Vita di Padre Luigi Graziotti

   

Fondatore con Madre Provvidenza

9ª puntata

 

Durante gli anni trascorsi nella Casa del Sacro Cuore di Gesù a Trento (ottobre 1952 - luglio 1957), altri episodi mi affiorano alla mente. Tra di essi, uno in particolare succedeva spesso. Quando un Seminarista nuovo continuava a piangere di nostalgia, l’Assistente, per confortarlo, o per tentare di risolvere quel pianto, lo mandava presso le Suore della casa, in modo che, da buone mammine, lo consolassero, e gli facessero passare la nostalgia. Tale stratagemma a volte aveva buon esito, come successe ad un ragazzetto che aveva undici anni. Costui però continuava a piangere anche quando era dalle Suore. Allora, una di loro, dopo averlo confortato con buone parole, e vedendo che a nulla erano valse, si incuriosì, e volle sapere da lui qual era il vero motivo di tanta nostalgia. Lui rispose che il motivo era uno solo: perché non poteva più vedere né stare accanto alla sua Alpina. Allora la Suora gli chiese: «Ma chi è questa alpina, è tua sorella?». «No! È la mia mucca, che portavo nel prato al pascolo tutti i giorni. Adesso chissà come starà, poverina, senza di me. Io la voglio vedere, hai capito!». Con gran fatica, quella povera Suora, riuscì a convincerlo, e finalmente si calmò e non pianse più. Continuò infatti gli studi e divenne Sacerdote missionario.

I ragazzi di oggi hanno altro per la testa, e con i mezzi di comunicazione possono ritornare a casa dal Seminario più spesso e più facilmente. A quel tempo era molto difficile per noi, perché, oltre ad essere molto lontani da casa (più di 100 chilometri ), pochissimi avevano l’automobile a disposizione, solo i più ricchi. Quindi, dovendo usare i mezzi pubblici, che erano rarissimi anche quelli, non veniva neppure la voglia di muoversi da casa e di viaggiare. Per percorrere 120 chilometri , cioè dal mio paese fino a Trento, ci volevano diverse ore, dato che anche le strade non erano tutte asfaltate. Infatti, quando andai a Trento per la prima volta, il 2 ottobre 1952, impiegammo ben quattro ore. Partimmo dal lago di Idro, precisamente da Anfo (BS), alle otto e arrivammo alle dodici. Naturalmente c’era da tener conto anche delle fermate che la corriera faceva ad ogni paesello, che erano davvero tante.

Padre Luigi - Lago di Idro - Anfo (BS)

 

Siccome la retta mensile, che ogni ragazzo doveva pagare, non era poi molto cospicua, allora da quel Seminario veniva pubblicata una rivista per ricevere sovvenzioni dai Benefattori. Perciò ogni mese dovevamo mettere i conti correnti in ogni copia di tale rivista, e a noi piaceva molto perché si faceva un giorno di vacanza, dato che il lavoro era tanto. Ma c’era purtroppo anche una nota dolente: quella di scrivere a mano, su di un foglio che fungeva da ringraziamento, tutti gli indirizzi di coloro che avevano mandato l'offerta. E siccome l’indirizzo bisognava leggerlo dal conto corrente postale che era arrivato con l’offerta, e trascriverlo, allora c’era davvero da rompersi il capo per decifrare certe scritture (a quel tempo i conti correnti postali venivano spediti in bianco e non c'era l'indirizzo prestampato). Bisognava però fare in fretta, perché il tempo era contato, e ad ogni Seminarista veniva consegnato un bel malloppo di conti correnti. Io non ci capivo nulla da quelle scritture gallinacee, e per paura di sbagliare a trascrivere l’indirizzo andavo adagio, oppure lo scartavo. Così ero sempre l’ultimo a finire. Un bel giorno il Superiore mi mandò a chiamare. Lì per lì non sapevo il perché. Mi dissero solo: «Il Padre Superiore ti chiama e vuole parlare con te». Era una cosa seria, molto seria quando succedeva un fatto simile. Il motivo poteva essere anche quello di venir mandato a casa il giorno dopo, come già era successo con altri. I miei compagni per di più mi dissero: «Vedrai che cosa ti fa! Preparati perché non è di certo un motivo bello». Io pensai: «Speriamo non mi mandi a casa. Per il resto al massimo o mi sgrida o mi picchia: di certo non mi mangia». Andai comunque da lui, non sicuramente con cuor allegro, ma pregando la Madonna che mi desse la forza di saper accettare tutto quello che m’avrebbe detto. Infatti, appena gli fui davanti, con quel cipiglio che lui sapeva usare, e con il suo berretto tricorno nero, piuttosto abbassato sulla fronte (quello era il segno che era arrabbiato) mi disse: «Sei tu il più pigro dei tuoi compagni nel trascrivere gli indirizzi dei Benefattori?». Io naturalmente risposi di sì. Allora cominciò a farmi una lunga paternale, a rimproverarmi e a ricordarmi che la Bibbia dice di guadagnare il pane con il sudore della fronte, e non con la pigrizia. Io, tra me e me, pensavo: «Sapessi che fatica faccio a trascrivere quegli indirizzi; oltre al sudore mi rodo anche il fegato». Quel Superiore, che si chiamava P. Livio Clamer, mi tenne lì in piedi per mezz’ora; e non solo mi rimproverava, ma mi minacciava anche di lasciarmi senza cibo. Per fortuna non successe mai più, altrimenti non so come sarebbe andata a finire.

Anno 1955 - Padre Luigi è proprio al centro

Oltretutto c’era mio fratello Seminarista, divenuto poi Sacerdote, che mi tentava di andare in Seminario con lui. Infatti ogni volta che m'incontrava mi diceva: «Perché non vieni nel Seminario di Brescia con me? Staremmo tutti e due insieme, e poi diventeresti Sacerdote tre anni prima». A tale tentazione però, nonostante le difficoltà che incontrai sul mio cammino, non cedetti mai. Era troppo radicato in me l'affetto per lo spirito di amore e di riparazione che mi era stato inculcato dai miei Superiori.

Tuttavia, nonostante la vita di preghiera, di meditazioni e di incontri mensili con il mio Padre Spirituale, arrivò anche per me un momentaneo disorientamento. Ricordo che in terza media (avevo allora quindici anni) ci fu un periodo in cui si affievolì in me il gusto alla preghiera, e subentrò una specie di vanità. Infatti mi lasciai crescere i capelli un po' lunghi, e pensieri mondani passavano per la mia testolina.

Per fortuna intervenne subito il Superiore e l’occasione non mancò. Nel mese di maggio ricorreva la festa annuale per i Genitori. Nonostante i sacrifici del viaggio, quella volta vennero a Trento anche i Miei. Naturalmente, come tutti i Genitori, che si preoccupano del buon andamento dei propri figli, anche i Miei andarono a parlare di me con il Superiore. Poco dopo fui chiamato nello studio, e lì, il Superiore disse: «Non sono molto contento di vostro figlio. Da qualche tempo non si comporta proprio bene. Tanto è vero che ha preso nove e mezzo in condotta, mentre prima ha sempre avuto dieci. E poi, quei capelli più lunghi delle altre volte, che sanno di vanità, più che di distacco dal mondo, gli stanno facendo perdere quella spiritualità e quella vita di preghiera che ha sempre avuto nei due anni precedenti. Debbo dire che non sono proprio contento di lui. Mi sono accorto io, e me lo hanno riferito pure i suoi Professori e Assistenti, quando ci siamo radunati per dare il voto di condotta di ciascun Seminarista. Se va avanti così ho paura che perda la vocazione. Era così bravo e buono, e adesso si sta perdendo dietro alle vanità». Non l’avesse mai detto! Mio Papà mi prese per le orecchie e me le tirò per bene, e mi disse: «Se continui così diventerai un asino con le orecchie lunghe, altro che un bravo Sacerdote, e per di più andrai anche all’inferno». Ahimé, in quale abisso ero caduto! Quei rimproveri furono come tante bastonate sulla mia coscienza, ed ebbero un effetto molto salutare. Appena i miei Genitori se ne andarono, corsi subito in chiesa, e piangendo domandai perdono a Gesù di tutto il mio cattivo comportamento, e, prima di tutto decisi di troncare subito quelle vanità che avevo sulla testa e di farmi tagliare molto corti quei capelli, fino allora pettinati e curati con tanto amore disordinato. In quel momento mi ricordai pure di ciò che mio Papà mi diceva quando ero a casa, e mi vedeva davanti allo specchio, mentre mi pettinavo con tanta cura. Ricordo che me lo disse più volte: «Un giorno o l’altro vedrai il diavolo dentro quello specchio, altro che i tuoi capelli». Naturalmente non lo diceva solo a me, ma anche agli altri miei Fratelli.

Il nostro Padre Assistente, Padre Ludovico Milesi, Direttore Responsabile della nostra disciplina, ci raccomandava ogni giorno la pulizia del grande cortile. Lui ci ripeteva sovente una frase in latino: «Delenda est Carthago». Per noi quella frase non aveva il significato che gli diedero i visitatori romani, e cioè che bisognava distruggere Cartagine, perché stava diventando troppo forte e quindi era un pericolo per l’incolumità di Roma. Per noi voleva dire che bisognava distruggere la carta che trovavamo nel cortile, e quindi non si doveva buttare nulla per terra, ma lasciare il cortile sempre ben pulito. Noi eravamo ragazzetti, e naturalmente, pur essendo Seminaristi, avevamo bisogno di frequenti richiami alla pulizia. Così, quella frase «Delenda est Carthago», era entrata così bene nella nostra mente, che non si trovava mai neppure un pezzettino di carta in tutto il grande cortile. In tal modo venivamo formati ad avere un vero amore alla pulizia ed anche alla disciplina.

I Superiori volevano che ci abituassimo a sentire come casa nostra quel Seminario, e non solo una casa di passaggio, o che appartenesse agli altri. Inoltre ci abituavano ad avere in grande apprezzamento i sacrifici e le offerte dei Benefattori, senza dei quali non avremmo potuto vivere e studiare per diventare Sacerdoti. L’aiuto che davano le nostre famiglie non era sufficiente. Ecco allora che, oltre alle offerte che arrivavano dai vari Benefattori, avevano inventato le cosiddette adozioni; cioè, ogni Apostolino, poteva essere adottato, e quindi considerato come proprio figlio spirituale, da coloro che avessero offerto, con una sola rata, dodicimilalire. Così facendo ogni Apostolino poteva risultare adottato da più Benefattori. Infatti, quando io diventai Sacerdote, scoprii che avevo avuto diversi Benefattori che mi avevano adottato. Noi non conoscevamo i nomi dei nostri genitori adottivi, perché i Superiori non ce li comunicavano. Circa un mese prima di diventare Sacerdote veniva annunciato ai vari genitori adottivi, il giorno che avrei salito l’altare, e che, se avessero voluto, potevano mandare dei regali. Seppi che ne arrivarono diversi, e che naturalmente, avendo io il voto di povertà, era giusto che non ricevessi nulla di tutto quel ben di Dio.

Al termine della terza media ci fu il cambio del Superiore della Comunità. P. Livio Clamer lasciò e venne un Padre molto colto in fatto di scienze teologiche. Una volta alla settimana ci teneva l’ora di Religione. Ma debbo proprio dirlo, anche se ridonda a mia vergogna, parlava con termini così altosonanti, che non ci capivo proprio un bel niente. Sarà stato perché ero poco intelligente, ma sta di fatto che di quelle lezioni non mi entrò mai nulla in testa. Per fortuna che non si doveva subire l’esame, altrimenti sarebbe stato un bel disastro. Però come Superiore, e anche come Sacerdote, nulla da rimproverargli, perché era davvero esemplare. Non solo ci teneva molto alla disciplina, come il suo predecessore, ma anche alla preghiera e alla vita spirituale. Una cosa però che piacque molto a noi tutti, fu questa: appena arrivato migliorò in qualità e anche in quantità il menù. Non è che prima si mangiasse male, ma subito ci accorgemmo che qualcosa era cambiato anche in quella realtà.

Una cosa che, anche a quel tempo, ci piaceva assai, era giocare a calcio. Avevamo, in parte alla nostra casa, un bellissimo campo sportivo, e a turno, ogni classe, quando c'era la passeggiata settimanale, invece di andare a passeggio, si facevano circa due ore di gioco. A me piaceva stare calmo e non correre troppo, quindi il mio compito era sempre quello di stare in difesa. Così avevo anche il tempo per riposarmi. A dire il vero piaceva tanto anche a me giocare a pallone, e quindi non mancavo proprio mai. Una volta il Superiore che era allora P. Livio Clamer, ci fece un bel regalo: partecipò anche lui alla partita. Nel primo tempo stette con noi, nel secondo tempo, invece, con l'altra squadra. Era un Prete forte e resistente. Correva moltissimo e dava di quei calci al pallone che lo faceva passare da una parte all'altra del campo. Ad un certo punto arrivò vicino alla nostra porta. Io, da buon difensore, accorsi, e mi piazzai davanti a lui, come dire: da qui non passi. Il Padre, nel furore del suo entusiasmo, sferrò un calcio così forte al pallone, che forse neanche Buffon l'avrebbe parato. Io invece lo parai benissimo, perché mi arrivò dritto in faccia come un missile. Fu così violento quel colpo che caddi a terra tramortito. Per cinque minuti mi sembrò di essere tra le stelle del cielo. Non vedevo più niente, e avevo perso la favella. I miei compagni accorsero tutti terrorizzati, come pure il Superiore. Ma, facendo cenno con la mia mano, li calmai. Quando mi rialzai rimasi ancora un po' stordito, ma poi, la voglia di giocare, mi fece dimenticare tutto, e così si riprese il gioco come prima.

Voglio qui ricordare ancora due episodi di quegli anni vissuti nella Casa del Sacro Cuore di Trento.

Il primo riguarda le vacanze dopo la prima media, trascorse sul Trentino, e precisamente a Santa Giustina. Di quel paese si diceva che era tra due laghi e mancava di acqua, era in mezzo ai boschi e mancava di legna.

Era l'estate del 1953. Il nostro Assistente, P. Vivenzi (non ricordo il nome), ci disse: «Oggi andiamo a far visita ad un personaggio illustre: l'Onorevole Alcide De Gasperi». Partimmo tutti entusiasti come garibaldini, chiedendoci, però, cosa avesse di così importante quell'uomo per essere visitato da noi Seminaristi. Lo capii, naturalmente, qualche tempo dopo. Appena arrivati alla distanza di circa un chilometro dalla sua villa, alcune Guardie ci fermarono. Alla loro richiesta dove volevamo andare, rispose il nostro Assistente: «Vorremmo vedere e salutare l'Onorevole». Loro ci risposero che non era possibile perché non stava bene di salute. A quella risposta rimanemmo tanto delusi, e, molto rammaricati, facemmo ritorno sui nostri passi. Capimmo più tardi che quelle Guardie avevano ragione, perché circa un anno dopo morì. In seguito partecipai alla scoperta di una stele innalzata in una piazza di Trento proprio in suo onore.

Un altro ricordo tanto bello che ho nel cuore, è quello di un santo Sacerdote che venne a tenerci il ritiro spirituale. Era nientemeno che il Fondatore dei Figli del Sacro Cuore di Gesù. Si chiamava P. Venturin. Durante le meditazioni ci parlò di Gesù Eucaristico, e della grandezza e importanza di tale Sacramento. Dopo alcuni anni morì, ed io partecipai ai suoi funerali perché venne sepolto proprio nel cimitero di Trento. Mi rimase molto impressa nella mente la sua figura ieratica, composta e nobile. Ispirava fiducia e confidenza. Quella volta ebbi anche la fortuna di confessarmi da lui.

Mi si permetta a questo punto di raccontare ancora qualche episodio sulla mia Mamma. Lei, come dissi, era molto fervorosa e partecipava ogni mattina alla Santa Messa, che allora veniva celebrata alle sei del mattino. Portava con sé alla domenica, e qualche volta anche durante i giorni feriali, i figlioletti più piccoli. Ebbene, posso testimoniare che, finita la Santa Messa , lei si raccoglieva in preghiera con le mani giunte e gli occhi chiusi, rimanendo in ginocchio, appoggiata al banco. Noi ragazzini, dato che non c’era più nessuno in chiesa, ma solo lei che pregava, facevamo le corse per la chiesa e attorno a lei, andando su e giù per i banchi, chiacchierando pure forte. La Mamma era talmente assorta nel pregare e ringraziare Gesù del dono che aveva ricevuto, che non si accorgeva proprio di nulla. Ad un certo punto ritornava in sé, come da un’estasi, e allora ci sgridava un po', e prendendoci per mano ritornavamo a casa. Fin da quando eravamo molto piccoli, e cioè dal primo anno di età, la nostra Mamma ci insegnava a fare il segno della croce. Ricordo che già a due anni conoscevo e recitavo le preghiere del mattino e della sera. Dico questo perché purtroppo, al giorno d'oggi, tante mamme si dimenticano, o hanno paura a far pregare i loro bambini, oppure dicono che non hanno tempo o che sono stanche. Non hanno capito che la vera formazione dei figli, affinché crescano bene, bravi, buoni, educati, rispettosi e generosi, dipende soprattutto da Dio e non da loro. Purtroppo ci sono molte mamme che non inculcano ai figli neppure il dovere di andare a Messa la domenica. Anzi, addirittura si arrabbiano quando il Parroco si permette di dir loro: «Mandate i vostri figli a Messa, perché se non partecipano fanno peccato mortale, e il Signore non può benedire la vostra famglia».

Un altro episodio che ricordo di mia Mamma è questo. Quando nascevano i pulcini voleva farli crescere bene, e oltre a preparare dei buoni pasti per loro, metteva nell’acqua anche del vino. Pensava infatti che così facendo si sarebbero rinforzati. Ma, quei poveri animaletti, dopo aver ben bevuto, fatti quattro passettini, crollavano per terra ubriachi. Allora lei diceva: «Ma guarda un po’, invece di rinforzarsi si indeboliscono e cadono per terra».

Un giorno la mia prima sorella, di nome Maddalena, manifestò alla mamma la decisione di unirsi in matrimonio con Peppino Lombardi, un uomo davvero giusto e tanto onesto, di famiglia molto cristiana e con un bel lavoro: faceva, infatti, il sarto con la sorella Dina. Aveva pure un negozio dove si vendeva un po’ di tutto: indumenti, stoffe e chincaglierie. In paese era l’unico negozio di quel genere. Di bar, di ristoranti, e negozi di alimentari invece ce n’erano diversi. Ebbene, quando mia mamma sentì che Maddalena aveva deciso di sposarsi, le disse: «Ricordati che se vuoi essere felice, devi prima di tutto far felici gli altri, tutti coloro con i quali andrai a vivere». O beate parole, suggerite alla sua anima bella dallo Spirito Santo.

 

Arrivederci alla prossima puntata.

 

 

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