocare durante le ricreazioni, qualora il tempo fosse stato piovoso. Il gioco consisteva nel mettere le biglie allineate vicino ad una parete del porticato, con una distanza tra l’una e l’altra di circa dieci centimetri. Ognuno metteva la sua biglia, e a turno da lontano, con una traiettoria trasversale, cominciava a far correre sul pavimento la propria biglia. Si stabiliva anzitutto quale doveva essere la biglia capo, e tutte le altre formavano una specie di coda. Poi ci si metteva d’accordo da dove tirar la biglia che doveva colpire quelle che erano in fila. A secondo della biglia colpita, il fortunato si prendeva tutte le biglie fino all’estremità della coda. Era una specie di gioco d’azzardo. Infatti avveniva che, alla fine del gioco, qualcuno avesse le tasche piene di biglie, altri invece se le erano svuotate. Per fortuna si giocavano le biglie di terra cotta, e non soldi! Così avveniva che qualche buon Seminarista, pur di non avere quel peso nella tasca, ne regalava a chi non ne possedeva. Anche così era bello giocare, divertirsi, ed esercitare la santa carità. 

 

Arrivederci alla prossima puntata.

 

 

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